Materiali tratti da:
Le Istituzioni storiche del territorio lombardo XIV-XIX secolo (Progetto Civita) Milano, 1999, Direzione generale: Roberto Grassi

Le Istituzioni storiche del territorio lombardo Le Istituzioni Ecclesiastiche XIII-XX secolo Regione Lombardia e Università degli Studi di Pavia, 2005 (http://plain.unipv.it/civita)

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Comune di Albaredo.                                                       

sec. XIV 1797
Comune del terziere inferiore della Valtellina, e della squadra di Morbegno, appartenne alla pieve di Ardenno. Nel 1335 (Statuti di Como) figurava come “comune loci de Alberedo”.
Il comune di Albaredo, nel quale, alla metà del XIV secolo, erano distinti i nobili dai vicini, come risultava da atto rogato da Guidino Castellargegno dell’8 novembre 1344, concernente il pagamento di una cauzione prestata al comune per una parte della taglia annua da pagarsi alla camera ducale (Romegialli 1886), partecipò con un proprio rappresentante alle adunanze delle comunità del terziere inferiore nel 1363 (Fattarelli 1986).

Il 5 febbraio 1543 i vicini di Albaredo convocati in sindacato nominarono gli incaricati per stendere gli ordini comunali (Ordini, Albaredo), stabilire i dazi del comune e designare i nuovi sindaci della chiesa di San Rocco. L’assemblea dei capifamiglia, o consiglio generale della comunità, si riuniva al suono della campana nella strada pubblica in località Costa; il comune aveva un caneparo, custodi e un console, che potevano imporre ed esigere le taglie.
La parrocchia dei Santi Rocco e Sebastiano, di nomina comunitaria, fu eretta nel 1563, con atto rogato da Giovanni Curtone di Morbegno (Monti 1892).
Il paese è situato nella valle del Bitto verso il passo di San Marco: fu nodo strategico della strada Priula, via di comunicazione tra la repubblica delle tre leghe e la serenissima repubblica di Venezia, progettata dal podestà veneto di Bergamo Alvise Priuli e aperta nel 1592 dal capitano Zuane Quirini. La strada uscendo da Bergamo passava per Zogno, Piazza e la Val Brembana, saliva al passo di San Marco per poi scendere a Morbegno (Del Nero 1985).
La comunità di Albaredo nel 1589 contava circa 60 fuochi (Ninguarda 1589), nel 1624 267 abitanti (Perotti 1992A), nel 1797, infine, 333 abitanti (Massera 1991A).

1798 1809
In base al progetto di divisione in distretti della Valtellina e Bormio (progetto 2 dicembre 1797), il comune di Albaredo sarebbe stato inserito nel distretto 1° con capoluogo Morbegno.
Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Albaredo apparteneva al distretto di Morbegno.
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda e Oglio (legge 11 vendemmiale anno VII), il comune di Albaredo fu compreso nel distretto IV di Morbegno.
Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Albaredo era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario.
Nel nuovo piano di distrettuazione provvisoria del dipartimento del Lario, in esecuzione del decreto 14 novembre 1802, il comune di Albaredo venne ricollocato nel IV distretto dell’ex Valtellina con capoluogo Morbegno (quadro dei distretti 1802), nel quale fu confermato, comune di III classe, nel 1803 (elenco dei comuni 1803).
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Albaredo venne ad appartenere al cantone V di Morbegno: comune di III classe, contava 332 abitanti.
Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, figurava anche il comune denominativo di Albaredo, con 314 abitanti (prospetto dei comuni 1807).
Il progetto per la concentrazione dei comuni del dipartimento dell’Adda, seguito al decreto 14 luglio 1807, prevedeva l’aggregazione di Albaredo, con Bema, Cosio, Rasura e Morbegno nel comune denominativo di Morbegno.
A seguito dell’approvazione del compartimento (decreto 31 marzo 1809), fu eseguita la concentrazione dei comuni, con decorrenza dal 1 gennaio 1810; tale comparto, confrontato con quello in corso nel 1796, fu rimesso il 23 agosto 1814 alla reggenza provvisoria del regno d’Italia e fu confermato nel 1815, dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel regno lombardoveneto (comparto 1 maggio 1815): a quest’ultima data, Albaredo figurava (con 314 abitanti), insieme a Bema, come comune aggregato al comune principale di Morbegno, nel cantone V di Morbegno.

1816 1859
In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardoveneto (notificazione 12 febbraio 1816) e all’elenco riordinato dall’imperial regia delegazione provinciale, con l’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio, il comune di Albaredo fu inserito nel distretto IV di Morbegno (prospetto dei comuni 1816).
Albaredo, comune con convocato, fu confermato nel distretto IV di Morbegno in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844).
Nel 1853 (notificazione 23 giugno 1853), Albaredo, comune con convocato generale e con una popolazione di 395 abitanti, fu inserito nel distretto III di Morbegno.

1797 1798
Dopo il congedo degli ufficiali grigioni in Valtellina avvenuto nel giugno del 1797, il comune di Albaredo ebbe un proprio giudice, che cessò ufficialmente dalle proprie funzioni con l’organizzazione del potere giudiziario nel dipartimento d’Adda e Oglio (determinazione 17 nevoso anno VII).
Nella proposta di indennizzo ai magistrati eletti dai comuni della Valtellina, al giudice di Albaredo sarebbero toccate lire 2 di Milano al giorno (indennizzo dei tribunali 1798).
legisl. Ordini, Albaredo: Ordini del comune di Albaredo (5 febbraio 1543), Comune di Albaredo, ASSo, Notarile Castelli Sannazzaro vol. 676, pubblicati in Del Nero 1985 in traduzione italiana.
bibl. Del Nero 1985: Patrizio Del Nero, Albaredo e la via di San Marco. Storia di una comunità alpina, Renate Brianza, Gruppo sportivo San Marco di Albaredo, 1985.

Parrocchia di San Rocco 1563 [1989]
Parrocchia della diocesi di Como. Nell'elenco del clero allegato agli atti del sinodo comense convocato nel 1565 dal vescovo Gianantonio Volpi la chiesa di San Rocco di Albaredo è attestata nella pieve di Ardenno, con un proprio rettore (Sinodo Volpi 1565). Fu eretta parrocchia il 17 aprile 1563, con atto rogato dal notaio Giovanni Curtone di Morbegno, mediante distacco da Valle o 'Albareto di fuori' (Visita Ninguarda 15891593, note; Fontana 1748). Nel 1651 la chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano di Albaredo è attestata come parrocchiale "in vicariatu Terzerij inferioris Vallis Tellinae Squadrae Morbinij" (Ecclesiae collegiatae 1651). Nel corso del XVIII secolo la parrocchia di Albaredo per San Marco è sempre attestata sotto il titolo dei Santi Rocco e Sebastiano, nel vicariato di Morbegno (Ecclesiae collegiatae 1794). Alla fine del XVIII secolo, la nomina del titolare del beneficio spettava ai capifamiglia. Nella chiesa parrocchiale erano fondate le confraternite del Santissimo Sacramento e del Santissimo Rosario (Riparto imposta prediale dipartimento Adda e Oglio, 1798).
Nel 1898, anno della visita pastorale del vescovo Teodoro Valfré di Bonzo, la rendita netta del beneficio parrocchiale era di lire 757.71. Entro i confini della parrocchia di Albaredo, di nomina popolare, esistevano la chiesa dedicata alla Santissima Vergine delle Grazie e l'oratorio di Santa Clara. Nella chiesa parrocchiale di San Rocco si avevano le confraternite del Santissimo Sacramento, solo maschile, e del Santo Rosario, solo femminile. Il numero dei parrocchiani era 535 (Visita Valfré di Bonzo, Vicariato di Morbegno).
Nel corso del XX secolo, la parrocchia di Albaredo per San Marco è sempre stata compresa nel vicariato foraneo di Morbegno, fino al decreto 29 gennaio 1968, mediante ilquale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como; in seguito fu assegnata alla zona pastorale XII della Bassa Valtellina e al vicariato di Morbegno (decreto 29 gennaio 1968) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968); con il decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato A della Bassa Valtellina (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984).

Con decreto 16 luglio 1986 del vescovo Teresio Ferraroni la parrocchia di San Matteo di Valle fu accorpata alla parrocchia di San Rocco di Albaredo per San Marco (decreto 16 luglio 1986/18Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1986). [A. Bar.]

 

Comune di Albosaggia.                                                           

sec. XV 1797
Comune del terziere di mezzo della Valtellina, appartenne alla pieve di Sondrio. Il toponimo appare fissato nella forma attuale già nel XII secolo, riferito ad un vasto territorio, ripartito in numerose contrade poste sul versante orobico della Valtellina.
Originariamente Albosaggia fu una vicinia di Sondrio, e tale rimase fin verso il secondo decennio del XV secolo. Tuttavia, già nel 1354, con l’erezione della chiesa di Santa Caterina, alla comunità di Albosaggia era stato riconosciuto il diritto di eleggere autonomamente il proprio curato: la circoscrizione del comune avrebbe ricalcato di fatto quella della parrocchia.
Nel corso del XIV secolo Albosaggia fu infeudata ai Capitanei di Sondrio, e a partire dal 1395 ai Visconti, fino al 1435, quando divenne dominio dei Quadrio di Ponte.
Da un atto rogato dal notaio Beltramo Silva di Como il 19 giugno 1355, si deduce che il territorio era ripartito in quadre (contrade), con le denominazioni di contrata de Faedo vallis Sancti Salvatoris, contrata de Albosaggia de supra, contrata de Albosaggia de suptus, contrata de Torziono. Ogni contrada era a sua volta divisa in borgate (SosioPaganoni 1987).
Alla metà del XVIII secolo le quattro quadre erano denominate Superiore, con Cantone, Val Mana, Paribelli, Motta; Inferiore, con Moizi e Delini; Carasale; Carbonera (Quadrio 1755). Le quadre erano ripartite, nel 1748, in sessanta contrade, i fuochi erano allora 337 (Cavallari 1961 C).
Nell’archivio parrocchiale di Albosaggia sono conservati gli ordini della comunità di Albosaggia, (Ordini, Albosaggia) stesi dal notaio Francesco Giovanni Battista Piano il 22 febbraio 1670 in 41 capitoli e approvati da Giacomo Pelosio, luogotenente del governatore di valle il 6 marzo con la partecipazione del decano (Forza 1990; SosioPaganoni 1987).

La comunità di Albosaggia nel 1589 contava, con tutte le contrade, più di 350 fuochi (Ninguarda 1589), nel 1624 2.180 abitanti (Perotti 1992A), nel 1797, infine, 3.000 abitanti (Massera 1991A).

1797 1798
Dopo il congedo degli ufficiali grigioni in Valtellina avvenuto nel giugno del 1797, nel comune di Albosaggia si insediò un comitato di giustizia, che cessò ufficialmente dalle proprie funzioni con l’organizzazione del potere giudiziario nel dipartimento d’Adda e Oglio (determinazione 17 nevoso anno VII).
Il comitato di giustizia di Albosaggia era formato da cinque soggetti (elenco dei tribunali 1798), con sola giurisdizione in materia civile, per i quali fu valutato un indennizzo di lire 30 di Milano al mese (indennizzo dei tribunali 1798).

1798 1815
In base al progetto di divisione in distretti della Valtellina e Bormio (progetto 2 dicembre 1797), il comune di Albosaggia sarebbe stato inserito nel distretto 5° con capoluogo Sondrio.
Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Albosaggia apparteneva al distretto di Castione.
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda e Oglio (legge 11 vendemmiale anno VII), il comune di Albosaggia fu compreso nel distretto V di Sondrio.
Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Albosaggia era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario.
Nel nuovo piano di distrettuazione provvisoria del dipartimento del Lario, in esecuzione del decreto 14 novembre 1802, il comune di Albosaggia venne ricollocato nel V distretto dell’ex Valtellina con capoluogo Sondrio (quadro dei distretti 1802), nel quale fu confermato, comune di III classe, nel 1803 (elenco dei comuni 1803).
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Albosaggia venne ad appartenere al cantone I di Sondrio: comune di III classe, contava 2.500 abitanti.

Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, figurava il comune denominativo di Albosaggia, con 1.570 abitanti (prospetto dei comuni 1807).
Il progetto per la concentrazione dei comuni del dipartimento dell’Adda, seguito al decreto 14 luglio 1807, prevedeva l’aggregazione di Faedo e Cajolo al comune denominativo di Albosaggia, nel cantone I di Sondrio.
A seguito dell’approvazione del compartimento (decreto 31 marzo 1809), fu eseguita la concentrazione dei comuni, con decorrenza dal 1 gennaio 1810; tale comparto, confrontato con quello in corso nel 1796, fu rimesso il 23 agosto 1814 alla reggenza provvisoria del regno d’Italia e fu confermato nel 1815, dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel regno lombardoveneto (comparto 1 maggio 1815): a quest’ultima data Albosaggia (con 2.860 abitanti totali, 1.800 Albosaggia da solo) figurava comune principale del cantone I di Sondrio, unitamente ai comuni aggregati di Faedo e Caiolo. L’8 agosto 1814 il comune di Albosaggia aveva espresso un indirizzo di fedeltà all’Austria (Massera 1981A).

1816 1859
In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardoveneto (notificazione 12 febbraio 1816) e all’elenco dei comuni riordinato dall’imperial regia delegazione provinciale, il comune di Albosaggia con San Salvatore fu inserito nel distretto I di Sondrio (prospetto dei comuni 1816). Albosaggia con San Salvatore, comune con consiglio, fu confermato nel distretto I di Sondrio in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844).
Nel 1853 (notificazione 23 giugno 1853), Albosaggia con le frazioni San Salvatore, Monaci, Segrada e Paribelli era comune con consiglio comunale senza ufficio proprio e con una popolazione di 1.494 abitanti sempre inserito nel distretto I di Sondrio.
legisl. Ordini, Albosaggia: Ordini della comunità di Albosaggia (22 febbraio 1670), Comune di Albosaggia, con approvazione del luogotenente del governatore di valle, e la partecipazione del decano, AP Albosaggia, pubblicati in SosioPaganoni 1987.

bibl. Cavallari 1961C: Ugo Cavallari, La chiesa di Santa Caterina di Albosaggia, “Bollettino della Società storica valtellinese ”, 1961; Forza 1990: Ornella Forza, La Comunità di Albosaggia. Regime fondiario e paesaggio agrario, “Rassegna economica della provincia di Sondrio”, 1990; SosioPaganoni 1987: Dante Sosio, Cecilia Paganoni, Albosaggia. Appunti di storia e di arte. Vita contadina. Tradizioni e leggende, Sondrio, 1987, Studi e ricerche nella valle dell’Adda.

Parrocchia di Santa Caterina sec. XV [1989]
Parrocchia della diocesi di Como. Intorno alla metà del XIV secolo il capitolo di Sondrio si era sciolto, in seguito all'introduzione del sistema fiscale delle riserve, annate e commende con la conseguente "cumulatio beneficiorum" e non residenza dei canonici. Le comunità foranee si erano viste costrette a cercarsi e a mantenere a proprie spese un beneficiale. Per questo motivo iniziarono le agitazioni di Albosaggia nel 1348, di Caiolo nel 1377 e 1457, della Valmalenco nel 1511, di Castione e Valmalenco nel 1572 (Salice 1969).
Il 30 aprile 1377 il canonico di Sant'Agnese di Somma Giovanni de Bonomini, vicario generale del vescovo Enrico Sessa, eresse la chiesa di Santa Caterina di Albosaggia, insieme a quella di San Vittore di Caiolo, in vicecura, autorizzando le due comunità ad eleggersi e a tenere a proprie spese uno o più sacerdoti, con la facoltà di amministrare i sacramenti ed esercitare la cura d'anime indipendentemente dall'arciprete di Sondrio (Salice 1969). Per Albosaggia si ha un atto di elezione di un parroco nel 1471, citato da don Santo Monti e derivato dall'archivio parrocchiale di Albosaggia (Xeres 1999). Nell'elenco del clero allegato agli atti del sinodo comense convocato nel 1565 dal vescovo Gianantonio Volpi la chiesa di Santa Caterina di Albosaggia è attestata nella pieve di Sondrio, con un proprio rettore (Sinodo Volpi 1565). Nel 1676 fu elevata a prepositurale e collegiata (Xeres, Antonioli 1996).
Nel 1614, all'epoca della visita pastorale del vescovo Filippo Archinti nella pieve di Sondrio, nella chiesa parrocchiale di Santa Caterina di Albosaggia era stata fondata la confraternita della Dottrina Cristiana (Visita Archinti 16141615).
La chiesa di Santa Caterina di Albosaggia è attestata alla fine del XVIII secolo come collegiata con un preposito e cinque canonici nel vicariato di Sondrio (Ecclesiae collegiatae 1794).
Nel 1798 entro i confini della parrocchia di Albosaggia esistevano le chiese di San Salvatore, comparrocchiale, di Sant'Antonio, della Madonna detta de' Mosconi, di San Giacomo sul Monte. Nella chiesa parrocchiale di Santa Caterina era eretta la confraternita del Santissimo Sacramento. Il numero delle anime della parrocchia era di circa 2200 (Quesiti Amministrazione Adda e Oglio, 1798).
Nel 1893, anno della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari, la rendita netta del beneficio parrocchiale era di lire 278.48. Entro i confini della parrocchia di Albosaggia, di nomina comunitativa, si avevano le chiese dei Santi apostoli Filippo e Giacomo, di Maria Vergine Annunciata, di Sant'Antonio di Padova, di San Salvatore e di San Giacomo maggiore apostolo, l'oratorio di San Ciriaco martire, attiguo alla parrocchiale e di pertinenza della confraternita e altri cinque oratori appartenenti a famiglie private. Nella chiesa parrocchiale di Santa Caterina vergine e martire di Albosaggia si avevano la confraternita del Santissimo Sacramento, maschile e femminile, che risultava eretta canonicamente dal vescovo Filippo Archinti il 14 febbraio 1612 e la confraternita del Santissimo Rosario, eretta nel 1612 all'altare del Santissimo Rosario dal padre Benedetto da Milano come delegato del padre Massimo da Castelgoffredo, priore del convento di Sant'Antonio di Morbegno, e confermata con bolla pontificia del 15 gennaio 1615. Ad Albosaggia esistettero anche la confraternita della scuola di Santa Maria i cui estremi cronologici, sulla base della documentazione del locale archivio, vanno dal 1590 al 1598, la confraternita del Santissimo Rosario, la confraternita del Santissimo Sacramento, anch'essa eretta nel 1612, la confraternita delle anime purganti, di cui è segnalato un atto del 1772, la confraternita della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, istituita il 29 marzo 1896, e la confraternita della Dottrina Cristiana, eretta nel 1646. Il numero dei parrocchiani era di 2500 unità (Visita Ferrari, Vicariato di Sondrio).

Nel corso del XX secolo, la parrocchia di Albosaggia rimase sempre compresa nel vicariato foraneo di Sondrio; a seguito del decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como, fu assegnata alla zona pastorale XIII della Media Valtellina e al vicariato di Sondrio (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato C della Bassa Valtellina (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). [A. Bar.]

Comune di Andalo.                                                                 

1778 1797
La terra di Andalo, compresa nella giurisdizione del terziere inferiore della Valtellina, e della squadra di Morbegno, ebbe dall’antichità comunanza di storia con Delebio e Rogolo: fece parte infatti del comune di Delebio e successivamente di quello di Rogolo, da cui si staccò tra il 1767 e il 1778 per costituire un comune autonomo, non senza strascichi giudiziari.

Dal “Prospetto della divisione del territorio tra li Comuni di Andalo e di Rogolo” risalente all’anno 1782 risulta che i beni comunali pervenuti alla comunità di Andalo erano il gerone nelle Albere, il pascolo al Dolendo, la Rattina, il pascolo verso sera dei Bornigoli, altri pascoli e geroni della Lesina e boschi per un totale di circa 250 pertiche (Toponimi, Andalo).
La comunità di Andalo nel 1797 contava 380 abitanti (Massera 1991A).

1798 1809
In base al progetto di divisione in distretti della Valtellina e Bormio (progetto 2 dicembre 1797), il comune di Andalo sarebbe stato inserito nel distretto 1° con capoluogo Morbegno.
Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Andalo apparteneva al distretto di Delebio.
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda e Oglio (legge 11 vendemmiale anno VII), il comune di Andalo fu compreso nel distretto IV di Morbegno.
Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Andalo era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario.
Nel nuovo piano di distrettuazione provvisoria del dipartimento del Lario, in esecuzione del decreto 14 novembre 1802, il comune di Andalo venne ricollocato nel IV distretto dell’ex Valtellina con capoluogo Morbegno (quadro dei distretti 1802), nel quale fu confermato, comune di III classe, nel 1803 (elenco dei comuni 1803).
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805) il comune di Andalo venne ad appartenere al cantone V di Morbegno: comune di III classe, contava 371 abitanti.
Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, figurava il comune denominativo di Andalo, con 372 abitanti (prospetto dei comuni 1807).
Il progetto per la concentrazione dei comuni del dipartimento dell’Adda, seguito al decreto 14 luglio 1807, prevedeva l’aggregazione di Andalo con Piantedo, Rogolo, Delebio nel comune denominativo di Delebio, nel cantone V di Morbegno.
A seguito dell’approvazione del compartimento (decreto 31 marzo 1809), fu eseguita la concentrazione dei comuni, con decorrenza dal 1 gennaio 1810; tale comparto, confrontato con quello in corso nel 1796, fu rimesso il 23 agosto 1814 alla reggenza provvisoria del regno d’Italia e fu confermato nel 1815, dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel regno lombardoveneto (comparto 1 maggio 1815): a quest’ultima data, Andalo figurava (con 372 abitanti), insieme a Piantedo e Rogolo, come comune aggregato al comune principale di Delebio, nel cantone V di Morbegno.

1816 1859
In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardoveneto (notificazione 12 febbraio 1816) e all’elenco riordinato dall’imperial regia delegazione provinciale, con l’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio, il comune di Andalo fu inserito nel distretto IV di Morbegno (prospetto dei comuni 1816).
Andalo, comune con convocato, fu confermato nel distretto IV di Morbegno in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844).
Nel 1853 (notificazione 23 giugno 1853), Andalo, comune con convocato generale e con una popolazione di 366 abitanti, fu compreso nel distretto III di Morbegno.

bibl. Toponimi, Andalo: Irma Ruffoni, Aurelia Dell’Oca (a cura di), Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi. Territorio comunale di Andalo, Sondrio, Società storica valtellinese, 1973.

Parrocchia della Beata Vergine Immacolata
sec. XVIII [1989]
Parrocchia della diocesi di Como. Sarebbe stata eretta dopo la metà del XVIII secolo, con territorio smembrato da Rogolo (Visita Ninguarda 15891593, note). La chiesa di Santa Maria "sine labe Concepta" di Andalo è attestata come parrocchia alla fine del XVIII secolo nel vicariato di Morbegno, comprendente le parrocchie incluse nella giurisdizione civile della squadra di Morbegno (Ecclesiae collegiatae 1794).
Nel 1898, anno della visita pastorale del vescovo Teodoro Valfré di Bonzo, la rendita netta del beneficio parrocchiale era di lire 255.19. Entro i confini della parrocchia di Andalo, di nomina comunitativa, non esistevano altri luoghi di culto eccettuata la parrocchiale. Nella chiesa parrocchiale della Beata Vergine Immacolata si avevano le confraternite del Santissimo Sacramento, del Rosario, della Dottrina Cristiana. Il numero dei parrocchiani era 500 (Visita Valfré di Bonzo, Vicariato di Morbegno).
Nel corso del XIX e XX secolo, la parrocchia di Andalo Valtellino è sempre stata compresa nel vicariato foraneo di Morbegno, fino al decreto 1 gennaio 1938 del vescovo Alessandro Macchi, quando fu inclusa nel vicariato foraneo di Delebio insieme alle parrocchie di Delebio, Piantedo e Rogolo (decreto 1 gennaio 1938 III/b) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1938). Con decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como, fu assegnata alla zona pastorale XII della Bassa Valtellina e al vicariato di Morbegno (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con il decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato A della Bassa Valtellina (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). [A. Bar.]

Comune di Aprica.                                                                 

1816 1823
Nella compartimentazione territoriale del regno lombardoveneto (notificazione 12 febbraio 1816) non era prevista la formazione di un comune denominativo di Aprica. Il deputato di Valtellina conte Guicciardi, ammessa l’imprescindibilità della divisione del comune di Teglio, di cui Aprica aveva sempre fatto parte, per motivi politici e per l’attivazione del nuovo sistema censuario, propose la formazione di un comune dall’unione delle antiche vicinanze di Carona e Aprica (Guicciardi 1816); l’imperial regia delegazione provinciale sostenne l’opportunità dell’istituzione del comune di Aprica, basandosi sulla divisione delle parrocchie di Teglio (Delegazione provinciale 1816). Con l’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio, il comune di Aprica con Motta fu inserito nel distretto III di Tirano (l’imperial regia delegazione provinciale ne aveva proposto l’inserimento nel distretto II di Ponte).
In data 29 ottobre 1823 l’imperial regio governo partecipò d’aver approvato con dispaccio 1823 ottobre 21 n. 31839/3866 la riaggregazione a Teglio del territorio di Aprica e di avere ordinato alla delegazione provinciale di disporne l’unificazione amministrativa per il 1824 (aggregazione di Aprica, 1823; concentrazione di Aprica, 1823).

arch. aggregazione di Aprica, 1823: Partecipazione dell’imperial regio governo sull’approvazione della riaggregazione a Teglio dell’antico territorio di Boalzo, San Giacomo, Carona e Aprica, 29 ottobre 1823, ASMi, Catasto, cart. 762; concentrazione di Aprica, 1823: Elenco delle variazioni avvenute nel compartimento territoriale della provincia di Sondrio dal 1 maggio 1816: data e numero dei decreti di approvazione delle concentrazioni di comuni, in “Prospetto indicante le eseguite concentrazioni di Comuni nella Provincia di Sondrio dopo la pubblicazione della Governativa Notificazione 12 Febbraio 1816”, Sondrio, 30 maggio 1843, ASMi, Catasto, cart. 756.

Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo 1427 [1989]
Parrocchia della diocesi di Como. Sottomessa alla giurisdizione della pieve di Teglio, la vicinanza di Aprica ottenne, nel 1349, dal vescovo Bonifacio da Modena, il diritto di giuspatronato sulla chiesa locale con diritto di sceglierne il beneficiale. In considerazione della notevole distanza dalla chiesa matrice, veniva costituita in parrocchia nel 1427 (Xeres, Antonioli 1996).
In un atto datato 14 novembre 1439 si ha la conferma dell'elezione del "parocus" di San Pietro di Aprica (Collationes Benefitiorum, vol. II, p. 727; Index alphabeticus); due documenti, datati rispettivamente 26 agosto 1439 e 7 giugno 1458, attestano la "collatio parochialis ecclesie" di San Pietro di Aprica nella  pieve di  Teglio (Collationes Benefitiorum,  vol.  II,  p. 585;  Index alphabeticus).
Nel 1614, all'epoca della visita pastorale del vescovo Filippo Archinti nella pieve di Teglio, entro i confini della parrocchia di San Pietro di Aprica esisteva la chiesa di Santa Maria. Il numero dei parrocchiani era di circa 400 anime per un totale di 86 famiglie (Visita Archinti 16141615).
Nel 1651 la chiesa parrocchiale di San Pietro di Aprica risulta elencata in un vicariato esteso sul territorio che costituiva il terziere superiore Valtellina e sulla giurisdizione di Teglio, coincidente con la pieve di Teglio, la pieve di Villa con il contado di Poschiavo, la pieve di Mazzo, ciascuna delle quali corrispondeva a una "congregatio" del clero; Aprica era compresa nella "congregatio prima" (Ecclesiae collegiatae 1651).
La chiesa di San Pietro di Aprica è attestata nel 1758 come parrocchiale nella pieve e vicariato di Teglio (Ecclesiae collegiatae 1758); non molti anni dopo la chiesa aveva assunto la denominazione dei Santi Pietro e Paolo (Ecclesiae collegiatae 1794).
Verso la fine del XVIII secolo il beneficio parrocchiale era conferito dal vescovo di Como. Nella parrocchia era fondata una confraternita del Santissimo Sacramento (Quesiti Amministrazione Adda e Oglio, 1798).
Nel 1893, anno della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari, la rendita netta del beneficio parrocchiale era di lire 640; la rendita netta della coadiutoria di lire 700. Entro i confini della parrocchia di Aprica si aveva la chiesa filiale della Beata Vergine Assunta, l'oratorio di San Giovanni di proprietà della confraternita del Santissimo Sacramento e l'oratorio del cimitero dedicato al Santissimo Crocefisso e alle anime purganti. Nella chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo di Aprica, di nomina vescovile, esisteva la confraternita del Santissimo Sacramento, sia maschile che femminile. Il numero dei parrocchiani era di 1030 (Visita Ferrari, Vicariato di Teglio).
Con decreto 16 luglio 1904 il vescovo Teodoro Valfré di Bonzo concesse al parroco pro tempore di Aprica il titolo di prevosto; il vescovo Felice Bonomini riconobbe la deliberazione del predecessore con decreto 26 maggio 1955 (decreto 26 maggio 1955Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1955).

Nel corso del XX secolo la parrocchia dei Santi Pietro e Paolo di Aprica è sempre stata compresa nel vicariato foraneo di Teglio; con decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como, fu assegnata alla zona pastorale XIV dell'Alta Valtellina e al vicariato di Tirano (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato A dell'Alta Valtellina (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). [A. Bar.]

Pieve di Ardenno. 
                                                                

sec. XII sec. XIV
A seguito della divisione amministrativa della città e territorio di Como disposta dal podestà comense marchese Bertoldo de Hohenburg nel 1240 la pieve di Ardenno venne compresa nella circoscrizione di porta San Lorenzo, insieme alle pievi di Sondrio, Berbenno, Chiavenna, Samolaco, Olonio. Nel 1279 fu confermata l’appartenenza della pieve di Ardenno alla porta San Lorenzo (Gianoncelli 1982).
Tra le comunità valtellinesi, appartennero alla pieve di Ardenno: Ardenno, Morbegno, Albaredo, Bema, Talamona, Forcola, Civo, Dazio, Campovico, Buglio.
Il territorio della pieve di Ardenno, unitamente a quello della pieve di Olonio dal ponte Marcio o Pontascio in su, costituì il terziere inferiore della Valtellina.

Comune di Ardenno.
                                                        

sec. XIV 1797
Comune del terziere inferiore della Valtellina, e della squadra di Traona, fu capo di pieve.
Nel 1335 (Statuti di Como) compariva come “comune loci de Ardenno”. All’epoca della visita pastorale del vescovo Ninguarda, nel 1589, era una comunità di piccole dimensioni, contando da sola solamente 40 fuochi. Le rimanenti contrade che formavano il comune erano complessivamente più popolose, per un totale stimato in più di 2.500 abitanti: Cavaleri, Masino, Arsizio, Scheneno, Biolo, Pioda, Piazzalunga, Gaggio. Biolo e Piazzalunga avevano circa 60 fuochi ciascuna (Ninguarda 1589).
Nella descrizione del Quadrio, formavano la comunità di Ardenno le contrade di Gadio, Piazzalonga, Plota, Bioli, Sceneno, La Fossa, Masino, Palazzo (Quadrio 1755). Al territorio di Ardenno appartenne anche il villaggio di Campo in Val di Tartano (Orsini 1959A; Gusmeroli 1989).

Da un verbale di consiglio della comunità di Ardenno dell’8 giugno 1797 per l’adesione alla repubblica cisalpina, risulta che il comune era composto dalle squadre di Ardenno, Scheneno, Pioda, Piazzalunga, Gaggio, Cavallari, Camero e Ciampini di Biolo (Balatti 1960). Nello stesso anno la comunità di Ardenno contava 1.133 abitanti (Massera 1991A).

1797 1798
Dopo il congedo degli ufficiali grigioni in Valtellina avvenuto nel giugno del 1797, nel comune di Ardenno si insediò un comitato di giustizia, che cessò ufficialmente dalle proprie funzioni con l’organizzazione del potere giudiziario nel dipartimento d’Adda e Oglio (determinazione 17 nevoso anno VII).
Il magistrato civile di Ardenno era competente su “molte vicine Comuni, e tutta la Valle del Masino staccatesi dalla Magistratura di Traona” (Guicciardi 1798). Il comitato di giustizia di Ardenno era composto da cinque membri (elenco dei tribunali 1798), per i quali fu valutato un indennizzo di lire 3 di Milano al giorno ciascuno (indennizzo dei tribunali 1798).

1798 1815
In base al progetto di divisione in distretti della Valtellina e Bormio (progetto 2 dicembre 1797), Ardenno sarebbe stato inserito nel distretto 3° come comune capoluogo.
Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Ardenno era posto a capo dell’omonimo distretto.
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda e Oglio (legge 11 vendemmiale anno VII), il comune di Ardenno fu compreso nel distretto IV di Morbegno.
Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Ardenno era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario.
Nel nuovo piano di distrettuazione provvisoria del dipartimento del Lario, in esecuzione del decreto 14 novembre 1802, il comune di Ardenno venne ricollocato nel IV distretto dell’ex Valtellina con capoluogo Morbegno (quadro dei distretti 1802), nel quale fu confermato, comune di III classe, nel 1803 (elenco dei comuni 1803).
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Ardenno venne ad appartenere al cantone V di Morbegno: comune di III classe, contava 1.500 abitanti.

Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, il comune denominativo di Ardenno, con 1.232 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Gaggia (100), Piazzalonga (80), Biolo (452), Pioda (80), Schenone (90), Masino (40), Ardenno (390prospetto dei comuni 1807).
Il progetto per la concentrazione dei comuni del dipartimento dell’Adda, seguito al decreto 14 luglio 1807, prevedeva l’aggregazione di Ardenno, Buglio, Valmasino, Forcola nel comune denominativo di Ardenno, nel cantone V di Morbegno. Nelle sue osservazioni al progetto, visto in forma riservata, tra novembre e dicembre del 1807, il consultore di stato e direttore generale della polizia Guicciardi propose la concentrazione di Ardenno con Buglio, unendo invece Forcola a Talamona, e Valmasino a Civo (Guicciardi 1807).
A seguito dell’approvazione del compartimento (decreto 31 marzo 1809), fu eseguita la concentrazione dei comuni, con decorrenza dal 1 gennaio 1810; tale comparto, confrontato con quello in corso nel 1796, fu rimesso il 23 agosto 1814 alla reggenza provvisoria del regno d’Italia e fu confermato nel 1815, dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel regno lombardoveneto (comparto 1 maggio 1815): a quest’ultima data Ardenno figurava (con 2.257 abitanti totali, 1.232 da solo) comune principale del cantone V di Morbegno, unitamente ai comuni aggregati di Buglio e Forcola. L’8 agosto 1814 il comune di Ardenno aveva espresso un indirizzo di fedeltà all’Austria (Massera 1981A).

1816 1859
In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardoveneto (notificazione 12 febbraio 1816) era prevista la formazione dei due distinti comuni di Ardenno con Gaggio e di Biolo. Il deputato di Valtellina conte Guicciardi osservò che tali località avevano “sempre formato un solo comune” e non si potevano separare per la promiscuità del piano e pascolo pubblico, che sarebbe rimasto tutto al solo comune di Ardenno; sarebbe stato quindi “indispensabile di sospendere la divisione, massime che essendo l’intiera Comune aggravata di moltissimi debiti gli interessi dei quali vengono pagati in gran parte con l’affitto di una porzione dei pascoli, Biolo verrebbe privato di questa risorsa” (Guicciardi 1816). L’imperial regia delegazione provinciale, tenendo conto delle osservazioni del Guicciardi, propose la formazione del comune unitario di Ardenno con Gaggio e Biolo (Delegazione provinciale 1816), che con l’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio fu inserito nel distretto IV di Morbegno. La variazione al compartimento del 1816 introdotta dalla delegazione provinciale venne abilitata con decreto governativo 1817 febbraio 7 n. 3545/123 (variazione al compartimento di Ardenno, 1817).
Ardenno, Biolo con Piazzalunga, Pioda e Schenedo, comune con consiglio, fu confermato nel distretto IV di Morbegno in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844).

Nel 1853 (notificazione 23 giugno 1853), Ardenno con le frazioni Biolo con Piazzalunga, Pioda e Schenedo, Masino, comune con consiglio senza ufficio proprio e con una popolazione di 1.863 abitanti, fu inserito nel distretto III di Morbegno.

arch. variazione al compartimento di Ardenno, 1817: Prospetti provinciali delle variazioni apportate nella compartimentazione territoriale dopo la notificazione 12 febbraio 1816 fino all’ 11 febbraio 1820: estremi dei decreti governativi di abilitazione alle variazioni di compartimento territoriale, ASMi, Censo p.m., cart. 775.

Parrocchia di San Lorenzo sec. XVI [1989]
Parrocchia della diocesi di Como. In epoca posttridentina, la parrocchia plebana di San Lorenzo di Ardenno fu, probabilmente non in modo stabile, sede vicariale. Alla metà del
XVII secolo Ardenno era parte di un vicariato esteso al territorio del terziere inferiore della Valtellina, articolato in congregazioni. Nel 1651 la prepositura di Ardenno, le parrocchie di Buglio, Biolo, Campovico, Dazio, Forcola e la viceparrocchia di Cataeggio costituivano la "congregatio tertia in vicariatu terzerij inferioris Vallis Tellinae Squadrae Trahonae" (Ecclesiae collegiatae 1651). Nel corso del XVIII secolo il vicariato di Ardenno era coincidente con quanto rimaneva dell’originario territorio plebano, decurtato via via dal passaggio delle singole cure alle giurdisdizioni     di           Traona, Talamona, Morbegno.
Nel 1614, all'epoca della visita pastorale del vescovo Filippo Archinti nella pieve di Ardenno, nella chiesa di San Lorenzo esisteva un solo canonicato, rivestito dal preposito, ed era costituita la confraternita della Dottrina Cristiana (Visita Archinti 1614 1615).
Nel 1798 il beneficio prepositurale ammontava a denari 1109.16, ad esclusione di rendite di generi in natura. La parrocchia di Ardenno comprendeva 205 fuochi, per un totale di circa 1130 anime. Era eretta nella chiesa di San Lorenzo una confraternita del Santissimo     Sacramento    (Quesiti Amministrazione Adda e Oglio, 1798). Nel 1893, all’epoca della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari, Ardenno era sempre sede vicariale. La rendita netta del beneficio parrocchiale era di lire 1560.97; la rendita netta del beneficio coadiutorale dei Santi Vincenzo e Simone di Ardenno, di nomina alternativa del parroco e del consiglio comunale, era di lire 363.53; la rendita netta della cappellania coadiutorale di San Rocco in Gaggio era di lire 718.90; esistevano anche i due benefici di Sant'Abbondio e di San Gottardo, fondati nella parrocchia di Ardenno, di nomina dei frazionisti. Entro i confini della parrocchia di San Lorenzo di Ardenno, di nomina vescovile, esistevano gli oratori di San Giuseppe, San Rocco, Sant'Antonio, di San Lucio, di patronato dei frazionisti, tutti in frazione Gaggio; San Giovanni Battista in Valmala, di patronato delle famiglie Pedrola; San Pasquale Baylon, di proprietà della confraternita del Santissimo Sacramento; San Francesco da Paola e San Vincenzo Ferreri, di proprietà della famiglia Migazzi; Santa Maria Vergine Immacolata, di patronato della famiglia Guicciardi;San Pietro apostolo al Masino, di proprietà dei frazionisti; e le chiese di Sant'Antonio e Sant'Abbondio di Piazzalunga; San Gottardo di Pioda; San Sebastiano di Setunino; Beata Vergine del Buon Consiglio di Gaggio. Nella chiesa parrocchiale di San Lorenzo di Ardenno si avevano le confraternite del Santissimo Sacramento e del Santissimo Rosario. Il numero dei parrocchiani era 2271. Il clero era costituito dal parroco e da un coadiutore (Visita Ferrari, Vicariato di Ardenno).
Nel corso del XX secolo la parrocchia di San Lorenzo di Ardenno è sempre stata sede vicariale, fino al decreto 29 gennaio 1968 per l'istituzione delle zone pastorali nella diocesi di Como, in seguito al quale fu assegnata alla zona pastorale XII della Bassa Valtellina e al vicariato di Traona (decreto 29 gennaio 1968) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968); con il decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato C della Bassa Valtellina (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). [A. Bar.]

Pieve di San Lorenzo sec. XI sec. XVIII

Pieve della diocesi di Como. Ardenno è citata, insieme alle pievi di Olonio, Berbenno, Poschiavo e Bormio, in un documento del 1010, con il quale il vescovo Alberico fondava in Como il monastero di Sant'Abbondio e gli faceva dono dei redditi già appartenuti alla mensa vescovile (Fattarelli 1986). Al principio dell'XI secolo la pieve di Ardenno estendeva la propria giurisdizione su un territorio che comprendeva Buglio, Forcola, Talamona, Morbegno fino al Bitto; sulla destra dell'Adda la valle del Masino, Dazio, Campovico, Desco, Cevo, Caspano, Roncaglia e Civo. Nel 1208 San Martino di Morbegno si staccò dalla matrice di San Lorenzo (Ardenno. Strade e contrade); sempre nel XII secolo la chiesa di Talamona cominciò a rendersi indipendente dalla plebana di Ardenno. Alla fine del XIII secolo nella chiesa plebana e prepositurale di San Lorenzo di Ardenno il collegio canonicale era composto dal preposito e da due canonici. Nell'ambito della pieve un cappellano era preposto alla chiesa di San Martino di Morbegno (Perelli Cippo 1976).
Nel XV secolo, dopo il trasferimento della sede plebana da Olonio a Sorico, Traona, Dubino, Mello e Mantello, già incluse nella pieve di Olonio, si posero sotto la giurisdizione della pieve di Ardenno. Dagli atti della visita pastorale compiuta nel 1445 dal vescovo Gerardo Landriani nella chiesa plebana di San Lorenzo, risulta che il collegio canonicale era formato da due canonici, oltre al preposito. La rendita della prepositura consisteva in 18 "some", 7 "condia" e 16 "librae" imperiali, "sed solebant esse some viginti octo bladi"; ogni canonicato rendeva circa otto ducati. Al preposito di Ardenno spettava la conferma della nomina del rettore della "ecclesia parochialis" di San Fedele di Buglio (Visita Landriani 1444 1445). Nel corso del XV secolo si separò da Ardenno la chiesa di Dazio; tale separazione fu formalizzata da Baldassarre Rivo, vicario di Gerardo Landriani, senza interpellare il pievano. Oltre alla perdita delle primizie, la chiesa matrice fu danneggiata anche dal fatto che il rettore di Dazio estendeva i propri servizi anche a Campovico, ancora dipendente da Ardenno (Visita Landriani 14441445, Introduzione).
Nell'elenco del clero allegato agli atti del sinodo comense convocato nel 1565 dal vescovo Gianantonio Volpi, è menzionato il preposito della chiesa di San Lorenzo di Ardenno; nella pieve esercitavano il loro ministero i rettori delle chiese di Buglio, Dazio, Caspano, Roncaglia, Cino, Campovico, Forcola, Tartano, Morbegno, Talamona, Bema, Albaredo, Valle (Sinodo Volpi 1565). La chiesa di San Gregorio di Forcola, posta sul versante opposto del fiume Adda rispetto ad Ardenno, aveva iniziato a rendersi indipendente nel 1564 (Ardenno. Strade e contrade).Negli atti della visita pastorale del vescovo Feliciano Ninguarda, Morbegno viene designata come pieve a sè e sotto la sua giurisdizione sono ricondotte le parrocchie di Valle, Albaredo, Sacco, Talamona, le vicecure di Bema, Campo e Tartano. Nella pieve di Ardenno invece sono collocate le parrocchie di Dazio, Caspano, Civo, Buglio (Visita Ninguarda 15891593). Sempre nell'anno 1589 la popolazione di Biolo chiese che la chiesa del paese fosse separata dalla matrice di San Lorenzo. Il Ninguarda accolse l'istanza e dichiarò la chiesa curata: essa sarebbe diventata parrocchiale solo qualche anno più tardi, nel 1592 (Ardenno. Strade e contrade). Negli atti della visita pastorale compiuta dal vescovo Filippo Archinti nel 1614, alla pieve di Ardenno sono riferite le cure di Biolo, Forcola (le uniche visitate), Dazio, Campovico, Buglio. Morbegno e Traona sono designate come squadre, comprendenti le cure esistenti nel territorio delle rispettive giurisdizioni civili; nel caso di Traona anche quelle di Roncaglia, Caspano e Civo, rivendicate dal preposito di Ardenno (Visita Archinti 16141615). Roncaglia fu eretta in parrocchia nel 1633.Per tutta l’epoca posttridentina, e in pratica fino agli inizi del XX secolo, il termine pieve venne usato quasi esclusivamente per indicare una circoscrizione territoriale, coincidente con l’originaria giurisdizione della chiesa plebana, dalla quale nel tempo si vennero distaccando i centri minori con la costituzione di nuove parrocchie. Su tale base territoriale si venne a sovrapporre, ma non sempre a coincidere, la struttura vicariale, di valenza più marcatamente istituzionale. Spettava ai vicari foranei, infatti, presiedere le congregazioni dei parroci. Nel 1629 il titolo e l'ufficio di vicario foraneo vennero trasferiti, per decisione del vescovo Lazzaro Carafino, dal preposito di Ardenno a quello di Talamona (Ardenno. Strade e contrade).
Alla metà del XVII secolo risultava costituito un vicariato esteso sulla pieve di Ardenno e sulle squadre di Traona e Morbegno, cioè sul territorio costituente il terziere inferiore della Valtellina, ciascuna delle quali coincideva con una "congregatio" del clero. Nel 1651 la prepositura di Ardenno, le parrocchie di Buglio, Biolo, Campovico, Dazio, Forcola e la viceparrocchia di Cataeggio costituivano la "congregatio tertia in vicariatu terzerij inferioris Vallis Tellinae Squadrae Trahonae" (Ecclesiae collegiatae 1651).
Il vescovo Agostino Maria Neuroni nel gennaio del 1748 rinnovò al preposito della chiesa di San Lorenzo di Ardenno la facoltà di portare le insegne prepositurali (Visita Ninguarda 15891593, note). Nel 1775 rimanevano subordinate al preposito di Ardenno le chiese parrocchiali di Buglio, Campovico e Dazio; nonostante fossero state smembrate dalla prepositura, i loro parroci erano ancora tenuti a prestare servizio presso San Lorenzo nel giorno della sua consacrazione (Quadrio 17751776). Il 12 giugno 1780 la chiesa parrocchiale e prepositurale di Sant'Alessandro di Traona fuelevata al rango di arcipretale e plebana, per volontà del vescovo Giambattista Mugiasca, a istanza dei nobili di Traona, ed ebbe unite a sè con "plebanato di semplice onore" le chiese di Monastero, Dubino, Mantello, Cino, Cercino, Mello, Civo, Roncaglia, San Martino in Val Masino, Cataeggio (Visita Ninguarda 15891593, note; Ardenno. Strade e contrade). La pieve di San Lorenzo ufficialmente non perse nulla in diritto, ma si trovò di fatto menomata nella sua importanza. Nello stesso tempo anche Buglio si staccò dalla matrice di Ardenno per assoggettarsi al vicariato di Traona. Il 21 gennaio 1819 la parrocchia di Buglio venne riannessa al vicariato di Ardenno con decreto del vescovo Carlo Rovelli (Ardenno. Strade e contrade). [A. Bar.]

Vicariato foraneo di Ardenno sec. XVIII 1968

In epoca posttridentina, stabilmente a partire dal XVII secolo, alla circoscrizione territoriale coincidente con l’originaria giurisdizione della chiesa plebana, si venne a sovrapporre, ma non sempre a coincidere, la struttura vicariale, di valenza più marcatamente istituzionale. Spettava ai vicari foranei, infatti, presiedere le congregazioni dei parroci. Alla metà del XVII le parrocchie della pieve di Ardenno risultavano riunite in una congregazione inclusa in un unico vicariato esteso al territorio del terziere inferiore della Valtellina (Ecclesiae collegiatae 1651). Alla metà del XVIII secolo la pieve di Ardenno era identificata come un vicariato a sè, comprendente le parrocchie di Ardenno; Biolo; Buglio; Campovico; Dazio; Forcola (Sirta), e le viceparrocchie di Cataeggio e San Martino (Val MasinoEcclesiae collegiatae 1758). Nel 1794 il vicariato era sostanzialmente immutato: Forcola era designata viceparrocchia, e si era aggiunta la viceparrocchia      di      Alfaedo        (Ecclesiae collegiatae 1794).
Le parrocchie di Campovico e Dazio dovettero passare dal vicariato di Ardenno al vicariato di Traona tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo.
Il 12 giugno 1780 il vescovo di Como Giambattista Mugiasca, a istanza dei nobili di Traona, eresse, a solo titolo di onore, la chiesa parrocchiale e prepositurale di Sant'Alessandro in arcipretale e plebana, unendo a essa, come plebanato di semplice onore, le parrocchie o viceparrocchie di Caspano, già nel 1758 indicata nel vicariato di Traona (Ecclesiae collegiatae 1758); Cataeggio, tuttavia elencata nella seconda metà del XVIII secolo come viceparrocchia nel vicariato di Ardenno (Ecclesiae collegiatae 1758; Ecclesiae collegiatae 1794);Cercino; Cino; Civo; Dubino; Mantello; Mello; Monastero; Roncaglia; San Martino (Val Masino), nel 1794 elencata ancora nel vicariato di Ardenno (Ecclesiae collegiatae 1794; Visita Ninguarda 15891593, note).
Secondo quanto si desume dal confronto con la “nuova divisione dei distretti compresi nel regno d’Italia e spettanti alla diocesi di Como per le scuole normali”, compilata nel 1816, la “pieve o vicariato” di Ardenno comprendeva le parrocchie di Alfaedo; Ardenno; Biolo; Buglio; Forcola (SirtaDistrettuazione pievana diocesi di Como, 1816).
Nel corso del XIX o tutt’al più all’inizio del XX secolo la parrocchia di San Martino (Val Masino) dovette passare dal vicariato di Caspano, al quale era passata da quello di Traona tra il 1823 e il 1827, a quello di Ardenno. Nel corso del XIX secolo la parrocchia di Cataeggio dovette ritornare dal vicariato di Traona al vicariato di Ardenno. Nell'elenco delle parrocchie distribuite per vicariati, collocato in appendice agli atti del sinodo celebrato nel 1904, sono indicate come appartenenti al vicariato di Ardenno le parrocchie di Alfaedo; Ardenno; Biolo; Buglio; Cataeggio; Cevo; Forcola (Sirta); San Martino (Val Masino)   (Elenco  delle parrocchie, 1905).
Nel 1904 il vescovo di Como Teodoro Valfré di Bonzo, con suo decreto inserito nel sinodo ottavo comense, separò la parrocchia di Cevo dal vicariato di Caspano per unirla al vicariato di Ardenno. Con due nuovi decreti, rispettivamente del 24 febbraio 1906 e del 22 marzo 1930, la popolazione di Cevo ottenne nuovamente l'unione al vicariato di Caspano. Infine con decreto 6 dicembre 1938 del vescovo Alessandro Macchi, la parrocchia di Cevo venne definitivamente separata dal vicariato di Caspano e attribuita al vicariato di Ardenno (decreto 6 dicembre 1938Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1939).
Nel 1955 fu eretta nel vicariato di Ardenno la parrocchia di Villapinta. Nel 1967 il vicariato foraneo di Ardenno comprendeva le parrocchie di Alfaedo; Ardenno; Biolo; Buglio in Monte; Cataeggio; Cevo; Sirta; San Martino (Val Masino); Villapinta (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1967).
Il vicariato foraneo di Ardenno cessò di esistere solo con la revisione della struttura territoriale della diocesi di Como attuata nel 1968. Con decreto 29 gennaio 1968 del vescovo Felice Bonomini, mediante il quale vennero abolite le vicarie fino ad allora esistenti, il territorio della diocesi di Como venne diviso in zone pastorali comprendenti uno o più vicariati foranei; le parrocchie dell’antico vicariato di Ardenno furono comprese nella zona pastorale XII della Bassa Valtellina e nel vicariato di Traona (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). [A. Bar.]

Biolo parrocchia della Beata Vergine Assunta 1592 [1989]
Parrocchia della diocesi di Como. Fu eretta nel 1592 con territorio smembrato da Ardenno. La chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie fu visitata nel 1614 durante la visita pastorale del vescovo Filippo Archinti nella pieve di Ardenno (Visita Archinti 16141615). La chiesa di Santa Maria Assunta di Biolo è attestata alla fine del XVIII secolo come parrocchiale nel vicariato di Ardenno (Ecclesiae collegiatae 1794).
Nel 1798 la parrocchia di Biolo comprendeva 422 anime, per un totale di 80 fuochi circa. Il giuspatronato attivo della cura di Biolo apparteneva ai capifamiglia della comunità. Nella detta chiesa si trovavano una confraternita del Santissimo Sacramento, eretta nella stessa chiesa ma trasferita nel contiguo oratorio, e una compagnia eretta nella chiesa della Madonna Santissima del Rosario sotto la stessa denominazione. La rendita annuale della chiesa registrava una passività di lire 178.16 (Quesiti Amministrazione Adda e Oglio, 1798).
Nel 1893, anno della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari, la rendita netta del beneficio parrocchiale era di lire 489.46. Entro i confini della parrocchia di Biolo esistevano gli oratori di Sant'Antonio di Padova e di San Rocco. Nella chiesa parrocchiale della Beata Vergine Assunta di Biolo, di nomina comunitativa, si avevano le confraternite del Santisssimo Sacramento, aggregata con bolla 10 maggio 1687 all'arciconfraternita del Santissimo Sacramento e Cinque Piaghe, fondata in San Lorenzo in Damaso a Roma, del SantissimoRosario, fondata con bolla 27 agosto 1639, della Dottrina Cristiana, eretta con decreto vescovile 1742. Il numero dei parrocchiani era di 494 (Visita Ferrari, Vicariato di Ardenno).
Nel corso del XIX e XX secolo la parrocchia della Beata Vergine Assunta di Biolo è sempre stata compresa nel vicariato di Ardenno; con decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como fu assegnata alla zona pastorale XII della Bassa Valtellina e al vicariato di Traona (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con decreto 10 aprile 1984 per la revisione della struttura vicariale fu inclusa nel vicariato C della Bassa Valtellina (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). [A. Bar.]

Comune di Bema.
                                                                 

sec. XIV 1797
Comune del terziere inferiore della Valtellina, e della squadra di Morbegno, appartenne alla pieve di Ardenno. A partire dal 1210 compare non più retto da un console, ma da un podestà locale, “communis et hominum” (Orsini 1959A).
Nel 1335 (Statuti di Como) figurava come “comune loci de Bema”.
Nel 1363 il comune di Bema partecipò con un proprio rappresentante alle adunanze delle comunità della giurisdizione di Morbegno (Fattarelli 1986).
Il territorio comunale comprendeva anche la contrada di Faido (Guler 1616) o Taida (Quadrio 1755).
La comunità di Bema nel 1589 contava 100 fuochi (Ninguarda 1589), nel 1624 350 abitanti (Perotti 1992A), nel 1797, infine, 238 abitanti (Massera 1991A).

1798 1809

Dopo il congedo degli ufficiali grigioni in Valtellina avvenuto nel giugno del 1797, il comune di Bema ebbe un proprio giudice, che cessò ufficialmente dalle proprie funzioni con l’organizzazione del potere giudiziario nel dipartimento d’Adda e Oglio (determinazione 17 nevoso anno VII). Il giudice di Bema era coadiuvato da tre assistenti (elenco dei tribunali 1798), per i quali fu valutato un indennizzo di lire 2 di Milano al giorno (indennizzo dei tribunali 1798).
In base al progetto di divisione in distretti della Valtellina e Bormio (progetto 2 dicembre 1797), il comune di Bema sarebbe stato inserito nel distretto 1° con capoluogo Morbegno.
Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Bema apparteneva al distretto di Morbegno.
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda e Oglio (legge 11 vendemmiale anno VII), il comune di Bema fu compreso nel distretto IV di Morbegno. Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Bema era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario.
Nel nuovo piano di distrettuazione provvisoria del dipartimento del Lario, in esecuzione del decreto 14 novembre 1802, il comune di Bema venne ricollocato nel IV distretto dell’ex Valtellina con capoluogo Morbegno (quadro dei distretti 1802), nel quale fu confermato, comune di III classe, nel 1803 (elenco dei comuni 1803).
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Bema venne ad appartenere al cantone V di Morbegno: comune di III classe, contava 248 abitanti.
Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, figurava il comune denominativo di Bema, con 245 abitanti (prospetto dei comuni 1807).
Il progetto per la concentrazione dei comuni del dipartimento dell’Adda, seguito al decreto 14 luglio 1807, prevedeva l’aggregazione a Morbegno dei comuni di Bema, Albaredo, Cosio, Rasura.
A seguito dell’approvazione del compartimento (decreto 31 marzo 1809), fu eseguita la concentrazione dei comuni, con decorrenza dal 1 gennaio 1810; tale comparto, confrontato con quello in corso nel 1796, fu rimesso il 23 agosto 1814 alla reggenza provvisoria del regno d’Italia e fu confermato nel 1815, dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel regno lombardoveneto (comparto 1 maggio 1815): a quest’ultima data, Bema figurava (con 245 abitanti), insieme ad Albaredo, come comune aggregato al comune principale di Morbegno, nel cantone V di Morbegno.
Nell’estate del 1815 delegati di Bema trasmisero istanza per il ripristino dell’autonomia comunale (istanza di Bema, 1815).

1816 1859
In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardoveneto (notificazione 12 febbraio 1816) e all’elenco riordinato dall’imperial regia delegazione provinciale, con l’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio, il comune di Bema fu inserito nel distretto IV di Morbegno (prospetto dei comuni 1816).
Bema con Faido, comune con convocato, fu confermato nel distretto IV di Morbegno in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844).
Nel 1853 (notificazione 23 giugno 1853), Bema con la frazione Faino, comune con convocato generale e con una popolazione di 256 abitanti, fu inserito nel distretto III di Morbegno.

arch. istanza di Bema, 1815: Cesarea Regia Prefettura del Dipartimento dell’Adda. Compartimento territoriale del Dipartimento dell’Adda: trasmissione della domanda per l’erezione in comune separato di Bema, 8 agosto 1815, ASMi, Censo p.m., cart. 741.

Parrocchia di San Bartolomeo sec. XVII [1989]

Parrocchia della diocesi di Como. In data 18 maggio 1453 si ha una sentenza arbitramentale fra la comunità di Bema "seu eorum futurus parochus" e il parroco di San Martino di Morbegno (Index alphabeticus).
La chiesa di San Bartolomeo si staccò dalla giurisdizione di Morbegno per la prima volta nel 1386, quindi a pieno titolo nel 1453 attraverso una serie di atti notarili rogati il 28 aprile, il 26 maggio e il 4 novembre 1386 dal notaio di Morbegno Bartolino Castello Argegno, l'1 1 novembre 1389 e l'1 1 novembre 1390 dal notaio di Morbegno Abondio Gaifasso, il 15 febbraio e l'1 marzo 1417 dal notaio di Morbegno Giacomo Castello Argegno, il 18 maggio 1453 dal notaio vescovile di Como Giovanni de Zobii e il 3 febbraio 1467 e il 14 luglio 1474 dal notaio di Morbegno Giovanni Luigi Cossogna (Visita Ninguarda 15891593, note; Fontana 1748).
Nel 1453 il "futurus parochus" di Bema, eletto dagli uomini della comunità, entra in contesa con il titolare della parrocchia di San Martino di Morbegno, da cui Bema si stava separando (Xeres 1999).Una sentenza arbitrale del 18 maggio 1453 tra il rettore della chiesa di Morbegno e la comunità di Bema dichiara l'avvenuta separazione della chiesa di San Bartolomeo di Bema dalla Chiesa di Morbegno, con la riserva di alcuni diritti al rettore di Morbegno (Index alphabeticus).
Nell'elenco del clero allegato agli atti del sinodo comense convocato nel 1565 dal vescovo Gianantonio Volpi è attestata la presenza di un rettore della chiesa di San Bartolomeo di Bema, nella pieve di Ardenno (Sinodo Volpi 1565).
Nel 1651 la chiesa di San Bartolomeo di Bema è attestata come parrocchiale "in vicariatu Terzerij inferioris Vallis Tellinae Squadrae Morbinij". La parrocchia figurava eretta dal vescovo Lazzaro Carafino (Ecclesiae collegiatae 1651). Alla fine del XVIII secolo la chiesa di Bema è attestata sempre come parrocchiale "in vicariatu Tertierii inferioris Vallistellinae, Squadrae Morbinii" (Ecclesiae collegiatae 1794).
Nel 1898, anno della visita pastorale del vescovo Teodoro Valfré di Bonzo, la rendita netta del beneficio parrocchiale era di lire 237.46. Entro i confini della parrocchia di Bema, di nomina comunitativa, esisteva l'oratorio di San Giovanni Battista, accantoalla parrocchiale, usato dalla confraternita del Santissimo Sacramento. Nella chiesa parrocchiale di San Bartolomeo apostolo si aveva la confraternita del Santissimo Sacramento, sia maschile che femminile. Il numero dei parrocchiani era 398 (Visita Valfré di Bonzo, Vicariato di Morbegno).Nel corso del XIX e XX secolo, la parrocchia di Bema è sempre stata compresa nel vicariato foraneo di Morbegno; con decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como, fu assegnata alla zona pastorale XII della Bassa Valtellina e al vicariato di Morbegno (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato B della Bassa Valtellina (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). [A. Bar.]


Comune di Bianzone.

sec. XIV 1797

Comune del terziere superiore della Valtellina, appartenne alla pieve di Villa.
Il toponimo si trova citato nel 1100 per la donazione della chiesa di San Siro all’arciprete e ai canonici di Bormio: da questo patronato la comunità di Bianzone si liberò solo nel 1595, dopo lunghe controversie (AC Bianzone, Inventario).
La famiglia Capitanei di Stazzona esercitò potestà sul feudo di Stazzona, che comprendeva anche Bianzone, fino al XIV secolo.
Nel 1335 (Statuti di Como) compariva come “comune de Blanzono”.
Dal XVI secolo Bianzone appare composto da cinque contrade o cantoni: Piazza, Canova, Cambren, Selva, Montagna, quest’ultima comprendente le località di Bratta e Piazzeda, a volte denominate contrade al posto di Montagna.
Gli organi politici e amministrativi che esprimeva la comunità erano la vicinanza e il consiglio di comunità; la figura di maggior rilievo era quella del decano, che rappresentava la comunità ed era responsabile della gestione finanziaria del comune (AC Bianzone, Inventario).
Gli antichi ordini comunali (Ordini, BianzoneASSo, Manoscritti della Biblioteca) sono conservati in copia semplice del XVIII secolo, e sono regolamentati in accordo con gli statuti della Valtellina.
La comunità di Bianzone nel 1589 contava 240 fuochi (Ninguarda 1589), nel 1624 1.011 abitanti (Perotti 1992A), nel 1797, infine, 1.093 abitanti (Massera 1991A).

Il massimo organo deliberante del comune di Bianzone era il consiglio di comunità, che era composto dal decano, da cinque consiglieri e da altrettanti sindaci eletti in rappresentanza delle contrade. Il consiglio assegnava gli incarichi dell’osteria, panetteria, beccaria, peschiera e beni comunali; ripartiva le taglie; decideva i lavori di manutenzione; nominava, oltre agli agenti di comunità, i deputati alle chiese e i rettori delle confraternite del Santissimo Suffragio, dei Santissimi Antonio Abate e Pietro Martire, e della Scuola dei Disciplini.
Tra gli agenti o ufficiali di comunità, gli esattori erano responsabili della riscossione delle taglie contrada per contrada; gli arbostari e campari si occupavano della tutela dei boschi e dei campi, in numero di due per il piano, uno o più per la montagna; i servitori pubblici avevano funzioni di messo notificatore; gli stimatori avevano il compito di stimare a nome del comune i beni da requisire o da vendere; gli accoladri, uno per contrada, riscuotevano le accole; gli inaquadori erano preposti all’irrigazione dei territori comunali.

sec. XVI 1797
La vicinanza di Bianzone era costituita dalla riunione dei capifamiglia del comune, veniva convocata ad istanza del decano per le deliberazioni e ratificazioni più importanti nella vita della comunità: l’elezione annuale del decano, a turno spettante alle contrade ed estratto a sorte da una rosa di tre uomini; l’elezione dei consiglieri, notaio, procuratore del comune, ufficiali di comunità. Nel XVIII secolo veniva eletto dalla vicinanza anche il direttore di comunità, delegato a rappresentare il comune in particolari rapporti con l’esterno.
Il notaio rogava i sindacati, riscuoteva le taglie forestiere, aveva in deposito i libri dell’estimo, delle accole e dei conti. Il procuratore rappresentava la comunità nelle questioni e nelle cause di interesse sovracomunale.

1798 1809

In base al progetto di divisione in distretti della Valtellina e Bormio (progetto 2 dicembre 1797), il comune Bianzone sarebbe stato inserito nel distretto 7° con capoluogo Teglio (o Villa).
Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Bianzone era unito al comune di Villa e vicinanze.
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda e Oglio (legge 11 vendemmiale anno VII), il comune Bianzone fu compreso nel distretto VII di Tirano.
Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Bianzone figurava aggregato a Villa tra i settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario.
Nel nuovo piano di distrettuazione provvisoria del dipartimento del Lario, in esecuzione del decreto 14 novembre 1802, il comune di Bianzone venne ricollocato nel VII distretto dell’ex Valtellina con capoluogo Tirano (quadro dei distretti 1802), nel quale fu confermato, comune di III classe, nel 1803 (elenco dei comuni 1803).
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno1805), il comune di Bianzone con le sue vicinanze venne ad appartenere al cantone III di Tirano: comune di III classe, contava 1.033 abitanti.
Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, il comune denominativo di Bianzone, con 1.160 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Piazza (200), Canova (100), Cambreno (100), Selva (150), Bratta sul Monte (430), Piazzeda sul Monte (180) (prospetto dei comuni 1807).
Il progetto per la concentrazione dei comuni del dipartimento dell’Adda, seguito al decreto 14 luglio 1807, prevedeva l’aggregazione di Bianzone al comune denominativo di Villa, nel cantone III di Tirano.
A seguito dell’approvazione del compartimento (decreto 31 marzo 1809), fu eseguita la concentrazione dei comuni, con decorrenza dal 1 gennaio 1810; tale comparto, confrontato con quello in corso nel 1796, fu rimesso il 23 agosto 1814 alla reggenza provvisoria del regno d’Italia e fu confermato nel 1815, dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel regno lombardoveneto (comparto 1 maggio 1815): a quest’ultima data, Bianzone figurava (con 1.033 abitanti) comune aggregato al comune principale di Villa, nel cantone III di Tirano.
Nell’estate del 1815 delegati di Bianzone trasmisero istanza per la separazione da Villa (istanza di Bianzone, 1815).

Comune di Bianzone. 
                                                           

1816 1859
In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardoveneto (notificazione 12 febbraio 1816) e all’elenco riordinato dall’imperial regia delegazione provinciale, con l’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio, il comune di Bianzone fu inserito nel distretto III di Tirano (prospetto dei comuni 1816).
Bianzone, comune con consiglio, fu confermato nel distretto III di Tirano in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844).
Nel 1853 (notificazione 23 giugno 1853), Bianzone, comune con consiglio senza ufficio proprio e con una popolazione di 1.443 abitanti, fu inserito nel distretto II di Tirano.

arch. istanza di Bianzone, 1815: Cesarea Regia Prefettura del Dipartimento dell’Adda. Compartimento territoriale del Dipartimento dell’Adda: richiesta di Bianzone per la separazione da Villa, 17 giugno 1815, ASMi, Censo p.m., cart. 741.
legisl. Ordini, Bianzone: Vecchi ordini comunali di Bianzone (sec. XVIII), Comune di Bianzone, ASSo, Fondo manoscritti della Biblioteca.
bibl. AC Bianzone, Inventario: Provincia di Sondrio, Archivio storico del Comune di Bianzone. Inventario d’Archivio (sec. X 1987), Milano, Consorzio Archidata, 1996, Edizione provvisoria.

Parrocchia dei Santi Siro e Antonio 1986 [1989]

Parrocchia della diocesi di Como. Con decreto 16 luglio 1986 del vescovo Teresio Ferraroni fu costituita la nuova parrocchia dei Santi Siro e Antonio, con sede in Bianzone, per fusione delle parrocchie di San Siro di Bianzone e di Sant'Antonio di Bratta (decreto 16 luglio 1986/25Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1986). Essa venne ad appartenere alla zona pastorale XIV dell'Alta Valtellina e al vicariato B dell'Alta Valtellina. [S. Alm.]

Parrocchia di San Siro 1595 1986

Parrocchia della diocesi di Como. In un documento del 10 marzo 1510 si ha la "collatio" del beneficio di San Siro di Bianzone e della cappella di Sant'Ursula "auctoritate ordinaria". In un documento del 27 luglio 1512 si ha la "provisio" attraverso lettere apostoliche della chiesa dei Santi Siro e Ursula di Bianzone e delle cappelle in essa esistenti (Index alphabeticus). Già subordinata all'arcipretura di Bormio, in virtù di una donazione risalente all’anno 1100, la comunità di Bianzone riscattò tale vincolo attorno al 1591, divenendo inizialmente vicecura di Villa di Tirano. Fu eretta in parrocchia nel 1595 e in prepositura noncupativa il 24 ovvero 29 maggio 1674 (Xeres, Antonioli 1996; Visita Ferrari, Vicariato di Villa/Villa di Tirano).
Nell'elenco del clero allegato agli atti del sinodo comense convocato nel 1565 dal vescovo Gianantonio Volpi è attestata la presenza di un rettore della chiesa di San Siro di Bianzone, nella pieve di Villa (Sinodo Volpi 1565).Nel 1614, all'epoca della visita pastorale del vescovo Filippo Archinti nella pieve di Villa, nella chiesa parrocchiale di San Siro di Bianzone era costituita la confraternita intitolata a San Pietro martire. Entro i confini della parrocchia si avevano la chiesa della Beata Maria, di Santa Maria del Piano, dei Santi Antonio e Bernardo nella contrada di Bratta, l'oratorio di San Martino (Visita Archinti 16141615).
Nel 1651 la chiesa parrocchiale di San Siro di Bianzone risulta elencata in un vicariato esteso sul territorio che costituiva il terziere superiore Valtellina e sulla giurisdizione di Teglio, coincidente con la pieve di Teglio, la pieve di Villa con il contado di Poschiavo, la pieve di Mazzo, ciascuna delle quali corrispondeva a una "congregatio" del clero; Bianzone era compresa nella "congregatio secunda" (Ecclesiae collegiatae 1651). Nel 1758 e ancora nel 1794 la chiesa parrocchiale di Bianzone è attestata come prepositurale con un collegio di quattro canonici, nel vicariato di Villa, di Tirano e di Poschiavo (Ecclesiae collegiatae 1758; Ecclesiae collegiatae 1794).Un atto di sentenza datato 6 dicembre 1763 stabiliva che il diritto di eleggere il curato della chiesa di San Siro di Bianzone era di pertinenza del capitolo della chiesa di Bormio e il diritto di conferma spettava al vescovo (Collationes Benefitiorum, vol. I, p. 40 e ss.Index alphabeticus).
Verso la fine del XVIII secolo nella parrocchia prepositurale di Bianzone il collegio canonicale era composto da quattro canonici a esclusione del preposito. La rendita attiva del beneficio prepositurale, di giuspatronato della comunità, era di lire 3733 di moneta di Valtellina. I carichi erano rappresentati dalle incombenze della cura d'anime. Nella parrocchia di San Siro di Bianzone si avevano le scuole del Suffragio e dei disciplini e un Monte di Pietà (Quesiti Amministrazione Adda e Oglio, 1798).
Il vicariato foraneo di Bianzone si costituì nel corso del XIX secolo, per smembramento della pieve e vicariato di Villa di Tirano. Nel 1892, anno della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari, Bianzone era sede vicariale. Entro i confini della parrocchia di Bianzone, di nomina della comunità, si avevano la chiesa santuario della Madonna del Piano, le chiese di San Martino, di San Giuseppe, di Sant'Antonio abate nella frazione di Bratta, e gli oratori di Sant'Antonio di Padova, di proprietà privata della famiglia Mevio e della Fabbriceria, di San Pietro martire, di proprietà della confraternita del Santissimo Sacramento, di San Domenico, di proprietà privata degli eredi Gatti di Sondrio. Nella parrocchia di San Siro di Bianzone si aveva la confraternita del Santissimo Sacramento, fondata nell'oratorio di San Pietro martire, il sodalizio di San Luigi, il sodalizio delle consorelle della Beata Vergine Addolorata Il numero dei parrocchiani era di 1600, ivi compresi gli abitanti di Bratta. Il clero era composto dal preposito e da un coadiutore (Visita Ferrari, Vicariato di Bianzone).Con decreto 10 aprile 1953 il vicariato di Bianzone venne soppresso; le parrocchie di Bianzone e Bratta, sorta nel vicariato nel 1901, furono aggregate al vicariato di Villa di Tirano (decreto 10 aprile 1953) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1953).
Con decreto 13 giugno 1958 del vescovo Felice Bonomini la parrocchia di Sant’Antonio abate di Bratta fu unita aeque principaliter alla parrocchia di San Siro di Bianzone, a motivo dell'assenza di popolazione residente (decreto 13 giugno 1958) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1958). Con decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como, la parrocchia di Bianzone fu assegnata alla zona pastorale XIV dell'Alta Valtellina e al vicariato di Tirano (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968); con decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato B della Alta Valtellina (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). Con decreto 16 luglio 1986 del vescovo Teresio Ferraroni fu costituita la nuova parrocchia dei Santi Siro e Antonio, con sede in Bianzone, per fusione delle parrocchie di San Siro di Bianzone e di Sant'Antonio di Bratta (decreto 16 luglio 1986/25Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1986). [A. Bar.]

Vicariato foraneo di Bianzone sec. XIX 1953
Il vicariato foraneo di Bianzone si costituì nel corso del XIX secolo, per smembramento della pieve e vicariato di Villa di Tirano. Nel 1901 fu eretta nel vicariato di Bianzone la parrocchia di Bratta (decreto 30 ottobre 1901Fondo parrocchie, Bratta).
Nell'elenco delle parrocchie distribuite per vicariati, collocato in appendice agli atti del sinodo celebrato nel 1904, sono indicate come appartenenti al vicariato di Bianzone le parrocchie di Bianzone e Bratta (Elenco delle parrocchie, 1905). Il vicariato di Bianzone è attestato nello Stato del clero e delle parrocchie della città e diocesi di Como dal 1905. La prima visita vicariale risulta avvenuta nel 1916 (Visite vicariali diocesi di Como 19161921). Con decreto 10 aprile 1953 il vicariato di Bianzone venne soppresso; le parrocchie di Bianzone e Bratta furono aggregate al vicariato di Villa di Tirano (decreto 10 aprile 1953Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1953). [A. Bar.]

Bratta parrocchia di Sant'Antonio 1901 1986
Parrocchia della diocesi di Como. Fu eretta con decreto 30 ottobre 1901 del vescovo Teodoro Valfré di Bonzo, con territorio smembrato da Bianzone, nel vicariato foraneo di Bianzone (decreto 30 ottobre 1901Fondo parrocchie, Bratta).
Con decreto 10 aprile 1953 del vescovo Felice Bonomini il vicariato foraneo di Bianzone fu soppresso; la parrocchia di Bratta, insieme a quella di Bianzone, fu aggregata al vicariato di Villa di Tirano (decreto 10 aprile 1953Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1953).
Con decreto 13 giugno 1958 del vescovo Felice Bonomini la parrocchia di Sant’Antonio abate di Bratta fu unita aeque principaliter alla parrocchia di San Siro di Bianzone, a motivo dell'assenza di popolazione residente (decreto 13 giugno 1958Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1958). Con decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como, la parrocchia di Bratta fu assegnata alla zona pastorale XIV dell'Alta Valtellina e al vicariato di Tirano (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968); con decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato B della Alta Valtellina (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984).
Con decreto 16 luglio 1986 del vescovo Teresio Ferraroni fu costituita la nuova parrocchia dei Santi Siro e Antonio, con sede in Bianzone, per fusione delle parrocchie di San Siro di Bianzone e di Sant'Antonio di Bratta (decreto 16 luglio 1986/25) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1986). [A. Bar.]

Pieve di Berbenno.                                                             

sec. XII sec. XIV
A seguito della divisione amministrativa della città e territorio di Como disposta dal podestà comense marchese Bertoldo de Hohenburg nel 1240 la pieve di Berbenno venne compresa nella circoscrizione di porta San Lorenzo, insieme alle pievi di Sondrio, Ardenno, Chiavenna, Samolaco, Olonio. Nel 1279 fu confermata l’appartenenza della pieve di Berbenno alla porta San Lorenzo (Gianoncelli 1982).
Tra le comunità valtellinesi, appartennero alla pieve di Berbenno: Berbenno, Postalesio, Fusine, Colorina, Cedrasco.
Il territorio della pieve di Berbenno, unitamente a quelli delle pievi di Sondrio e Tresivio, costituì il terziere di mezzo della Valtellina.

Comune di Berbenno.                                                         

sec. XIV 1797

Comune del terziere di mezzo della Valtellina, fu capo di pieve.
Nel 1335 (Statuti di Como) figurava come “comune loci rusticorum de Berbenno”.
Nel 1351 il vescovo di Como diede parte dei diritti già concessi in feudo al Capitanei di Sondrio al comune di Berbenno (Viganò Pellegrino 1989).
Verso il 1370 il comune di Berbenno comprendeva ancora tutto il territorio della pieve, eccetto Postalesio e Cedrasco, che costituivano già un comune a sè. A quell’epoca il comune di Berbenno, però, era di fatto diviso al suo interno in due comunità, aventi ciascuna un proprio console: quella sul versante solivo indicata come “citra Abduam” oppure “versus plateam”, l’altra, sul versante sinistro della valle, chiamata “ultra Abduam” o anche “versus Fuxinas”. Il console di Berbenno “citra Abduam” era detto “consul et in antea” perché nei consigli generali di tutto il comune gli veniva riconosciuta superiorità. Anche nei consigli di terziere ciascuna delle due comunità mandava un proprio rappresentante (Salice 1974). La presenza di due differenti ufficiali (decani o consoli) a tutelare gli interessi delle due comunità, è ancora testimoniato nel 1422.
Fino alla metà del XV secolo il comune di Berbenno comprese dunque anche le contrade di Fusine e Colorina, che formarono solo in seguito un comune autonomo.
Nel primo terzo del XVI secolo è testimoniata l’esistenza, nel comune di Berbenno, delle quadre di Monastero, Piazza, Polaggia, ciascuna con propri decani (Valtellina 15121797). Nel 1589, la comunità di Berbenno con Polaggia, Ducone e altre quattro contrade risultava composta da circa 380 famiglie, a cui si dovevano aggiungere i 45 fuochi di Monastero, 45 fuochi di Maroggia e i 25 di Pedemonte, compresi nel territorio comunale (Ninguarda 1589).
Alla metà del XVIII secolo, come frazioni di Berbenno sono ricordate Polaggia, Priviolo, Sgina, Dusone, Sedurno, Rogoledo, Sagno, Muscio, Lescuno, Bulgaro, San Pietro, Pedemonte, Monistero, Marogia (Quadrio 1755).
La comunità di Berbenno nel 1797 contava 2.712 abitanti (Massera 1991A).

1798 1815
In base al progetto di divisione in distretti della Valtellina e Bormio (progetto 2 dicembre 1797), Berbenno sarebbe stato inserito nel distretto 4° come comune capoluogo.
Il 3 marzo 1798 il comune di Berbenno figurava compreso nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI).
Con la successiva organizzazione del dipartimento dell’Adda e Oglio (legge 11 vendemmiale anno VII), il comune di Berbenno fu compreso nel distretto V di Sondrio.
Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Berbenno era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario.
Nel nuovo piano di distrettuazione provvisoria del dipartimento del Lario, in esecuzione del decreto 14 novembre 1802, il comune di Berbenno venne ricollocato nel V distretto dell’ex Valtellina con capoluogo Sondrio (quadro dei distretti 1802), nel quale fu confermato, comune di III classe, nel 1803 (elenco dei comuni 1803).
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Berbenno venne ad appartenere al cantone I di Sondrio: comune di III classe, contava 2.015 abitanti.
Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, il comune denominativo di Berbenno, con 2.063 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Berbenno (1.063) e Polaggia (1.000prospetto dei comuni 1807).
Il progetto per la concentrazione dei comuni del dipartimento dell’Adda, seguito al decreto 14 luglio 1807, prevedeva l’aggregazione di Postalesio al comune denominativo di Berbenno, nel cantone I di Sondrio. Il progetto fu visto in forma riservata, tra novembre e dicembre del 1807, dal consultore di stato e direttore generale della polizia Guicciardi, il quale propose l’aggregazione nel comune denominativo di Berbenno di Postalesio, Fusine e Colorina, stimando che tale unione presentasse “assai minori inconvenienti che quella di Malenco e Montagna con Sondrio”; egli la reputava “opportuna sia per rendere meno spiacevole la prima, sia per concentrare il cantone in tre soli Comuni, uno di I e due di II classe” (Guicciardi 1807).
A seguito dell’ approvazione del compartimento (decreto 31 marzo 1809), fu eseguita la concentrazione dei comuni, con decorrenza dal 1 gennaio 1810; tale comparto, confrontato con quello in corso nel 1796, fu rimesso il 23 agosto 1814 alla reggenza provvisoria del regno d’Italia e fu confermato nel 1815, dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel regno lombardoveneto (comparto 1 maggio 1815): a quest’ultima data Berbenno figurava comune principale nel cantone I di Sondrio (con 2.284 abitanti totali, 2.015 da solo), unitamente al comune aggregato di Postalesio e alla sezione di Polaggia.

1816 1859
In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardoveneto (notificazione 12 febbraio 1816) era prevista l’attivazione dei due distinti comuni di Berbenno e di Pedemonte con Monastero, oltre che del comune di Polaggia, che era stata nel periodo di antico regime contrada di Berbenno. Il deputato di Valtellina conte Guicciardi notava che tali comunità avevano “formato da tempo immemorabile un sol comune”, e sarebbe stata “occasione di litigi e di disordine la proposta divisione” (Guicciardi 1816). Nell’elenco dei comuni riordinato, l’imperial regia delegazione provinciale propose il mantenimento dell’unità tra Berbenno e Pedemonte con Monastero, con l’osservazione che Pedemonte e Monastero non avevano estimo particolare, ma tutto era “nei libri confuso con quello di Berbenno”; le tre località avevano “similmente comunanza di beni e pascoli”. La delegazione provinciale sostenne invece l’autonomia di Polaggia. Con l’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio, il comune di Berbenno con Pedemonte e Monastero fu inserito nel distretto I di Sondrio: Berbenno e Pedemonte con Monastero tennero però distinti i singoli patrimoni (Delegazione provinciale 1816). La variazione al compartimento del 1816 introdotta dalla delegazione provinciale venne abilitata con decreto governativo 1817 febbraio 7 n. 3545/123 (variazione al compartimento di Berbenno, 1817).
Tra il 1824 e il 1825, Berbenno aggregò il comune di Polaggia: in data 29 luglio 1824 fu infatti trasmesso il voto della congregazione centrale dell’amministrazione generale del censo sulla concentrazione dei comuni di Polaggia e Berbenno (associazione di Berbenno e Polaggia, 1824); con dispaccio governativo 1825 maggio 18 n. 23268/2837 Polaggia venne aggregato a Berbenno (aggregazione di Polaggia, 1825).
Berbenno e Pedemonte con Monastero e Polaggia, comune con consiglio, fu confermato nel distretto I di Sondrio in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844).

Nel 1853 (notificazione 23 giugno 1853), Berbenno con le frazioni Pedemonte con Monastero, Regoledo e Polaggia era comune con consiglio comunale senza ufficio proprio e con una popolazione di 2.417 abitanti sempre inserito nel distretto I di Sondrio.

arch. aggregazione di Polaggia, 1825: Elenco delle variazioni avvenute nel compartimento territoriale della provincia di Sondrio dal 1 maggio 1816: data e numero dei decreti di approvazione delle concentrazioni di comuni, in “Prospetto indicante le eseguite concentrazioni di Comuni nella Provincia di Sondrio dopo la pubblicazione della Governativa Notificazione 12 Febbraio 1816”, Sondrio, 30 maggio 1843, ASMi, Catasto, cart. 756; associazione di Berbenno e Polaggia, 1824: Trasmissione del voto della congregazione centrale dell’amministrazione del censo sulla concentrazione dei comuni di Berbenno e Polaggia, 29 luglio 1824, ASMi, Catasto, cart. 762; variazione al compartimento di Berbenno, 1817: Prospetti provinciali delle variazioni apportate nella compartimentazione territoriale dopo la notificazione 12 febbraio 1816 fino all’ 11 febbraio 1820: estremi dei decreti governativi di abilitazione alle variazioni di compartimento territoriale, ASMi, Censo p.m., cart. 775.
legisl. Ordini, Berbenno: Ordini della comunità di Berbenno (sec. XVIII), Comune di Berbenno, ASSo, Raccolta Romegialli cart. 41 fasc. 6.

Parrocchia della Beata Vergine Assunta sec. XVI [1989]

Parrocchia della diocesi di Como. In epoca posttridentina, la parrocchia plebana di Santa Maria di Berbenno fu, probabilmente non in modo stabile, sede vicariale. Alla metà del XVII secolo Berbenno era parte di un vicariato esteso al territorio del terziere di mezzo della Valtellina, articolato in congregazioni. Nel corso del XVIII secolo il vicariato di Berbenno era coincidente con l’originario territorio plebano, all’interno del quale nel tempo si erano venute a costituire nuove parrocchie.Nel 1614, all'epoca della visita pastorale del vescovo Filippo Archinti nella pieve di Berbenno, la chiesa dell'Assunzione della Beata Maria di Berbenno era designata parrocchiale (Visita Archinti 16141615). Nel 1651 e nel 1758 la chiesa arcipresbiterale di Berbenno compare sotto il titolo di Santa Maria e San Pietro (Ecclesiae collegiatae 1651; Ecclesiae collegiatae 1758). Intorno al 1766,      per sentenza della Sacra Congregazione del Concilio, la chiesa di Santa Maria divenne anche plebana e matrice (Visita Archinti 16141615; Salice 1950).
Nel 1798 sono attestate nella chiesa parrocchiale di Santa Maria di Berbenno le confraternite del Santissimo Sacramento e del Suffragio (Quesiti Amministrazione Adda e Oglio, 1798).
Nel 1893, anno della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari, Berbenno era sede vicariale. La rendita netta del beneficio parrocchiale arcipresbiterale era di lire 109.6. Entro i confini della parrocchia di Berbenno, di nomina vescovile, esistevano le chiese di Sant'Antonio abate di Regoledo, Sant'Abbondio di Polaggia, San Gregorio, San Pietro, antica parrocchiale, e gli oratori dell'Immacolata, di proprietà privata, in località Noghera, San Carlo, di proprietà della confraternita del Santissimo Sacramento, San Michele. Nella chiesa parrocchiale di Maria Santissima Assunta si avevano la confraternita del Santissimo Sacramento, sia maschile che femminile, e la scuola del
Santissimo Rosario. Il numero dei parrocchiani era 2682 (Visita Ferrari, Vicariato di Berbenno).
Nel corso del XX secolo, la parrocchia di Berbenno è sempre stata sede vicariale; con il decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como, fu assegnata alla zona pastorale XIII della Media Valtellina e al vicariato di Berbenno (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968); con il decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato A della Media Valtellina (decreto 10 aprile 1984) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). [A. Bar.]

Pieve della Beata Vergine Assunta sec. XI sec. XVIII

Pieve della diocesi di Como. Berbenno viene citata, insieme alle pievi di Olonio, Ardenno, Poschiavo e Bormio, in un documento del 1010, con il quale il vescovo Alberico fondava in Como il monastero di Sant'Abbondio e gli faceva dono dei redditi già appartenuti alla mensa vescovile (Fattarelli 1986). La chiesa plebana di San Pietro è documentata come collegiata già nel 1161 (Visita Ninguarda 15891593, note). Verso la fine del XIII secolo era retta da un capitolo di due canonici subordinati a un arciprete (Perelli Cippo 1976). La collegiata di Berbenno risulta anche in numerosi atti di elezione di canonici nei secoli XIVXV e in un atto di investitura feudale fatto dal vescovo di Como il 4 ottobre 1487, per rogito di Luigi Rusca (Visita Ninguarda 15891593, note). Negli atti della visita pastorale compiuta dal vescovo Gerardo Landriani nel 1445, la chiesa di San Pietro di Berbenno compare con il titolo di plebana, retta da un arciprete e da due canonici (Visita Landriani 14441445).
Nell'elenco del clero annesso agli atti del sinodo comense convocato nel 1565 dal vescovo Gianantonio Volpi viene menzionata la chiesa di Berbenno con il titolo di prepositura (Sinodo Volpi 1565). Nel 1614, all'epoca della visita pastorale del vescovo Filippo Archinti nella pieve di Berbenno, nella chiesa plebana di San Pietro di Berbenno, arcipretale per autorità apostolica, il collegio canonicale, un tempo composto dall'arciprete e da due canonici, era stato ridotto alla sola persona dell'arciprete in quanto i due canonicati erano stati usurpati da uomini di “contraria religione” (Visita Archinti 1614 1615).Fino al XV secolo la chiesa di San Pietro di Berbenno estendeva la sua giurisdizione sul territorio compreso tra il torrente Maroggia e il torrente di Andevenno, e fra Sirta, o il Bitto, e il Livrio (Salice 1950). Le frequenti riparazioni della chiesa di San Pietro richieste dalle inondazioni dell'Adda furono motivo di attrito tra il clero della pievania e le comunità da essi dipendenti (Visita Landriani 1444 1445, note). La prima comunità a sottrarsi dall’arcipretura di Berbenno fu Cedrasco, nel 1454. Postalesio aveva ottenuto un cappellano, nominato dall'arciprete, fin dal 1426. Il 19 dicembre 1589 la chiesa di Fusine avanzò la richiesta di separazione da Berbenno. Un documento rogato il 12 ottobre 1523 da Tommaso Odescalco garantiva da parte dell'arciprete di Berbenno un cappellano a Rodolo e Valmadre.Negli atti della visita pastorale compiuta in Valtellina dal vescovo Feliciano Ninguarda nel 1589, figuravano comprese nella pieve di Berbenno, oltre alla chiesa arcipresbiterale e matrice di San Pietro, la parrocchia di Cedrasco, le chiese vicecurate di Monastero, Rodolo, Fusine, Valmadre, Postalesio e le chiese di Pedemonte, Colorina e Valle (Visita Ninguarda 15891593). A Monastero furono riconosciuti il titolo e le prerogative di parrocchia autonoma il 15 luglio 1624; il vescovo di Como Olgiati concesse al parroco il titolo di priore. La chiesa di San Bartolomeo di Pedemonte si separò da Berbenno in occasione della visita pastorale di Sisto Carcano.
A causa di problemi legati alla natura ostile dei luoghi, svolse le funzioni di parrocchiale di Berbenno la chiesa di Santa Maria Assunta, prima dipendente dalla plebana di San Pietro, poi, intorno al 1766, per sentenza della Sacra Congregazione del Concilio, anche plebana e matrice (Visita Archinti 16141615; Salice 1950).
Per tutta l’epoca posttridentina, e in pratica fino agli inizi del XX secolo, il termine pieve venne usato quasi esclusivamente per indicare una circoscrizione       territoriale, originariamente coincidente con la giurisdizione della chiesa plebana, dalla quale nel tempo si vennero distaccando i centri minori con la costituzione di nuove parrocchie. Su tale base territoriale si venne a sovrapporre, ma non sempre a coincidere, la struttura vicariale, di valenza più marcatamente istituzionale. Spettava ai vicari foranei, infatti, presiedere le congregazioni dei parroci. Alla metà del XVII secolo Berbenno era parte di un vicariato esteso al territorio del terziere di mezzo della Valtellina, articolato in congregazioni, una delle quali coincideva con la pieve di Berbenno (Ecclesiae collegiatae 1651). Nel corso del XVIII secolo il vicariato di Berbenno era coincidente con l’originario territorio plebano (Ecclesiae collegiatae 1758). Del collegio canonicale non si hanno attestazioni nel corso del XIX secolo. [A. Bar.]

Vicariato foraneo di Berbenno sec. XVIII 1968
In epoca posttridentina, stabilmente a partire dal XVII secolo, alla circoscrizione territoriale coincidente con l’originaria giurisdizione della chiesa plebana, si venne a sovrapporre, ma non sempre a coincidere, la struttura vicariale, di valenza più marcatamente istituzionale. Spettava ai vicari foranei, infatti, presiedere le congregazioni dei parroci. Alla metà del XVII le parrocchie della pieve di Berbenno risultavano riunite in una congregazione inclusa in un unico vicariato esteso al territorio del terziere di mezzo della Valtellina (Ecclesiae collegiatae 1651). Alla metà del XVIII secolo la pieve di Berbenno era identificata come un vicariato a sè, comprendente le parrocchie di Berbenno; Cedrasco; Fusine; Monastero; Pedemonte; Postalesio, e le viceparrocchie di Colorina; Valmadre; Valle (Ecclesiae collegiatae 1758). Nel 1794 la situazione era immutata (Ecclesiae collegiatae 1794).
Secondo quanto si desume dal confronto con la “nuova divisione dei distretti compresi nel regno d’Italia e spettanti alla diocesi di Como per le scuole normali”, compilata nel 1816, la “pieve o vicariato” di Berbenno comprendeva le parrocchie di Berbenno; Cedrasco; Colorina; Fusine; Monastero; Pedemonte; Postalesio; Valle; Valmadre (Distrettuazione pievana diocesi di Como, 1816). La parrocchia di Rodolo sarebbe stata eretta verso la metà del XIX secolo, ma avrebbe ricevuto il riconoscimento canonico solo con decreto 17 novembre 1886 del vescovo Pietro Carsana. Anche Colorina, Valmadre e Valle furono erette ufficialmente a parrocchie nel 1886 (decreto 17 novembre 1886Registri protocollo diocesi di Como 1886).
Nell'elenco delle parrocchie distribuite per vicariati, collocato in appendice agli atti del sinodo celebrato nel 1904, sono indicate come appartenenti al vicariato di Berbenno le parrocchie di Berbenno; Cedrasco; Colorina; Fusine; Monastero; Pedemonte; Postalesio; Rodolo; Valmadre; Valle (Elenco delle parrocchie, 1905). Nel 1965 Valmadre fu unita aeque principaliter alla parrocchia di Fusine. Nel 1967 il vicariato foraneo di Berbenno comprendeva le parrocchie di Berbenno; Cedrasco; Colorina; Fusine; Monastero; Pedemonte; Postalesio; Rodolo; Valle; Valmadre (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1967).
Il vicariato foraneo di Berbenno cessò di esistere solo con la revisione della struttura territoriale della diocesi di Como attuata nel 1968. Con decreto 29 gennaio 1968 del vescovo Felice Bonomini, mediante il quale vennero abolite le vicarie fino ad allora esistenti, il territorio della diocesi di Como venne diviso in zone pastorali comprendenti uno o più vicariati foranei; le parrocchie dell’antico vicariato di Berbenno furono comprese nella zona pastorale XIII della Media Valtellina e nel vicariato di Berbenno (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). [A. Bar.]

Comune di Bormio.                                                             
sec. XI 1797

Il sorgere del comune di Bormio a potenza egemone delle alte valli dell’Adda e dei suoi affluenti risale, probabilmente, agli ultimi decenni del XII secolo: l’ascesa fu resa possibile dalla crisi della potestà feudale dei Matsch, avvocati, ma citati anche come conti, di Bormio che alienarono al comune il diritto di impartire la giustizia e il possesso dei beni demaniali. Il 12 agosto 1185 vi sarebbe stata una convenzione tra il comune di Bormio e l’avvocato Eginone di Matsch: a quella data i poteri dell’avvocato dovevano essere ormai ridotti e costituire quasi esclusivamente delle formalità, essendo la giurisdizione nella sua completezza già passata al comune; al feudatario doveva essere rimasto solo un potere di ricorso analogo al potere di giudicare in appello.
Anche i diritti finanziari connessi con l’avvocazia erano già allora passati al comune (Aureggi 1956; Martinelli Perelli 1977).
Nel XIII secolo, il comune di Bormio si allontanò dalla dipendenza retica, trovando un nuovo interlocutore e avversario nel comune di Como. La lotta tra il centro lariano e la comunità di Bormio fu di volta in volta diplomatica, politica e militare. Nel 1201 Bormio dovette accettare un trattato di pace con Como: Bormio conservava le proprie istituzioni, il proprio autogoverno e ottenne il libero commercio in tutto il territorio controllato da Como. In cambio si obbligava a determinate imposte, decime, rendite, ed alla fedeltà politica e militare, poiché la maggiore autorità, il podestà, doveva essere nominato da Como. Dopo vari decenni di contrasti, sul finire del XIII secolo declinò il potere di Como e nel 1300 Bormio ritornò sotto la signoria del vescovo di Coira, che fu ribadita nel 1336.
Bormio entrò sia pure non continuativamente nell’orbita dello stato visconteo nel 1350, e solo durante la signoria di Gian Galeazzo al comune venne riconosciuta completa ed effettiva autonomia (BenettiGuidetti 1990).
Data, modalità di formazione e di composizione dell’originaria associazione di cittadini bormini che componevano la “universitas Burmii” sono oscure. Il comune si configurava probabilmente come associazione dei capifamiglia posti su un piano di parità, indipendentemente dal censo e dalla qualifica di proprietario terriero. Al tempo della pace con Como, all’inizio del XIII secolo, era già organizzato il nucleo essenziale delle istituzioni politiche comunali, articolato attorno all’assemblea dei vicini e alla figura del decano. L’assemblea dei vicini era formata dai meliores, duecento capifamiglia della terra mastra di Bormio. Al decano spettava il compito di presiedere l’assemblea e di svolgere funzioni esecutive. In base al trattato, i bormini dovevano accettare la nomina di un podestà, che esercitava il controllo sulla comunità, senza privare il comune della sua autonomia amministrativa e politica (Celli 1984).
Nel corso del tempo, con evidenza a partire dal XVI secolo, l’organizzazione comunale originaria perdette parte della sua democraticità, tanto che la base della sovranità non risiedeva più nel “consilium magnum” di tutti i capifamiglia, che in epoca tarda veniva convocato per determinare l’ammissione al comune di nuovi membri e in poche altre occasioni, bensì dal “consilium populi”, organo composto da circa cento persone, con forte connotazione rappresentativa. Questa evoluzione fu condizionata dall’aumento demografico e dal mutare degli equilibri territoriali, essendo diventate le valli del contado più popolose della terra mastra di Bormio. Il consolidarsi di forme di autogoverno locale nelle vicinie o vicinanze di valle fu favorito dal comune, ma provocò conseguentemente una distinzione fra le istituzioni comunali, che all’origine erano state le istituzioni dell’unica vicinanza generale “loci Burmii” e le istituzioni di valle, di quartiere e di contrada. La capillarizzazione politica trovò analogia sul fronte religioso nel moltiplicarsi delle parrocchie. Il consiglio del popolo si trasformò in organo di raccolta dei rappresentanti delle vicinie, anche se il peso della città di Bormio rimase sempre preponderante. Contemporaneamente allo scivolamento della sovranità verso i corpi locali, si rafforzò il potere degli organi comunali superiori, in particolare dell’assise penale, che in sessione politica era detta consiglio ordinario o assentato, e dei reggenti.
In generale, nei consessi comunitari la rappresentanza non corrispondeva alla consistenza numerica delle singole vicinanze. In tutte predominava l’elemento borghigiano, alquale la consuetudine attribuiva non solo la maggioranza degli ufficiali, dei canepari, dei procuratori, dei giudici e del governo (dieci su sedici nel penale, dieci su tredici nel civile due contro uno nelle commissioni, ma anche la prevalenza nel consiglio del popolo (sessanta su centoventi): le tre valli di Cepina (Valdisotto), Pedenosso (Valdidentro), Furva si dividevano equamente i seggi restanti; Livigno era esclusa dal consiglio ordinario e partecipava al consiglio del popolo con tre rappresentanti, cioè due consoli e il mistrale (Storia di Livigno 1995; AC Bormio, Inventario).
Nei rapporti con Bormio, che mantenne di fatto la propria autonomia nel trapasso di regime del primo Cinquecento (Baitieri 1957; Baitieri 1958; Baitieri 1960; Besta 1926 1927; Besta 1945; Bognetti 1934; Bognetti 1957), un mutato rapporto politico dei Grigioni si affermò a partire dal 1536. Alla comunità venne riconosciuto l’antico diritto del “merum et mixtum imperium” e la piena giurisdizione, concessi ai magistrati locali eletti regolarmente secondo le antiche tradizioni, ma la concessione era fatta “salva superioritate” dei dominanti. Nella nuova edizione degli statuti nel 1536, anche al podestà era concesso il merum et mixtum imperium, e a lui dovevano quindi obbedire i bormini anche in campo giurisdizionale.
Vennero riconfermati dalle tre leghe tutti i privilegi circa i dazi e monopoli sui vini e sul sale: la comunità aveva, cioè, la piena e totale amministrazione dei proventi di tali esenzioni; quanto al potere legislativo, alla comunità era “lecito aggiungere e togliere agli statuti”, nei limiti però di quanto concerneva la vita interna della comunità stessa. Gli statuti riformati furono pubblicati in forma ufficiale insieme ai nuovi statuti della Valtellina (15481549), e sono conservati nell’archivio comunale di Bormio (Statuti, Bormio). La revisione degli statuti portò ad uno squilibrio interno nel contado per quello che riguardava i rapporti tra le valli e la terra mastra di Bormio, poiché fu sancito il diritto di appellarsi direttamente alle tre leghe, senza passare per i tribunali locali.
La costituzione comunale, così come si era evoluta, garantiva in ogni caso allora alla terra mastra l’egemonia politica sul contado: l’attività di coordinamento e di indirizzo politico che Bormio, tramite gli organi comunitari, esercitava era finanziata gestendo il patrimonio gastaltico ereditato dagli avvocati di Matsch, cioè i proventi dell’affitto delle alpi e dei boschi, la riscossione delle decime, i diritti minerari, i dazi, le privative, e i diritti di giustizia: il comune di Bormio aveva acquisito infatti, fin dai secoli iniziali del suo sviluppo, il privilegio del godimento di una rilevante parte delle decime vescovili gravanti sui beni fondiari ad essi vincolati compresi entro la sua giurisdizione.
Qualora le spese avessero superato le entrate, il governo del comune poteva mutuare prestiti presso privati o ricorrere alle vicinanze, ripartendo i contributi in base all’estimo. Ma nel corso del XVI secolo le valli, già aggravate da una ripartizione delle risorse comuni, soprattutto dei pascoli, giudicata sperequata, accettarono con crescente difficoltà di partecipare al ripianamento dei debiti contratti da organi in cui i loro rappresentanti figuravano in posizione di minoranza. La rivolta maturò verso il 1603, quando le contrade chiesero che si operasse una redistribuzione delle risorse e si ridefinissero le fonti finanziarie spettanti al governo di comunità ponendo, fra l’altro, un limite all’indebitamento. Gli arbitri eletti per dirimere la contesa fecero proprie quasi tutte le tesi espresse dal contado: i pascoli furono assegnati e ripartiti tra le vicinanze, proporzionalmente al numero di bestiame invernato; si limitò la possibilità del consiglio minore di contrarre prestiti senza il parere preventivo del popolo; si quotizzò il debito pubblico, riformando l’estimo, e si procedette a modificare la proporzione nelle deputazioni della rappresentanza tra terra mastra e valli. La perdita dei cespiti più redditizi comportò la paralisi della capacità d’indirizzo e coordinamento politico del comune, il quale, sul piano economico, finì a dipendere più strettamente delle contrade dai suoi creditori e dai diritti di giustizia. Nel 1612 le valli proposero senza successo uno schema di spartizione che affidava alla terra mastra e Livigno la metà del gettito annuo complessivo delle decime, e il resto, in quote uguali, alle vallate di Pedenosso, Furva, Cepina. Un ulteriore tentativo fu compiuto nel 1671, con tenace difesa da parte della terra mastra e degli organi della comunità (Gobetti 1996).
L’evoluzione del comune tra XVII e XVIII secolo portò comunque progressivamente al ripristino e all’ampliamento del potere di indirizzo e controllo popolare, attraverso l’assemblea maggiore, specie dopo che il consiglio ordinario era stato costretto a rinunciare a quasi tutti gli spazi di autonoma determinazione politica, particolarmente in seguito all’introduzione della norma per cui al consiglio ristretto erano vietati stanziamenti superiori alle cento lire, ma sotto aspetti nuovi: l’ascesa delle valli trasformava il parlamento comunale in un organo di rappresentanze territoriali. Il nuovo riferimento di aggregazione e determinazione politica non furono però le valli, bensì le contrade, spesso in contrasto e lite tra loro.
Il comune di Bormio fu dunque un importante soggetto economico in quanto proprietario di fondi e titolare di forni, fucine, segherie, mulini, e dei servizi di macello, taverna, bottega. I beni comunali venivano concessi in affitto a privati dietro pagamento di canoni; gli alpeggi venivano livellati ad engadinesi, venostani, camuni, valtellinesi, che vi conducevano greggi e armenti nei mesi estivi. Altre fonti di reddito erano il patrimonio forestale, il cui sfruttamento era severamente regolamentato, le “terre nove”, terreni guastivi ceduti a privati con possibilità di coltura, i “balnea”, cioè le fonti termali. Il comune inoltre, in virtù della posizione geografica, godeva di una serie di diritti di transito la cui esazione veniva appaltata al miglior offerente: il “pedagium somarum” per i carichi transitanti per la strada dei Bagni e delle Scale di Fraele, quello dell’erbatico pagato dai somarini che passavano sulla stessa via, il “pedagium castronum” per il bestiame minuto e grosso, il “pedagium lanae”, il “datium fructorum” e quello “anforarum”; il comune percepiva anche una tassa sulla pesatura delle mercanzie (AC Bormio, Inventario; Gobetti 1991); il dazio sui vini di Valtellina verso la Rezia, la Germania e il Tirolo era passato sotto il diretto controllo del comune già nel 1330 (CancliniDe Angelis 1993).
Nell’ambito di Bormio anche la carità pubblica rimase a lungo una prerogativa del comune: i lasciti elemosinieri di cui esso si impossessò costituirono la base patrimoniale di un sistema caritativo assai più cospicuo di quello ecclesiastico. Entrando a far parte del patrimonio comunitativo, le rendite elemosiniere divennero al pari di altri cespiti oggetto di contesa fra terra mastra e valli durante la seconda metà del XVI secolo (Gobetti 1996).
Ancora sotto il controllo del comune c’era l’amministrazione dei redditi dell’istituto scolastico, affidata ad una deputazione di dieci individui, per metà della terra di Bormio e per metà delle valli. La deputazione veniva presieduta da un economo, che era quasi sempre un ecclesiastico, il quale doveva esigere le entrate dandone conto alla deputazione ogni anno. La deputazione durava in carica tre anni; l’economo tranne nel caso avesse dato adito a lamentele o cattivi maneggi, restava in carica anche più anni. La deputazione teneva le sue sessioni in una stanza dell’istituto scolastico, la chiave della quale restava presso il rispettivo segretario (Metodo 1795).
Il comune di Bormio disponeva infine di una propria milizia, nella quale l’ufficialato era rigidamente lottizzato tra Bormio e le valli. A capo della milizia del comune, che nel 1600 era forte di circa 1.500 uomini, stava il capitano, scelto tra gli abitanti della terra di Bormio, eletto con un sistema misto tra suffragio e sorte. In subordine c’era un alfiere, sempre della terra mastra, e immediatamente dopo il sergente delle milizie della cittadina. Ciascuna truppa di valle aveva a capo due caporali: per Livigno e Bormio il caporale era uno solo. Tutte le cariche erano vitalizie e di nomina del consiglio del popolo. Il corpo era in effetti scarsamente armato e dotato di un equipaggiamento inadeguato (Rovaris 1969; Urangia Tazzoli 1928; Urangia Tazzoli 1931).

Comune di Bormio. Consilium magnum.                         
sec. XI 1797

Nel corso del tempo, l’organizzazione comunale bormina, che alle origini si configurava probabilmente come semplice associazione dei capifamiglia e agli inizi del XIII doveva essere articolata intorno all’assemblea dei vicini (formata dai “meliores” della terra mastra), perdette parte della sua democraticità, tanto che la base della sovranità non risiedeva più nel “consilium magnum” di tutti i capifamiglia, bensì nel “consilium populi”. Tuttavia, nel corso del XVXVI secolo e soprattutto all’indomani dell’arrivo dei Grigioni, al posto del “consilium populi” venivano riuniti ancora dei “consilia magna”, assemblee popolari che deliberavano su questioni di particolare rilievo per il comune di Bormio. Nei due secoli successivi, tali assemblee tendono a diradarsi, in concomitanza con l’incremento di competenze e con la maggior frequenza delle convocazioni del consiglio di popolo; nel XVIII secolo la stessa dizione di consilium magnum scompare dai documenti.

Comune di Bormio.  Consilium populi.                           
sec. XIV 1797

Il consiglio generale del comune di Bormio “ut vulgo dicitur de populo” era costituito, secondo l’Alberti, cronista nel XVIII secolo, da centoventi uomini, metà della terra mastra di Bormio e metà delle valli. Tuttavia, dall’esame delle liste dei partecipanti, si rileva che la composizione variò nel tempo, e in relazione con le decisioni da adottare, da circa cento a oltre quattrocento membri.
La convocazione del consiglio generale avveniva mediante suono della campana e citazione del servitore nel “curtivo communis” o nella “stupha magna curtivi” o anche nella “aula taberne communis” ; si riuniva senza rigida periodicità fatta eccezione per la seduta di rinnovo degli organi di governo del comune, che avveniva ogni anno tra l’inizio di maggio e la fine di giugno. In questa seduta si faceva lettura di tutti i conti del contado, fitti di montagne, decime e in generale dei proventi di rendita pubblica; per la riscossione delle entrate e per il pagamento dei relativi carichi veniva eletto un caneparo, o esattore. Al consiglio del popolo competeva, in primo luogo, la potestà legislativa, che si concretava nell’emanazione di norme generali che regolavano la vita della comunità ed in particolare degli statuti, i quali non potevano essere annullati nè modificati se non per sua unanime volontà. Sempre a questo consiglio spettavano le decisioni per la gestione dei beni comunali: alpeggi, boschi, macello, forni, fucine, segheria, mulini, bagni, taverna.
Il consiglio del popolo provvedeva inoltre mediante una serie di sorteggi o “ballottazioni” all’elezione delle maggiori cariche comunali: il consiglio ordinario, i deputati a sentenza, gli ufficiali maggiori, i procuratori, i cancellieri di comunità, il canipario maggiore, gli ufficiali di taverna. Tutti gli eletti restavano in carica solitamente per quattro mesi, cioè per la durata di una “sorte” (l’annualità amministrativa era divisa in tre sorti: primavera, dal 16 febbraio al 15 giugno, estate, dal 16 giugno al 15 ottobre, inverno, dal 16 ottobre al 15 febbraio); fece eccezione la seconda metà del XVI secolo, periodo in cui si alternarono elezioni per sorte ed elezioni a carattere annuale.
Il consiglio di popolo provvedeva inoltre all’elezione di tredici “consules in civilibus vel a sententiis”, tutti della terra mastra di Bormio e costituenti il tribunale civile, e tre “domini causidici”, con il compito di assistere legalmente coloro che comparivano al banco di giustizia.

Comune di Bormio.  Consilium populi.
Caneparo maggiore.                                                          
sec. XIV 1797

Il canepario (o canipario o caneparo) maggiore soprintendeva a tutta l’attività finanziaria del comune, che veniva annotata, computanto entrate ed uscite, dai cancellieri nei libri o quaderni “datorum et receptorum”. Il canepario (Besta 1945) fu originariamente unico, ma già nel XV secolo era detto “maior”, in quanto affiancato dal “caniparius taberne”, dal “caniparius bladarum”, da quello “rerum comunis” e dal “caniparius cartarum”, incaricati rispettivamente della gestione della taverna comunale, delle granaglie, degli attrezzi e dell’archivio.
Il canepario maggiore, eletto dal consiglio di popolo per sorteggio, rimaneva in carica per quattro mesi, cioè per una “sorte”; era tenuto a saper leggere e scrivere e una volta eletto doveva fornire “bonam securitatem” per mezzo di sei fideiussori; chi rifiutava la carica veniva punito con un ammenda. Alla fine del mandato, ciascun canepario doveva rendere ragione del proprio esercizio finanziario entro i dieci giorni che precedevano l’esame del suo rendiconto da parte del consiglio; inoltre poteva essere costretto dagli ufficiali del comune a dar conto delle riscossioni effettuate ogni qualvolta ve ne fosse la necessità per il comune. In ogni caso non poteva essere rieletto prima dell’approvazione della precedente “caniparia”. Per i pagamenti a persone creditrici verso il comune non poteva il canepario utilizzare mezzi propri, ma doveva farvi fronte con i denari delle casse comunali.
Nei casi di condanna, particolarmente di quelle capitali, il canepario era estremamente minuzioso nel precisare le varie spese della comunità per renderle esecutive.

Comune di Bormio.  Consilium populi.
Consiglio ordinario.                                                          
sec. XIV 1797
Il consiglio ordinario era eletto dal consiglio del popolo con un complesso meccanismo a doppio turno in parte affidato alla sorte, in occasione dell’assemblea generale di metà ottobre.
Il consiglio ordinario o assentato risultava costituito da sedici “egregi domini consules et iudices in criminalibus”, dieci della terra mastra e sei delle vicinanze, cioè due per valle. Si riuniva solitamente in “stupha magna pretorii” o in “hypocausto superiori pretorii”. La sua funzione era duplice, come per altro appare dalle qualifiche attribuite ai suoi componenti (consules et iudices): doveva esercitare la giustizia penale e provvedere all’amministrazione della comunità. Per dare esecuzione alle sue delibere, si avvaleva di salariati o ufficiali (detti di San Gallone, perché eletti in prossimità della festa di San Gallo, a metà ottobre) con mandato annuale.
Dal 1481 la competenza civile del consiglio ordinario di Bormio fu affidata ad un consiglio di tredici deputati, tutti di Bormio, mentre la competenza penale rimaneva al consiglio ordinario. Nelle decisioni più rilevanti il consiglio ordinario veniva allargato anche a diverse decine di persone (sempre più di cento).

Comune di Bormio.  Consilium populi.
consiglio ordinario. ufficiali del comune.                     
sec. XIV 1797
Per dare esecuzione alle sue delibere, il consiglio ordinario si avvaleva di una schiera di salariati o ufficiali, detti di San Gallone perché la loro nomina, annuale, avveniva in prossimità della festa di San Gallo, a metà ottobre: esaminatori, stimatori, il caneparo del grano o delle biade, il deputato dei denari o dei monti, il deputato delle licenze o dei boschi, gli aguadri dei boschi, il deputato dei vasivi, gli agrimensori o misuratori dei beni l’esattore delle entrate della fabbrica dei Santi Gervasio e Protasio, l’esattore del consorzio dei padri gesuiti, i decimari delle “Closure”, di “Canisa”, di “Bugliolo”, di “Tresenda”, dei “terreni novi dell’Areit”.

Comune di Bormio.  Consilium populi.  Reggenti.    
sec. XIV 1797
I reggenti, in numero di due, erano i veri capi del comune; la loro carica durava quattro mesi, corrispondenti alla durata di una sessione amministrativa, detta “sorte”. Alla loro elezione presiedeva, nell’epoca di maturità delle istituzioni comunali, il consiglio ordinario, e non l’assemblea popolare come per il decano. I reggenti avevano la responsabilità del disbrigo degli affari esecutivi, compresa la persecuzione dei reati in compagnia del podestà, e la direzione dell’assemblea popolare, con poteri pressoché assoluti.
I reggenti, chiamati anche ufficiali maggiori, erano dunque titolari di molteplici funzioni, che andavano dalla convocazione di consigli ordinari e straordinari, ricevere denunce, formare processi, imporre pene, eleggere servitori pubblici, “defferendi iuramenta, provvidendi quibuscumque ordinibus necessariis per magnificum consilium decretandis, et concludendis ad conservationem bone Reispublice nostre”, e inoltre il controllo e la manutenzione dei ponti e strade di spettanza della comunità. Ai due ufficiali maggiori era affidata la custodia del sigillo del contado e dell’archivio ed erano tenuti a far registrare dai cancellieri sui “quaterni” tutte le deliberazioni comunali assunte nel periodo del loro mandato. Al termine dei quattro mesi della “sorte”, il loro operato veniva sottoposto a revisione da parte di due esaminatori.

Comune di Bormio. Consilium populi.
Ufficiali di taverna.                                                          
sec. XIV 1797
Il commercio del vino nel comune di Bormio, interamente municipalizzato, era regolamentato rigidamente da disposizioni statutarie e solo le sei osterie comunali di Cortivo, Bagni, Fraele, Fodraglio, Magliavacca, Ombraglio potevano gestirlo (Fumagalli 1991). La gestione della taverna del cortivo era affidata ad amministratori le cui cariche venivano rinnovate annualmente nell’adunanza del consiglio di popolo tra novembre e dicembre: un canepario, uno o più tavernieri, un cancelliere, due ufficiali, due misuratori, due compratori. Nel periodo compreso tra il 1494 e il 1592 il canipario venne rinnovato ogni quattro mesi, in accordo con disposizioni contenute negli statuti. Il canipario della taverna, che doveva appartenere a turno ad una delle tre valli di Bormio, svolgeva le funzioni di amministratore, venendo retribuito con uno stipendio fisso e con una sorta di provvigione proporzionale alla distanza tra Bormio e la zona d’acquisto del vino. Ai due ufficiali, di cui uno obbligatoriamente del consiglio ordinario, competeva la verifica e la supervisione della gestione: erano tenuti a sigillare le botti in cui era riposto il vino, effettuare misurazioni, autorizzare elargizioni straordinarie, presenziare all’apertura delle nuove botti.
La taverna del Cortivo poteva essere data in locazione previo incanto ovvero gestita direttamente dal comune tramite un oste opportunamente salariato, eletto dal consiglio. Ai compratori competeva la ricerca, contrattazione ed acquisto del vino.

Comune di Bormio. Podestà.                                         
sec. XII 1797

Per il comune di Bormio il podestà rappresentava l’autorità superiore, pur non avendo di per sè facoltà dominative e normative: senza di lui, tuttavia, gli organi comunali non potevano agire. Il podestà aveva eminentemente un potere direttivo e costrittivo. I doveri del podestà verso il comune risultavano dal giuramento che prestava sui vangeli nell’assumere la carica; questa pratica rimase in uso anche quando il podestà non fu più invitato dal comune con facoltà di accettazione o rifiuto, ma fu mandato dai dominanti Grigioni. Il podestà doveva reggere il comune e gli uomini di Bormio senza parzialità e senza rispetto umano, dichiarando la ragione secondo gli statuti, le ordinanze e le consuetudini di Bormio. Pronunciava le sentenze, date con lui, degli organi competenti; dava esecuzione alle deliberazioni dei consigli politici di cui era il presidente, promuoveva l’attività dei consigli amministrativi e giudicanti, ricevendo accuse, procedendo ad inquisizione, convocando e dirigendo assemblee. In caso di sua assenza, spettava al comune nominare i luogotenenti, di regola due: uno per il campo amministrativo, l’altro per il giudiziario, scelti fra i consiglieri e deputati alle sentenze. Il podestà era stipendiato dal comune (Baitieri 1957).
In determinati periodi (XV secolo) compare il titolo (la carica) di “commissario sive podestà” che in momenti di emergenza, come ad esempio lo stato di guerra, era preposto “alla buona custodia e conservazione” della città e terre “con pieni poteri”; ma non aveva la facoltà, secondo le disposizioni di Filippo Maria Visconti, di intromettersi nelle cose spettanti all’ufficio proprio del podestà. Nell’estate del 1500, pure in un momento di emergenza, Bormio ebbe un connestabile (funzionario di nomina ducale con precise istruzioni ed incarico di soprintendere alle porte con l’ausilio di un certo numero di uomini; ebbero allora questo ufficiale anche Valdisotto, Valdidentro, ValfurvaOltrona Visconti 1974).
Nel periodo grigione, nonostante fosse al vertice della piramide istituzionale e fosse preposto al controllo degli organi comunali, il podestà svolgeva un ruolo effettivo soprattutto in ambito giudiziario, presiedendo i due tribunali con mandato biennale; aveva al suo servizio dei curiali stipendiati dal comune che fungevano da messi o da sbirri, tramite i quali perseguiva i rei; la sua potestà politica era invece ridottissima, limitandosi a presiedere le assemblee senza partecipare al voto.
Il podestà era escluso anche dalle deputazioni, commissioni miste formate dal consiglio ordinario del comune di Bormio con la collaborazione di alcuni esperti, alle quali erano talvolta delegati compiti decisionali ed esecutivi.

Comune di Bormio.                                                         
1798 1815
Al momento della prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Bormio e vicinanze contava 5.302 abitanti.
Con la successiva organizzazione del dipartimento dell’Adda e Oglio (legge 11 vendemmiale anno VII), il comune di Bormio, comprendente tutto l’ex contado, divenne capoluogo del distretto VIII.
Nel febbraio 1799 (legge 7 ventoso anno VII), dal comune di Bormio furono staccati i quattro comuni di Livigno e Trepalle, Valfurva, Val di dentro, Val di sotto.
Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Bormio era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario; nel prospetto dei comuni allegato all’estratto dei registri del comitato di governo, seduta del 25 fiorile anno IX, figuravano anche i comuni di Livigno e Trepalle, Val Furva, Valle di dentro, Valle di sotto.
Nel nuovo piano di distrettuazione provvisoria del dipartimento del Lario, in esecuzione del decreto 14 novembre 1802, il comune di Bormio e sua ex contea venne ricollocato nell’VIII distretto dell’ex Valtellina come comune capoluogo (quadro dei distretti 1802), e come tale fu confermato, comune di II classe con 5.302 abitanti, nel 1803 (elenco dei comuni 1803).
Nel 1803 la municipalità di Bormio trasmise istanza perché nei paesi di Livigno, Val Forba, Valle di dentro, Valle di sotto “attualmente formanti quella Comune” venissero nominati “in luogo dei rispettivi agenti comunali che andavano a cessare tre individui per ciascuno di detti paesi per disimpegnare gli affari generali” (istanza di Bormio, 1803): “il Consiglio generale del Consiglio comunale di Bormio”, andando contro i termini della legge 24 luglio 1802 (gli accorpamenti territoriali erano materia dell’autorità governativa) aveva unito in un solo comune di II classe (Bormio, appunto) le comunità che ai sensi della legge 23 fiorile anno IX dovevano formare municipalità a sè. La viceprefettura di Sondrio aprì un fascicolo riguardante “il progetto di concentrarsi in una sola di II classe le Comuni componenti il Contado di Bormio”, che fu chiuso nel 1804 (confini di Bormio, 1804).
Il 2 febbraio 1804 i deputati Pichi e Nicolina “della Municipalità e Consiglio comunale di Bormio, distretto di Sondrio, Dipartimento del Lario” indirizzarono una petizione “al cittadino Melzi Vicepresidente” con cui “pretendevano” le somme corrispondenti ai mancati introiti prima derivanti dai dazi, beni comunali, diritti feudali, di cui allegavano un prospetto (petizione di Bormio, 1804).
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Bormio e suo ex contado, fu posto a capo del cantone IV: comune di II classe, contava 5.302 abitanti.
Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, il comune denominativo di Bormio, con 4.832 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Bormio (1.000), Uzza (96), San Nicolò (158), Teregua (131), San Gottardo (198), Sant’Antonio (329), Madonna de’ Monti (300), Livigno (460), Pedenosso (307), Trepalle (145), Torripiano (67), Molina (30), Premadio (136), Semogo (227), Isolaccia (235), Cepina (170), Oga (220), Morignone (125), Piazza (185), Fumarogo (98), Santa Maria Maddalena (1.254), Piatta (90), raggruppate in sezioni denominate Terra di Bormio, Livigno, Furva, Valle di sotto, Valle di dentro (prospetto dei comuni 1807).
Il comparto territoriale risultante il 1 gennaio 1810, seguito all’approvazione delle concentrazioni dei comuni del dipartimento dell’Adda (decreto 31 marzo 1809), fu confermato nel 1815, dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel regno lombardoveneto (comparto 1 maggio 1815): a quest’ultima data Bormio figurava, con 5.302 abitanti, comune principale nel cantone IV di Bormio.
Il comune di Bormio con voto unanime il 3 maggio 1814 aveva espresso la volontà di chiedere l’unione ai Grigioni; solo in data 21 agosto 1814 il prefetto del dipartimento dell’Adda, Rezia, riuscì ad imporre al podestà di Bormio Pier Antonio Nicolina di sottoscrivere un atto di omaggio e obbedienza al sovrano austriaco (Massera 1981A).

Comune di Bormio.                                                      
1816 1859

In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardoveneto (notificazione 12 febbraio 1816) era prevista l’attivazione del comune di Bormio, come capoluogo del distretto VI della provincia di Sondrio, privato del territorio dell’ex contado, che sarebbe stato suddiviso in otto comuni autonomi. In data 10 marzo 1816 il comune di Bormio trasmise un ricorso contro la compartimentazione del 12 febbraio (ricorso di Bormio, 1816). Il deputato di Valtellina conte Guicciardi, pur cogliendo “l’esigenza politica” di una divisione dell’ex contado, si oppose al suo “sminuzzamento”, proponendone “l’accorpamento secondo l’antica e naturale divisione delle Valli” (Guicciardi 1816), soluzione che sostenne anche l’imperial regia delegazione provinciale, per la “antica abitudine dei secoli e per la comunanza degli interessi” (Delegazione provinciale 1816). Per l’amministrazione delle proprietà indivise, la consulta del distretto di Bormio chiese all’imperial regia delegazione provinciale l’approvazione di un provvedimento per la concessione di una “congregazione o Consiglio generale di valle, composto di alcune scelte persone tra i principali estimati d’ogni sorta”, che avrebbe avuto l’incarico di “vegliare alle spese incombenti alla generalità dei Comuni componenti la valle, ed ai bisogni generali della medesima”, sull’esempio di quanto concesso con i decreti 16 settembre 1757 alla Valsassina e 19 dicembre 1757 al territorio di Lecco (consulta di Bormio, 1816).
Dopo aver ricevuto il prospetto dei comuni della provincia di Sondrio riordinato dalla delegazione provinciale, in data 9 maggio 1816 la congregazione centrale di Milano, per il tramite del conte von Saurau, governatore della Lombardia, espresse ulteriori osservazioni relativamente alla situazione del comune di Bormio (e di quello di Val San Giacomo), avendo trovato “nel rimanente” conformità con le proprie esternazioni, affermando tra l’altro che “le Comuni di Bormio e della Valle San Giacomo” avevano goduto “in passato di molti ed importantissimi privilegi” che non avrebbero cessato “di desiderare ancora”, ove di fossero trovate “costituite in un sol corpo”. La propensione che i due comuni avevano dimostrato “anche negli ultimi tempi di unirsi alla Svizzera” aveva confermato la congregazione nell’opinione che non fosse “politico di lasciare i comuni medesimi nello stato in cui si trovavano all’epoca dell’anno 1796” (congregazione centrale, 1816).
Quanto alla questione consiglio di valle, la congregazione centrale di Milano, persuasa “che attese le particolari circostanze de’ suddetti luoghi” non si potesse, almeno per allora, “altrimenti provvedere alla amministrazione de’ Beni, dei diritti, e delle passività che hanno in comunione, se non con l’affidarla ad una unione d’individui tratti da cadauni comuni”, stimava conveniente conferire “tale amministrazione ai primi deputati de’ singoli Comuni, ed in mancanza di alcuni di questi al secondo od al terzo”. “Ma siccome interessa proseguiva il conte von Saurau che una tale amministrazione vada col tempo ad estinguersi, non già solo per togliere gli intralci che ne potrebbero talora emergere, ma per consolidare sempre più la divisione de’ suddetti Comuni, che effettuata per prudenti viste politiche, conviene di compiere in ogni sua parte, così la congregazione centrale troverebbe opportuno che si ingiungesse da prima di semplificare la gestione, sia coll’estinguere mediante vendita di beni sociali delle comuni passività, sia col procurare degli affitti colle comuni stesse nel cui circondario trovansi i beni appartenenti alla comunione e che in seguito si pensasse a porre in opera tutti que’ mezzi che si riconoscessero i più acconci ad operare la piena divisione d’interessi fra li suddetti Comuni” (congregazione centrale, 1817).
Bormio, comune con consiglio, fu confermato capoluogo del distretto VI della provincia di Sondrio in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844).
Nel 1853 (notificazione 23 giugno 1853), Bormio, comune con consiglio con ufficio proprio e con una popolazione di 1.508 abitanti, divenne capoluogo del distretto V della provincia di Sondrio.

Contado di Bormio.                                                              
sec. XIV 1797

Nella storia della politica locale delle valli dell’Adda e della Mera l’evoluzione del sistema feudale non seguì un percorso unitario: a Bormio l’originaria compagine della pieve non si disgregò in entità minori. Avanti l’affermazione del comune di Bormio, deteneva sul medesimo territorio poteri pressoché comitali (poteri pubblici e poteri giurisdizionali), benché non ne avesse il titolo, un ufficiale o funzionario che li esercitava per conto del feudatario. L’unità politicoamministrativa del bormiese, avocazia (o avvocazia) divenne ereditaria della famiglia von Matsch nel corso del XII secolo.
È difficile stabilire l’origine dell’istituto dell’avvocazia bormina. Nel IX secolo, la pieve di Bormio, unitamente a quella di Mazzo, appariva sita “in ducatu mediolanensi”. Questo fatto induce a supporre che le funzioni pubbliche e prima fra esse la giurisdizione (intesa non solo come diritto di esigere i tributi connessi con il placitum, ma anche di giudicare in materia civile e in materia penale) spettassero al duca di Milano, il quale le esercitava a mezzo di un suo funzionario, probabilmente un gastaldo. Mancano tuttavia il diploma o i diplomi regi (di un sovrano carolingio o italico) attraverso i quali il gastaldo bormiese ricevette la conferma dei poteri e dei diritti che una volta gli spettavano in quanto collaboratore del duca. È anche possibile che al gastaldo sia succeduto un dominus plebis, con poteri oltre che giurisdizionali, anche occasionalmente militari. Non è possibile stabilire con esattezza se questo dominatus si chiamò da subito avvocazia e se la famiglia von Matsch ne fu da principio titolare: si è portati in definitiva a credere che l’avvocazia di Bormio sia sorta come istituto per l’esecuzione delle pubbliche funzioni ed in particolare della giurisdizione, da un dominatus loci, a sua volta succeduto, nella prima metà del IX secolo, ad una gastaldia con funzioni giurisdizionali (Aureggi 1956).
Nella seconda metà del XII secolo (il primo documento certamente datato è del 1185) l’insieme degli abitanti di Bormio e del suo territorio, la così detta “terra mastra” (che comprendeva le terre di Piatta, Piazza, Oga, FumarogoGuler 1616; Quadrio 1755), si presentava come un’unità giuridica a sè stante (comune), che contrattava con l’avvocato Eginone di Matsch i limiti entro cui intendere la fedeltà feudale dovuta all’avvocato, ed otteneva due fondamentali diritti sovrani: l’amministrazione della giustizia (curia) ed i diritti su foreste, pascoli, acque e sottosuolo (gastaldia). Gli avvocati di Bormio, i von Matsch di Venosta, risiedevano solo saltuariamente a Bormio, dove si recavano in giorni stabiliti per esercitare la giustizia e ricevere i censi e le decime a loro dovuti. All’interno dell’avvocazia i vicini della terra mastra di Bormio poterono sviluppare, oltre alla capacità di valorizzare economicamente il territorio, anche la forza di affermare la propria autonomia politica, agendo attraverso l’istituto del comune (BenettiGuidetti 1990). La formazione del contado è legata strettamente all’ascesa politica del comune di Bormio, che una volta affrancato dall’egemonia e limitazione nella propria giurisdizione derivante dal diretto esercizio degli antichi diritti signorili, tentò, nel terzo decennio del XIV secolo, di usurpare nelle valli i diritti dei Venosta e del vescovo comense, del quale i Venosta erano diventati vassalli (Storia di Livigno 1995).
Nel corso del XIV secolo, il comune di Bormio era già un potente soggetto economico, gestendo il patrimonio gastaltico ereditato dagli avvocati di Matsch. Il comune possedeva pascoli, boschi, segherie, molini; nell’ambito territoriale del contado prelevava la decima sui raccolti dei cereali, che veniva immagazzinata per essere usata in caso di necessità. Il comune aveva parimenti il monopolio dei forni e delle fucine per la lavorazione del ferro, di gualcherie e tintorie per produrre tessuti, della farmacia, delle osterie, del macello, delle acque termali. Erano tutte attività date in appalto a singoli cittadini, ma il cui controllo spettava agli organi della comunità.
Nell’ultimo scorcio del medioevo, gli abitanti di Bormio perfezionarono le istituzioni che si erano sviluppate nei secoli precedenti: si continuava a riconoscere che la base del potere era l’insieme delle famiglie rappresentate dai loro capi, la vicinantia, parallelamente alla quale si pose il consiglio del popolo (consilium populi) o consiglio maggiore che aveva il potere di fare le leggi e discutere i problemi di politica generale; in età sforzesca il consilium populi era composto da 110130 membri, in parte scelti da Bormio e dalla terra mastra, in parte in rappresentanza delle popolazioni dei montes, inviati dalle vicinanze delle contrade delle valli. All’applicazione delle leggi ed all’attività giudiziaria provvedeva il consiglio ordinario (o consiglio minore) composto da dieci uomini della terra mastra e da sei dei montes (BenettiGuidetti 1990).
Pur avendo avuto, probabilmente, un’origine federativa (Besta 1945), il comune di Bormio adempì sempre ad una doppia funzione, locale e provinciale (sul territorio del contado). La moltiplicazione delle organizzazioni e delle istituzioni locali avvenne per la contrapposizione tra terra mastra e monti, raggruppati nella Valle di Sotto (o di Cepina), Valle di Dentro (o di Semogo o di Pedenosso) e Val Furva, a cui si aggiungeva la Valle di Livigno (Baitieri 1957).
In epoca grigione il comune di Bormio riuscì a salvaguardare le proprie prerogative ed egemonia sul contado, consolidate già durante il periodo visconteo, dovendo accettare però una limitazione dei poteri di indirizzo dei propri organi maggiori soprattutto per la gestione economica delle risorse comuni.
Nella prima metà del XIV secolo erano già formate le contrade di San Bartolomeo, Santa Maria Maddalena, Piazza, San Brizio, Santa Maria di Cepina, Santa Maria d’Osteglio e Oga in Valdisotto; San Gallo, San Giacomo di Fraele in Valdidentro; San Nicolò in Valfurva, a cui se ne aggiunsero altre minori ed in via di continuo sviluppo come Premadio, Isolaccia, Uzza, San Gottardo di Furva, Fumarogo (CancliniDe Angelis 1993).
Per quanto riguarda le istituzioni locali nell’ambito del contado, il capoluogo Bormio (che era composto dalle contrade di Dosso Ruina, Via Maggiore, Dossiglio, Buglio, Combo) provvedeva ad eleggere tramite i vicini, in ciascuna delle contrade, due deputati, tra i quali ne venivano scelti due, denominati “capi”, responsabili di amministrare le attività e passività della terra di Bormio e di intendere a far rispettare le gride ed ordini riguardanti la campagna e le strade.
La Val Furva era composta da sei contrade, ciascuna delle quali aveva a capo due anziani, eletti ogni anno dai vicini delle rispettive contrade. Tutti gli abitanti della Val Furva eleggevano due amministratori che venivano chiamati massari della valle, che amministravano le attività e passività dell’intera valle, attendevano a far osservare gli ordini per le strade, per i boschi e per la campagna.
La Valle di dentro era composta da sei vicinanze, a capo di ciascuna delle quali c’erano due anziani, che amministravano le attività e le passività della vicinanza, attendevano a mantenere gli ordini per la campagna e per le strade.
La Valle di dentro era composta da sette vicinanze, a capo delle quali veniva eletto uno o anche due deputati detti aguadri dei boschi, che dovevano vigilare sui boschi tensi, affinché nessuno tagliasse il legname senza il permesso scritto del consiglio ordinario del comune di Bormio.
La vicinanza di Livigno aveva per capi due anziani e in più un mistrale, che giudicava nelle cause civili sino alla somma di lire 100 locali (metodo 1796).
Pur basata su un concetto democratico, la popolazione del contado fu sempre distinta tra “cittadini” della terra mastra e “vicini” delle valli, che non si trovavano sullo stesso piano con Bormio, pur avendo gli stessi diritti dal punto di vista giuridico: negli organi di governo comunali Bormio detenne sempre la maggioranza dei rappresentanti. Tra i 120 componenti del consiglio del popolo, 60 erano della terra mastra di Bormio e i rimanenti equamente ripartiti tra le vicinanze di Valdisotto, Valdidentro, Valfurva; Livigno era rappresentata dai due anziani e dal mistrale. Al consiglio del popolo (o consiglio maggiore o non assentato, perché i convenuti si riunivano restando in piedi) competeva la nomina dei magistrati e degli ufficiali minori, la nomina del caneparo maggiore, soprintendente a tutta l’attività finanziaria del comune, e quella del capitano della milizia del comune; spettavano inoltre le decisioni circa l’uso dei beni della comunità. Il consiglio del popolo eleggeva con un complesso meccanismo a doppio turno in parte affidato alla sorte il consiglio ordinario (o consiglio minore o assentato, perché le riunioni avvenivano con i convenuti seduti), che era depositario del potere esecutivo. Il consiglio ordinario era formato da sedici “egregi domini consules et iudices in criminalibus”, dieci della terra mastra e sei delle vicinanze, cioè due per valle (Livigno era escluso dalla rappresentanza). La sua funzione era duplice: doveva esercitare la giustizia penale e provvedere all’amministrazione della comunità. Dal 1481 la competenza civile del consiglio ordinario di Bormio fu affidata ad un consiglio di tredici deputati, tutti della terra mastra, mentre la competenza penale rimase al consiglio ordinario. I veri capi del comune erano i due reggenti, eletti dal consiglio maggiore, che duravano in carica per la durata di una “sorte” (l’annualità amministrativa era divisa in tre “sorti”: primavera, dal 16 febbraio al 15 giugno; estate, dal 16 giugno al 15 ottobre; inverno, dal 16 ottobre al 15 febbraio): essi rappresentavano la massima carica esecutiva e politica del comune; erano gli interpreti ed esecutori delle decisioni consiliari, provvedevano al mantenimento del patrimonio pubblico, ricevevano e distribuivano le rendite comunali, avevano i diritti di polizia, potendo nominare vigili e poliziotti, ricevevano il giuramento degli ufficiali minori ed esercitavano su tutti gli organi minori un controllo.
Come dignità i reggenti avevano superiore solo il podestà, che tuttavia era piuttosto sopra o al di fuori dell’ordinamento interno del comune; secondo gli statuti di Bormio il podestà non aveva poteri normativi, ma solo direttivi. La sua vera posizione era quella di garantire l’esatta applicazione delle norme statutarie e, nel periodo grigione, svolgeva un ruolo effettivo soprattutto in ambito giudiziario, presiedendo i due tribunali con mandato biennale.
Una stima della popolazione del contado di Bormio riferita all’anno 1624 si desume dagli atti della visita pastorale di monsignor Carcano, delegato del vescovo Scaglia: allora gli abitanti erano circa 5.700 ripartiti in Bormio (800), Pedenosso (con Isolaccia e Trepalle813), Semogo (344), Premadio (con Molina e Torripiano440), Valfurva (1.300), Valdisotto (1.173di cui Oga 211), Livigno (847Perotti 1992A).

Pieve di Bormio.                                                                   
sec. XII sec. XIV

Nella ripartizione del territorio di Como effettuata dal podestà comense marchese Bertoldo di Hohenburg nel 1240, la pieve di Bormio fu attribuita a porta Sala, come la pieve di Mazzo. Nel 1279 fu confermata l’appartenenza della pieve di Bormio a porta Sala (Gianoncelli 1982).
La giurisdizione della pieve di Bormio coincise con quella del contado.

arch. aggregazione di comuni nel bormiese, 1816: Elenco delle variazioni avvenute nel compartimento territoriale della provincia di Sondrio dal 1 maggio 1816: data e numero dei decreti di approvazione delle concentrazioni di comuni, in “Prospetto indicante le eseguite concentrazioni di Comuni nella Provincia di Sondrio dopo la pubblicazione della Governativa Notificazione 12 Febbraio 1816”, Sondrio, 30 maggio 1843, ASMi, Catasto, cart. 756; amministrazione centrale, 1799: “L’amministrazione centrale del Dipartimento al direttorio esecutivo”: elenco degli agenti e degli aggiunti nei comuni di Livigno e Trepalle, Valfurva, Valdidentro, Valdisotto, 6 marzo 1799, ASMi, Uffici civici p.a., cart. 38; confini di Bormio, 1804: “Progetto della Viceprefettura di Sondrio di concentrarsi in una sola di II classe le Comuni componenti il contado di Bormio, e di aggregarsi al Distretto di Tirano le Comuni di Sondalo, Grosio e Grossotto”, 22 febbraio 1804, ASMi, Censo p.m., cart. 1.024; congregazione centrale, 1816: “Osservazioni della Congregazione centrale relativamente alle Comuni di Bormio e della Valle San Giacomo”, Milano, 9 maggio 1816, ASMi, Censo p.m., cart. 779; congregazione centrale, 1817: Parere della congregazione centrale di Milano intorno ai quesiti fatti dall’imperal regia delegazione di Sondrio diretta a fissare un metodo per l’amministrazione delle proprietà indivise nei comuni di Bormio e ValSan Giacomo, 21 gennaio 1817, ASMi, Censo p.m., cart. 779; consulta di Bormio, 1816: Richiesta della consulta del distretto di Bormio per la concessione di una congregazione o consiglio generale di valle, 18 ottobre 1816, ASMi, Censo p.m., cart. 779; disposizioni amministrative, 1804: “Il Vice prefetto del Circondario di Sondrio, Dipartimento del Lario, al prefetto dipartimentale di Como”: “1804. Disposizioni date per togliere i disordini nell’amministrazione delle Comuni del Distretto di Bormio attivandosi colà il nuovo sistema di pubblica amministrazione giusta la legge 24 luglio 1802”, 28 ottobre 1804, ASMi, Censo p.m., cart. 1.024; istanza di Bormio, 1803: “Istanza della municipalità di Bormio perché nei paesi di Livigno, Val Furba, Valle di Dentro, e Valle di Sotto attualmente formanti quella Comune vengano nominati in luogo de’ rispettivi agenti comunali, che vanno a cessare, tre individui per ciascuno di detti Paesi per disimpegnare gli affari comunali”, 21 marzo 1803, ASMi, Censo p.m., cart. 1.024; metodo 1796: “Metodo con cui si amministrava la Contea di Bormio l’anno 1796”, ASMi, Censo p.m., cart. 779; petizione di Bormio, 1804: “Petizione dei deputati Pichi e Nicolina della Municipalità e Consiglio comunale di Bormio distretto di Sondrio Dipartimento del Lario al cittadino Melzi Vicepresidente”, 2 febbraio 1804, ASMi, Censo p.m., cart. 1.024; proposta di distacco di Grosio e Grosotto, 1807: Variazioni al progetto di concentrazione dei comuni del dipartimento dell’Adda (1807): “Proposte di variazione al progetto a stampa delle concentrazioni”: proposta di distacco di Grosio e Grosotto da Bormio e di unione a Tirano, 15 novembre 1807, ASMi, Censo p.m., cart. 741; ricorso di Bormio, 1816: Istanze di comuni della provincia di Sondrio per variazioni al compartimento territoriale portato con la notificazione 12 febbraio 1816: “Ricorso di Bormio contro la compartimentazione territoriale del 12 febbraio 1816”, 10 marzo 1816, ASMi, Censo p.m., cart. 779.
legisl. Statuti, Bormio: Statuta seu leges municipales communitatis Burmii tam civiles quam criminales (7 giugno 1561), Comune di Bormio, AC Bormio, Serie 1.1 Statuti, n. 3, nella medesima serie, sei redazioni degli Statuti del Comune di Bormio dal secolo XIV al 1561 e frammenti del XVI secolo.

bibl. AC Bormio, Inventario: Provincia di Sondrio, Archivio storico del Comune di Bormio. Inventario d’archivio (12521797), Milano, Consorzio Archidata, 1996, Edizione provvisoria; Baitieri 1957: Silvio Baitieri, Bormio dal 1512 al 1620, “Bollettino della Società storica valtellinese”, 1957; Baitieri 1958: Silvio Baitieri, Sul “mero e misto impero” sul Contado di Bormio durante l’occupazione grigione dal 1512 al 1620, “Bollettino della Società storica valtellinese”, 1958; Baitieri 1960: Silvio Baitieri, Bormio dal 1512 al 1620. Analisi di documenti inediti, Milano, Giuffrè, 1960, Raccolta di studi storici sulla Valtellina, n. 16; Besta 19261927: Enrico Besta, Bormio avanti il dominio grigione, “Archivio storico della Svizzera italiana”, 19261927; Besta 1945: Enrico Besta, Bormio antica e medievale, e le sue relazioni con le potenze finitime, Milano, Giuffrè, 1945; Bognetti 1934: Gian Piero Bognetti, Nuovi documenti per la storia delle relazioni tra Bormio e i Grigioni, “Archivio storico della Svizzera italiana”, 1934; Bognetti 1957: Gian Piero Bognetti, Il “Liber stratarum ” di Bormio trecentesca, “Bollettino della Società storica valtellinese”, 1957; CancliniDe Angelis 1993: Marcello Canclini, Roberto De Angelis, Bormio, le sue valli e il Podestà dei Matti, Sondrio, Bonazzi grafica, 1993; Celli 1984: Roberto Celli, Longevità di una democrazia comunale. Le istituzioni di Bormio dalle origini del Comune all’epoca napoleonica, Udine, Del Bianco, 1984; Fumagalli 1991: Lorenza Fumagalli, La “taverna del cortivo” a Bormio (1494 1678), “Bollettino della Società storica valtellinese”,

1991; Gobetti 1991: Alberto Gobetti, Note di economia bormina tra XVI e XVIII secolo: le decime di comunità, “Bollettino della Società storica valtellinese”, 1991; Gobetti 1996: Alberto Gobetti, Ricognizione degli istituti caritativi e assistenziali bormiesi nel secolo XVII, “Bollettino della Società storica valtellinese”, 1996; Martinelli Perelli 1977: Liliana Martinelli Perelli, L’inventario di un archivio comunale del Trecento: il Quaternus eventariorum di Bormio in Studi di storia medievale e di diplomatica pubblicati a cura dell’Istituto di Storia medievale e moderna e dell’Istituto di paleografia e Diplomatica, Milano, Università degli studi, 1977; Oltrona Visconti 1974: Gian Domenico Oltrona Visconti, Note su alcuni podestà di Bormio “capo et ciave de tota Valtolina”, “Bollettino della Società storica valtellinese ”, 1974; Rovaris 1969: Sandro Rovaris, Tutela giuridica e sociale della proprietà negli statuti di Bormio, “Bollettino della Società storica valtellinese ”, 1969; Statuti, Bormio: Lyde Martinelli, Sandro Rovaris (a cura di), Statuta seu leges Communitatis Burmii tam civiles quam criminales. Statuti ossia leggi municipali del Comune di Bormio civili e penali, Sondrio, Banca Piccolo Credito Valtellinese, 1984, Collana storica, n. 3; Urangia Tazzoli 1931: Tullio Urangia Tazzoli, Echi di vita bormiese attraverso i secoli, “Archivio storico della Svizzera italiana”, 1931.

Bormio parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio sec. XVI [1989]

Parrocchia della diocesi di Como. In epoca posttridentina, stabilmente a partire dal XVII secolo, la parrocchia arcipresbiterale e collegiata dei Santi Gervasio e Protasio di Bormio risulta sede di un vicariato comprendente le parrocchie della pieve. L’arciprete svolgeva le funzioni di parroco e presiedeva in qualità di vicario foraneo alle congregazioni dei parroci del vicariato. Nel 1614, all'epoca della visita pastorale del vescovo Filippo Archinti nella pieve di Bormio, l'arciprete e i canonici non avevano alcuna prebenda, ma i loro redditi derivavano dalla residenza. Entro i confini della parrocchia di Bormio esistevano le chiese di San Vitale, Spirito Santo, San Lorenzo, Santa Barbara, San Martino ai Bagni, Santi Fabiano e Sebastiano, San Pietro, Sant'Antonio nella contrada Combo, San Francesco, Santa Maria Elisabetta. L'ultima delle chiese elencate, non essendo altrimenti attestata, potrebbe coincidere con la chiesa della Madonna del Sassello o della Pazienza. Due altri edifici di culto, esistenti nello stesso periodo in Bormio, pur non essendo descritti dall'Archinti, erano la chiesa di San Bernardo, divenuta nel 1626 oratorio dei disciplini, e l'oratorio di San Michele, sede della confraternita dei disciplini. Nella parrocchiale si avevano la confraternita del Santissimo Rosario, eretta all'altare della Beata Maria Vergine, e la confraternita della Beata Maria Vergine, eretta all'altare di San Vincenzo (Visita Archinti 16141615). Alla fine del XVIII secolo il giuspatronato del beneficio arcipresbiterale era della comunità, quello dei sei canonicati del capitolo collegiale apparteneva al capitolo stesso. Lo stato attivo del beneficio arcipresbiterale era di lire 1330; lo stato attivo dei benefici canonicali, escluso quello teologale, era di lire 502; lo stato attivo del beneficio teologale era di lire 308.14, lo stato passivo di lire 104. Il numero delle anime era 1158 (Quesiti Amministrazione Adda e Oglio, 1798).
Nel 1892, anno della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari, la rendita netta del beneficio parrocchiale arcipretale era di lire 961.57; esisteva anche un beneficio teologale, di nomina dell'arciprete e dei canonici. Entro i confini della parrocchia arcipretale collegiata plebana di Bormio, di nomina popolare, esistevano le chiese di Sant'Ignazio degli ex gesuiti, Sant'Antonio abate, San Vitale, San Sebastiano, Santa Barbara, San Lorenzo, San Gottardo (questi ultimi due abbandonati), Visitazione di Maria Vergine a Santa Elisabetta, Santa Lucia di Fumarogo, San Giovanni evangelista a Piazza, San Martino vescovo e confessore ai Bagni Vecchi, e gli oratori della confraternita del Santissimo Sacramento e della Madonna del Buon Consiglio. Nella chiesa parrocchiale dei Santi martiri Gervasio e Protasio di Bormio si avevano le confraternite del Santissimo Sacramento, sia maschile che femminile, fondata con bolla 27 settembre 1642 di papa Urbano VIII, la confraternita del Santissimo ed Immacolato Cuore di Maria, fondata dal vescovo Pietro Carsana il 19 ottobre 1876, la confraternita del Rosario, ritenuta fondata nel 1642 e rinnovata l'1 febbraio 1876, la confraternita del Sacro Cuore di Gesù, fondata il 28 luglio 1894. Il numero dei parrocchiani era di 2150. Il clero era composto dall'arciprete e da quattro canonici (Visita Ferrari, Vicariato di Bormio). Nel corso del XX secolo, la parrocchia di Bormio è sempre stata sede vicariale; con il decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como, fu assegnata alla zona pastorale XV della Valtellina Superiore e al vicariato di Bormio (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con il decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato B della Valtellina Superiore (decreto 10 aprile 1984) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). [A. Bar.]

Pieve dei Santi Gervasio e Protasio sec. XI sec. XVIII
Pieve della diocesi di Como. La chiesa di Bormio è attestata come battesimale in un diploma dell’imperatore Carlo Magno dell’803 in uno successivo di Lotario I del 3 gennaio 824 (Salice 1969). Quest’ultimo documento cita la chiesa battesimale di Bormio unitamente a quelle di Mazzo, di Poschiavo e al piccolo monastero di San Fedele sul lago di Mezzola e conferma a Leone, vescovo di Como, i privilegi a lui concessi da Ludovico I da Carlo Magno (Garbellini 1991). Il diploma di Lotario subì delle interpolazioni; tuttavia la menzione delle chiese, anche se fosse stata aggiunta posteriormente e quindi lasciasse dei dubbi sull'effettiva dipendenza dal vescovo di Como, implicherebbe che esse fossero indiscutibilmente note (Antonioli 1990). Bormio estendeva i suoi diritti spirituali su tutte le valli bormiesi fino a Serravalle, dove giungeva la giurisdizione della pieve di Mazzo (La contea di Bormio 1965). Nell'atto di donazione della chiesa di San Siro di Bianzone e annesse proprietà fatto al capitolo di Bormio dalle sorelle Nalucia e Pagana della Torre, atto steso in Bianzone l'8 febbraio 1100 dal notaio Giovanni Giudice, si legge che tale donazione era in favore dell'arciprete e dei canonici della chiesa dei Santi Gervasio e Protasio di Bormio. La chiesa plebana, quindi, nel 1100 era officiata dall'arciprete e da alcuni canonici (Sosio 1994). Bormio viene citata, insieme alle pievi di Olonio, Ardenno, Berbenno e Poschiavo, in un documento del 1010, con il quale il vescovo Alberico fondava in Como il monastero di Sant'Abbondio e gli faceva dono dei redditi già appartenuti alla mensa vescovile (Fattarelli 1986). Alla fine del XIII secolo nella chiesa plebana arcipresbiterale dei Santi Gervasio e Protasio di Bormio il collegio canonicale era composto dall'arciprete e da cinque canonici (Perelli Cippo 1976).
Nel periodo visconteo il collegio canonicale raggiunse anche il numero di dodici canonici escluso l'arciprete (Sosio 1994). Nel 1445, all’epoca della visita pastorale del vescovo Gerardo Landriani il canonico prebendato interrogato dai vicari visitatori non era in grado di attestare se, oltre all’arcipretura, le prebende canonicali fossero in numero di cinque o sette; la chiesa, comunque, era allora priva dell’arciprete e di alcuni canonici e le rendite erano amministrate dalla comunità di Bormio (Visita Landriani 1444 1445).
Nel corso del XV secolo si staccarono dalla chiesa matrice di Bormio le chiese di San Nicolò Valfurva, San Gallo di Premadio (1467), Santa Maria di Livigno (1477).
Nell'elenco del clero della pieve di Bormio allegato agli atti del sinodo comense convocato nel 1565 dal vescovo Gianantonio Volpi figuravano l’arciprete della chiesa dei Santi Gervasio e Protasio di Bormio e i rettori delle chiese di San Siro di Bianzone, San Nicolò Valfurva, Santa Maria di Livigno, San Martino di Pedenosso, San Gallo di Premadio, Santa Maria di Cepina (Sinodo Volpi 1565).
All’epoca della visita pastorale del vescovo Feliciano Ninguarda esistevano in Bormio le chiese di San Vitale martire, Santo Spirito, San Lorenzo martire, Santa Barbara vergine e martire, Santi Fabiano e Sebastiano martiri, San Francesco, Santi Pietro e Paolo apostoli, Sant'Antonio abate nella contrada di Combo, Santa Maria Vergine della Sassella, poi detta della Pazienza, e l'oratorio di San Michele Arcangelo (Visita Ninguarda 15891593). A Bormio furono costruite nei secoli seguenti le chiese di San Bernardo, San Gottardo, Sant'Ignazio al collegio dei gesuiti, e gli oratori di San Gaetano, di patronato Gervasi, San Giovanni Nepomuceno, San Ranieri, sul piano del Braulio (Visita Ninguarda 1589 1593, note). Nel territorio della pieve sorgevano le chiese dei Santi Pietro e Marcellino di Poira, Santa Maria di Piatta, Santa Maria, San Giovanni Battista, San Giovanni evangelista di Piazza, San Colombano di Oga, Santi Giovanni Battista e Giovanni evangelista e San Martino della frazione Molina, Santa Lucia di Ostilio, Santa Maria Maddalena della frazione omonima, San Bartolomeo apostolo nella frazione Morignone, San Martino vescovo detta di Serravalle, San Brizio nella frazione omonima, Santi Rocco e Sebastiano di Uzza, Santissima Trinità di Teregua, Sant’Antonio abate di Valfurva, San Gottardo nella frazione omonima, Santa Caterina nella frazione Magnavacca, San Cristoforo di Premadio, San Giacomo di Fraele, Santa Maria di Isolaccia, Sant’Abbondio di Semogo, Sant’Antonio abate di Livigno; esistevano inoltre le “ecclesiae curatae” o “vicecuratae” di San Lorenzo di Oga, Santa Maria di Cepina, San Nicolò in Valfurva, San Gallo di Premadio, San Martino vescovo di Pedenosso, Santa Maria Vergine di Livigno. La terra di Bormio, insieme a villaggi e frazioni, contava circa 1800 famiglie; il paese e il contado propriamente detti ne contavano circa 700, quasi tutte cattoliche (Visita Ninguarda 15891593).
Nella prima metà del XVII secolo furono erette le parrocchie di Pedenosso (1624), Semogo (1624), Oga (1632). Nel corso del XVIII secolo Cepina e Isolaccia diventarono parrocchie, Piatta e Trepalle viceparrocchie (Ecclesiae collegiatae 1758; Ecclesiae collegiatae 1794).
Per tutta l’epoca posttridentina, e in pratica fino agli inizi del XX secolo, il termine pieve venne usato quasi esclusivamente per indicare una circoscrizione territoriale, coincidente con l’antica giurisdizione della chiesa plebana. Su tale base territoriale si venne a sovrapporre la struttura vicariale, di valenza più marcatamente istituzionale. Spettava ai vicari foranei, infatti, presiedere le congregazioni dei parroci. Dalla metà del XVII secolo Bormio è attestata stabilmente come sede di un vicariato, comprendente le parrocchie della pieve. [A. Bar.]

Vicariato foraneo di Bormio sec. XVII 1968
In epoca posttridentina, stabilmente a partire dal XVII secolo, alla circoscrizione territoriale coincidente con l’originaria giurisdizione della chiesa plebana, si venne a sovrapporre, ma non sempre a coincidere, la struttura vicariale, di valenza più marcatamente istituzionale. Spettava ai vicari foranei, infatti, presiedere le congregazioni dei parroci. Alla metà del XVII le parrocchie della pieve di Bormio risultavano riunite in una congregazione unita in un vicariato esteso al territorio contado di Bormio. Essa comprendeva la collegiata arcipresbiterale dei Santi Gervasio e Protasio di Bormio, le parrocchie dei Santi Nicola e Giorgio di Furva, San Gallo di Premadio, San Lorenzo di Oga, Santi Martino e Urbano di Pedenosso, Sant'Abbondio di Semogo, Santa Maria di Livigno, la viceparrocchia di Santa Maria di Cepina, la parrocchia coadiutorale di Santa Maria di Isolaccia (Ecclesiae collegiatae 1651). Alla metà del XVIII secolo la pieve di Bormio era identificata come un vicariato a sè, comprendente le parrocchie di Bormio; Cepina; Isolaccia; Livigno; Oga; Pedenosso; Premadio; San Nicolò (Valfurva); Semogo (Ecclesiae collegiatae 1758). Nel 1794 si erano aggiunte le viceparrocchie di Piatta e Trepalle (Ecclesiae collegiatae 1794).
Secondo quanto si desume dal confronto con la “nuova divisione dei distretti compresi nel regno d’Italia e spettanti alla diocesi di Como per le scuole normali”, compilata nel 1816, la “pieve o vicariato” di Bormio comprendeva le parrocchie di Bormio; Cepina; Isolaccia; Livigno; Oga; Pedenosso; Piatta (designata parrocchia ma piva di un riconoscimento canonico); Premadio; San Nicolò (Valfurva); Semogo; Trepalle (Distrettuazione pievana diocesi di Como, 1816). La parrocchia di Sant’Antonio Morignone fu eretta con decreto 17 novembre 1886 del vescovo Pietro Carsana. Anche Piatta ottenne il riconoscimento canonico nello stesso anno (decreto 17 novembre 1886Registri protocollo diocesi di Como 1886).
Nell'elenco delle parrocchie distribuite per vicariati, collocato in appendice agli atti del sinodo celebrato nel 1904, sono indicate come appartenenti al vicariato di Bormio le parrocchie di Bormio; Cepina; Isolaccia; Livigno; Oga; Pedenosso; Piatta; Premadio; San Nicolò (Valfurva); Sant'Antonio Morignone; Semogo; Trepalle (Elenco delle parrocchie, 1905). All'inizio del XX secolo fu eretto il vicariato foraneo di Livigno che staccò dal vicariato di Bormio le parrocchie di Livigno e Trepalle. Nel vicariato di Bormio fu eretta nel 1934 la parrocchia di Valdisotto e un anno dopo la parrocchia di Madonna dei Monti. Il vicariato di Livigno fu soppresso con decreto vescovile 20 agosto 1952; le relative parrocchie ritornarono al vicariato di Bormio (decreto 20 agosto 1952Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1952). Nel 1967 il vicariato foraneo di Bormio comprendeva le parrocchie di Bormio; Cepina; Isolaccia; Livigno; Madonna dei Monti; Oga; Pedenosso; Piatta; Premadio; San Nicolò (Valfurva); Sant'Antonio Morignone; Semogo; Trepalle; Valdisotto (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1967).
Il vicariato foraneo di Bormio cessò di esistere solo con la revisione della struttura territoriale della diocesi di Como attuata nel 1968. Con decreto 29 gennaio 1968 del vescovo Felice Bonomini, mediante il quale vennero abolite le vicarie fino ad allora esistenti, il territorio della diocesi di Como venne diviso in zone pastorali comprendenti uno o più vicariati foranei; le parrocchie dell'antico vicariato di Bormio furono incluse nella zona pastorale XV della Valtellina Superiore e nel vicariato di Bormio (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). [A. Bar.]

Comune di Buglio.                                                      
sec. XIV 1797
Comune del terziere inferiore della Valtellina, e della squadra di Traona, appartenne alla pieve di Ardenno. Il toponimo si trova citato in un atto di compravendita del 16 maggio 1022 con il quale Adamo fu Dodo di Premunte presso l’Isola Comacina acquistava beni in località “Ronco et in Bulio” (Buglio) da un abitante di Prato di Gravedona. Buglio ebbe un castello che nel 1328 era tenuto da Franchino Rusca di Como e che fu distrutto nel corso del XVI secolo, non avendo lasciato traccia che nella toponomastica.
Nel 1335 (Statuti di Como) figurava come “comune locorum de Bullio, de Roncho et de Villa Pincta”. Già nel corso del XIV secolo, la comunità di Buglio dovette essere ben organizzata: il 9 gennaio 1345 (ASSo, Manoscritti della Biblioteca, notaio Zanolo Vacca quondam Pietro) è testimoniato un consiglio del comune e degli uomini del luogo e delle vicinie di Buglio, Ronco e Villapinta di Valtellina, convocato per ordine del console.
Buglio partecipò nel 1363 con un proprio rappresentante alle adunanze delle comunità della giurisdizione di Morbegno (Fattarelli 1986).
Ancora nella seconda metà del XIV secolo sono attestate numerose liti e atti di compravendita per terreni della Busca Spessa, territorio delimitato dal vecchio alveo del fiume Adda da San Giacomo fino a sotto Villapinta, dove scorreva il nuovo alveo. Controversie confinarie con i comuni viciniori, soprattutto Berbenno, continuarono fino al XVI secolo (Sosio 1984).
Alla comunità di Buglio, che alla fine del XIV secolo era distinta tra nobili e vicini (Romegialli 1886), fu concesso il 2 novembre 1440 dal cardinale del titolo di Santa Maria di Trastevere Baldessar de Rio, per delega del vescovo di Como, di eleggere da allora in seguito il proprio parroco (AP Buglio, fasc. 13 perg. 3).
La comunità di Buglio nel 1589 contava 140 famiglie locali e 20 forestiere (Ninguarda 1589), nel 1624 1.000 abitanti (Perotti 1992A), nel 1797, infine, circa 900 abitanti (Massera 1991A).
Comune di Buglio.                                                                  1798 1809
In base al progetto di divisione in distretti della Valtellina e Bormio (progetto 2 dicembre 1797), il comune Buglio sarebbe stato inserito nel distretto 3 ° con capoluogo Ardenno.
Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Buglio apparteneva al distretto di Ardenno.
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda e Oglio (legge 11 vendemmiale anno VII), il comune di Buglio fu compreso nel distretto IV di Morbegno.
Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Buglio era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario.
Nel nuovo piano di distrettuazione provvisoria del dipartimento del Lario, in esecuzione del decreto 14 novembre 1802, il comune di Buglio venne ricollocato nel IV distretto dell’ex Valtellina con capoluogo Morbegno (quadro dei distretti 1802), nel quale fu confermato, comune di III classe, nel 1803 (elenco dei comuni 1803).
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Buglio venne ad appartenere al cantone V di Morbegno: comune di III classe, contava 442 abitanti.
Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, il comune denominativo di Buglio, con 551 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Buglio (500) e Villapinta (51prospetto dei comuni 1807).
Il progetto per la concentrazione dei comuni del dipartimento dell’Adda, seguito al decreto 14 luglio 1807, prevedeva l’aggregazione di Buglio con Ardenno, Valmasino, Forcola nel comune denominativo di Ardenno, nel cantone V di Morbegno.
A seguito dell’approvazione del compartimento (decreto 31 marzo 1809), fu eseguita la concentrazione dei comuni, con decorrenza dal 1 gennaio 1810; tale comparto, confrontato con quello in corso nel 1796, fu rimesso il 23 agosto 1814 alla reggenza provvisoria del regno d’Italia e fu confermato nel 1815, dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel regno lombardoveneto (comparto 1 maggio 1815): a quest’ultima data, Buglio figurava (con 551 abitanti), insieme a Forcola, comune aggregato al comune principale di Ardenno, nel cantone V di Morbegno.

Comune di Buglio.                                                                 
1816 1859

Nella compartimentazione territoriale del regno lombardoveneto (notificazione 12 febbraio 1816) era prevista l’attivazione del comune di Buglio, compreso nell’elenco riordinato dall’imperial regia delegazione provinciale come comune di Buglio con Villapinta, che, con l’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio, fu inserito nel distretto IV di Morbegno (prospetto dei comuni 1816).
Buglio con Villapinta, comune con consiglio, fu confermato nel distretto IV di Morbegno in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844).
Nel 1853 (notificazione 23 giugno 1853), Buglio con la frazione Villapinta, comune con consiglio senza ufficio proprio e con 663 abitanti, fu inserito nel distretto III di Morbegno.
bibl. Sosio 1984: Dante Sosio, Buglio in Monte, un paese da riscoprire, Sondrio, Tipografia Mitta, 1984.

Buglio in monte parrocchia di San Fedele 1440 [1989]
Parrocchia della diocesi di Como. I primi documenti attestanti l'esistenza della chiesa di San Fedele risalgono al 1323 (Xeres, Antonioli 1996; Visita Landriani 14441445, note); essa si era separata dalla pieve di Ardenno nel 1437 (Visita Landriani 1444 1445, note).
Il 14 ottobre 1437 papa Eugenio IV con un bolla concesse alla comunità di Buglio il diritto di costituzione della parrocchia di San Fedele e la separazione dalla chiesa plebana di Ardenno; in seguito, il 2 novembre 1440, Baldessar de Rino, cardinale sotto il titolo di Santa Maria in Trastevere, per delega del vescovo di Como, eresse formalmente la chiesa di San Fedele di Buglio in parrocchiale, come risulta dai due atti conservati nell'archivio della chiesa parrocchiale (Sosio 1984; Xeres 1999).
Negli atti della visita pastorale del vescovo Gerardo Landriani del 1445 la chiesa parrocchiale di San Fedele è gestita da un rettore, titolare di un beneficio curato, conferito da Baldessar de Rivo, vicario del vescovo di Como (Visita Landriani 1444 1445).
Nell'elenco del clero allegato agli atti del sinodo comense convocato nel 1565 dal vescovo Gianantonio Volpi è attestata la presenza di un rettore della chiesa di San Fedele di Buglio, nella pieve di Ardenno (Sinodo Volpi 1565).
Nel 1651 la chiesa dei Santi Fedele e Gerolamo di Buglio in Monte risulta elencata fra le parrocchie di un vicariato esteso al territorio che costituiva il terziere inferiore della Valtellina, comprendente la squadra di Morbegno e la squadra di Traona, la prima delle quali coincideva con una "congregatio" del clero, la seconda con due "congregationes", con centro rispettivamente a Traona e Ardenno. Buglio era compresa nella "congregatio tertia"  (Ecclesiae collegiatae 1651).
Nel corso del XVIII secolo la parrocchia di Buglio in Monte è attestata come prepositurale noncupativa nel vicariato di Ardenno, sempre dedicata ai Santi Fedele e Gerolamo (Ecclesiae collegiatae 1794).
Nel 1798 la parrocchia di Buglio contava 535 anime. Nella parrocchia si aveva una confraternita e un pio luogo detto la Casa dei Poveri di Gesù Cristo (Quesiti Amministrazione Adda e Oglio, 1798).
Nel 1893, anno della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari, la rendita netta del beneficio parrocchiale era di lire 900.04. Entro i confini della parrocchia di Buglio, di nomina comunitativa, si avevano la chiesa filiale di San Pietro apostolo della frazione Villapinta, gli oratori di Sant'Antonio di Padova, di proprietà della confraternita del Santissimo Sacramento, di San Gerolamo dottore della Chiesa, di Sant'Agata vergine e martire, di San Sisto Papa e martire in località Ronco, San Quirico martire. Nella chiesa parrocchiale di San Fedele martire di Buglio esistevano le confraternite del Santissimo Sacramento, eretta nel 1653, e del Santissimo Rosario. Il numero dei parrocchiani era 1260 (Visita Ferrari, Vicariato di Ardenno).
Nel corso del XIX e XX secolo la parrocchia di San Fedele di Buglio in Monte è sempre stata compresa nel vicariato foraneo di Ardenno; con decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como, fu assegnata alla zona pastorale XII della Bassa Valtellina e al vicariato di Traona (decreto 29 gennaio 1968) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato C della Bassa Valtellina (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). [A. Bar.]

Comune di Campodolcino.                                            
1816 1859

In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardoveneto (notificazione 12 febbraio 1816) era prevista l’attivazione, nel distretto VII di Chiavenna, del comune di Campodolcino con Starleggia, Portarezza e Squadra dei Tini, compreso e riorganizzato nell’elenco dei comuni della provincia di Sondrio stilato dall’imperial regia delegazione provinciale come comune di Campodolcino, Fraciscio, Sterleggia, Portarezza, Frazioni colla contrada di Case dei Tini, Motta e Prestone (nella compartimentazione territoriale del 12 febbraio Prestoneera stato incluso nel comune di Gallivaggioprospetto dei comuni 1816). La divisione ai sensi della notificazione del 12 febbraio dell’antica comunità di Val San Giacomo, di cui Campodolcino e gli altri quartieri avevano fatto parte, era stata giudicata “rovinosa” dal deputato di Valtellina conte Guicciardi (Guicciardi 1816); la delegazione provinciale ne fece “oggetto di molte ricerche e di molte fatiche”. Gli abitanti avrebbero desiderato rimanere uniti in un solo comune, e inviarono in tal senso ricorsi dal 1816 fino al 18181819 (ricorso di San Giacomo, 1816; ricorsi di San Giacomo, 18181819). A questa istanza si opponeva però “e il sistema nuovo censuario e il riflesso che essendo quegli abitanti limitrofi ai Grigioni conveniva non lasciarsi per le viste politiche riuniti in un corpo, ma divisi”. Il riparto proposto dalla delegazione provinciale era “più coerente per la reciproca posizione geografica delle frazioni e delle contrade, e perché conforme alla divisione delle parrocchie e delle ecclesiastiche giurisdizioni”, più vicino “agli interessi tanto delle frazioni particolari che degli abitanti in complesso”, più “conforme ed utile” (Delegazione provinciale 1816). In un rapporto inviato l’8 giugno 1816 dalla prefettura di Sondrio era ancora maggiormente evidenziata “la vista politica di non lasciare unito quel Comune (Val San Giacomo) allo stato di prima”, perché si trovava “in immediato contatto di territorio coi Griggioni, e in continua corrispondenza e commercio con essi per la condotta delle merci di transito” che si faceva “lungo quel Comune, e da quei comunisti”. Gli abitanti erano stati “sempre ligi ai Grigioni”, e sebbene si sarebbero potuti ravvisare “inutili in avvenire sotto ogni rapporto gli sforzi di costoro”, con lo smembramento del comune si indeboliva “quel partito qualunque” che i Grigioni potevano ancora avervi, e “sempre meno pericolosa” veniva “ad essere nei suoi effetti l’estera influenza” (congregazione provinciale, 1816).
La variazione al compartimento del 12 febbraio 1816 introdotta dalla delegazione provinciale venne abilitata successivamente all’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio (1 maggio 1816), con i decreti governativi 1816 ottobre 11 n. 37917/4849 e 1817 febbraio 7 n. 3545/123 (variazioni al compartimento di Campodolcino).
Campodolcino con Starleggia, Portarezza, Squadra de’ Tini, Motta e Prestone, comune con consiglio, fu confermato nel distretto VII di Chiavenna in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844).
Nel 1853 (notificazione 23 giugno 1853), Campodolcino con le frazioni Starleggia, Portarezza, Squadra de’Tini, Motta e Prestone, comune con consiglio senza ufficio proprio e con una popolazione di 1.458 abitanti, fu inserito nel distretto IV di Chiavenna.

arch. congregazione provinciale, 1816: “Opinioni della Congregazione provinciale sopra alcune istanze di Comuni di questa Provincia per variazione di compartimento territoriale”, Sondrio, 8 giugno 1816, ASMi, Censo p.m., cart. 779; ricorsi di San Giacomo, 18181819: “La deputazione comunale di Isola, Campo Dolcino e Val San Giacomo implorano la concentrazione dei tre comuni in quello di Val San Giacomo, mentre implorano l’allargamento della strada di Isola in comunicazione con quella dello Spluga e la diminuzione prediale”, anni 18181819, (fascicolo vuoto), ASMi, Censo p.m., cart. 1.611; ricorso di San Giacomo, 1816: Istanze di comuni della provincia di Sondrio per variazioni al compartimento territoriale portato con la notificazione 12 febbraio 1816:“Ricorso del Comune di San Giacomo contro la compartimentazione del 12 febbraio 1816”, 22 marzo 1816, ASMi, Censo p.m., cart. 779; variazioni al compartimento di Campodolcino: Prospetti provinciali delle variazioni apportate nella compartimentazione territoriale dopo la notificazione 12 febbraio 1816 fino all’ 11 febbraio 1820: estremi dei decreti governativi di abilitazione alle variazioni di compartimento territoriale, ASMi, Censo p.m., cart. 775.

Campodolcino parrocchia di San Giovanni Battista 1742 [1989]
Parrocchia della diocesi di Como. Già cappellania nel XV secolo alle dipendenze di Chiavenna (Xeres, Antonioli 1996), la chiesa di San Giovanni Battista nel 1615 è attestata come viceparrocchia negli atti della visita pastorale compiuta dal vescovo Filippo Archinti in Valchiavenna (Visita Archinti 1614 1615). Nel 1651 la chiesa viceparrocchiale di San Giovanni di Campodolcino risulta elencata in un vicariato esteso sulle tre giurisdizioni costituenti il contado di Chiavenna, cioè la giurisdizione di Chiavenna, la Val San Giacomo, la giurisdizione di Piuro, ciascuna delle quali coincidente con una "congregatio" del clero; Campodolcino era compresa nella "congregatio secunda". Nella stessa fonte si segnala la presenza di un coadiutore nella detta chiesa (Ecclesiae collegiatae 1651). Campodolcino sarebbe stata eretta in parrocchia nel 1742 dal vescovo Paolo Cernuschi (Xeres, Antonioli 1996). Nel 1758 la chiesa è viceprepositura nuncupativa in un vicariato corrispondente alla giurisdizione della Val San Giacomo; risulta la presenza di un coadiutore nella detta chiesa (Ecclesiae collegiatae 1758); nel 1794 è prepositura nuncupativa nel detto vicariato (Ecclesiae collegiatae 1794).Nel 1892, anno della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari, la rendita netta del beneficio parrocchiale era di lire 541.97. Entro i confini della parrocchia di Campodolcino, di nomina comunitativa, esistevano le chiese di San Gregorio taumaturgo in Portarezza, di San Rocco in Fraciscio, di San Sisto e di San Filippo Neri in Starleggia, e gli oratori di San Giacomo in Bondeno, di Sant'Antonio nella frazione Corti. Nella chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista si avevano le confraternite del Santissimo Sacramento e del Rosario, unite e non erette canonicamente. Il numero dei parrocchiani era 1790 (Visita Ferrari, Vicariato di Chiavenna).
La parrocchia di San Giovanni Battista rimase compresa nel vicariato foraneo di Chiavenna fino agli anni venti circa del XX secolo, quando divenne sede vicariale; al vicariato furono annesse, le parrocchie di Isola, Madesimo, Pianazzo, provenienti dal vicariato foraneo di Chiavenna. Con decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como, fu assegnata alla zona pastorale XI della Valchiavenna e al vicariato di Chiavenna (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato B della Valchiavenna (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984).
A seguito del progressivo spopolamento (Xeres, Antonioli 1996), con decreto 16 luglio 1986 del vescovo Teresio Ferraroni la parrocchia di Cristo Re di Starleggia fu accorpata alla parrocchia di San Giovanni Battista di Campodolcino (decreto 16 luglio 1986/22) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1986). [A. Bar.]

Comune di Caiolo.                                                             
sec. XIV 1797

Comune del terziere di mezzo della Valtellina, appartenne alla pieve di Sondrio.
La denominazione del comune fino al XVI secolo fu Soltogio. Solo in seguito il comune assunse gradatamente il nome di Caiolo, da una delle contrade; dopo il 1551 Soltogio non compare nemmeno più come squadra.
In antico Soltogio fece parte probabilmente del comune di Andevenno. Il toponimo di Caiolo compariva infatti già in un atto del 10 marzo 1024: “in Andevenno campo ubi dicitur Cailiolo”; e ancora, da un atto del 1425 risultava che Ubertino de Fedrigati e Giovanni detto Musida degli Uberti di Soltogio erano sindaci e procuratori del comune di Andevenno (Cavallari 1959).
Il toponimo Soltogio invece compariva anticamente citato in un’investitura del 1202 (Archivio della mensa vescovile di Como) dove è detto che dell’antico feudo comprendente il territorio di Soltogio dal vescovo Guglielmo della Torre era stato investito un Jacobo del fu Jacobo (dei Capitanei) di Sondrio insieme ai suoi fratelli (Cavallari 1956B) e ancora in una pergamenna del 14 luglio 1204 rogata da Rolando de Figino (Archivio dei padri serviti di Madonna di TiranoCavallari 1955).
Del 1377 è la “parabula et licentia” data dalla curia comense e rogata dal notaio Johanino de Fenegrote autorizzante il comune e gli uomini di Soltogio a nominare uno o più sacerdoti per la cura d’anime.
Circa un decennio dopo l’estinzione dei Capitanei di Sondrio, le vicinie delle contrade chiesero e ottennero dal vescovo di Como l’investitura di metà del feudo di Soltogio (fu escluso verosimilmente il castello); ai benefici dell’affrancazione non partecipò però la squadra di Liuri (Livrio), benché i suoi delegati continuassero poi a prendere parte ai sindacati del comune (Cavallari 1959): rogato dal notaio Silvestro de Ambria (ASSo, Notarile, vol. 201205) è l’instrumentum sindicatus del comune e uomini di Soltogio dell’8 luglio 1446, convocati a consiglio in contrada Caiolo nella pubblica strada, con precetto ed imposizione del decano. Vi intervennero ottantacinque capifamiglia delle squadre di Caiolo, Soltogio, Pranzera e Nogaredo, ed elessero messi e procuratori che dovevano recarsi a Como per ricevere dal vescovo e conte l’investitura “in feudo et nomine feudi, nominative et generaliter de omnibus et singulis decimis honoribus ac districtibus quam aliis feudalibus terrarum”.
Alla metà del XV secolo, il comune aveva un consiglio ed era presieduto dal decano, aveva un notaio, o cancelliere, un servitore e canepari, forse uno per squadra. La comunità era divisa nel XVIXVIII secolo nelle squadre di Pranzera, a monte della chiesa di San Bernardo e ad ovest del torrente Merdarolo; Lotero, presso la chiesa di San Bernardo, prima del 1550 semplice contrada; Nogaredo, con la località Palù e il noceto a valle di San Bernardo; Livrio, al piano.
La comunità di Caiolo nel 1589 contava, con le frazioni, 220 fuochi, Lotero 4 fuochi (Ninguarda 1589), nel 1624 1.250 abitanti (Perotti 1992A), nel 1797, infine, 1.150 abitanti (Massera 1991A).

Comune di Caiolo.                                                                
1798 1809

In base al progetto di divisione in distretti della Valtellina e Bormio (progetto 2 dicembre 1797), il comune di Caiolo sarebbe stato inserito nel distretto 5° con capoluogo Sondrio.
Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Cajolo apparteneva al distretto di Castione.
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda e Oglio (legge 11 vendemmiale anno VII), il comune di Caiolo fu compreso nel distretto V di Sondrio.
Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Caiolo era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario.
Nel nuovo piano di distrettuazione provvisoria del dipartimento del Lario, in esecuzione del decreto 14 novembre 1802, il comune di Caiolo venne ricollocato nel V distretto dell’ex Valtellina con capoluogo Sondrio (quadro dei distretti 1802), nel quale fu confermato, comune di III classe, nel 1803 (elenco dei comuni 1803).
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Caiolo venne ad appartenere al cantone I di Sondrio: comune di III classe, contava 843 abitanti.
Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, figurava anche il comune denominativo di Caiolo, con 692 abitanti (prospetto dei comuni 1807).
Il progetto per la concentrazione dei comuni del dipartimento dell’Adda, seguito al decreto 14 luglio 1807, prevedeva l’aggregazione di Cajolo al comune denominativo di Albosaggia, nel cantone I di Sondrio. Il progetto fu visto in forma riservata, tra novembre e dicembre del 1807, dal consultore di stato e direttore generale della polizia Guicciardi, il quale propose l’aggregazione di Cajolo, con Faedo e Cedrasco, nel comune denominativo di Albosaggia (Guicciardi 1807).
A seguito dell’approvazione del compartimento (decreto 31 marzo 1809, fu eseguita la concentrazione dei comuni, con decorrenza dal 1 gennaio 1810; tale comparto, confrontato con quello in corso nel 1796, fu rimesso il 23 agosto 1814 alla reggenza provvisoria del regno d’Italia e fu confermato nel 1815, dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel regno lombardoveneto (comparto 1 maggio 1815): a quest’ultima data, Caiolo figurava (con 843 abitanti), insieme a Faedo, comune aggregato al comune principale di Albosaggia, nel cantone I di Sondrio.
Nell’estate del 1814 delegati di Cajolo avevano trasmesso istanza per la separazione da Albosaggia (istanza di Caiolo, 1814).

Comune di Caiolo.             
1816 1859

lombardoveneto (notificazione 12 febbraio 1816), Caiolo avrebbe dovuto costituire un comune unitario con Faedo; l’imperial regia delegazione provinciale sostenne invece la separazione dei due comuni: con l’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio, il comune di Caiolo con Cantone e Pranzera fu inserito nel distretto I di Sondrio (prospetto dei comuni 1816).
Cajolo con Cantone e Pranzera, comune con consiglio, fu confermato nel distretto I di Sondrio in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844).
Nel 1853 (notificazione 23 giugno 1853), Caiolo con le frazioni Cantone e Pranzera, Minotti, Sant’Antonio ed Uberti, era comune con consiglio comunale senza ufficio proprio e con una popolazione di 902 abitanti sempre inserito nel distretto I di Sondrio.
arch. istanza di Caiolo, 1814: Cesarea Regia Prefettura del Dipartimento dell’Adda. Compartimento territoriale del Dipartimento dell’Adda: richiesta di Caiolo per il ripristino dell’autonomia comunale, 31 agosto 1814, ASMi, Censo p.m., cart. 741.
bibl. Cavallari 1955: Ugo Cavallari, Caiolo alias Soltogio, “Bollettino della Società storica valtellinese”, 1955; Cavallari 1956B: Ugo Cavallari, Caiolo alias Soltogio, II, “Bollettino della Società storica valtellinese”, 1956; Cavallari 1959: Ugo Cavallari, In margine all ’VIII congresso storico lombardo (il villaggio il Borgo la parrocchia), “Bollettino della Società storica valtellinese”, 1959.

Caiolo parrocchia di San Vittore 1468 [1989]
Parrocchia della diocesi di Como. La chiesa di San Vittore esisteva già nel 1204 (Visita Archinti 16141615, note). Intorno alla metà del XIV secolo il capitolo di Sondrio si era sciolto, in seguito all'introduzione del sistema fiscale delle riserve, annate e commende con la conseguente "cumulatio beneficiorum" e non residenza dei canonici. Le comunità foranee si erano viste costrette a cercarsi e a mantenere a proprie spese un beneficiale. Per questo motivo iniziarono le agitazioni di Albosaggia nel 1348, di Caiolo nel 1377 e 1457, della Valmalenco nel 1511, di Castione e Valmalenco nel 1572 (Salice 1969).
La contrada di Soltogio, che muterà successivamente il nome in quello di Caiolo, insieme ad Albosaggia aveva ottenuto il 30 aprile 1377 da Giovanni de Bonomini, canonico di Sant'Agnese di Somma e vicario generale del vescovo Enrico Sessa, l'autorizzazione a erigere la propria chiesa di San Vittore in vicecura e a eleggere e mantenere a spese proprie uno o più sacerdoti per l'amministrazione dei sacramenti e la "cura animarum" (Visita Landriani 14441445, Introduzione; Salice 1969).Negli atti della visita pastorale compiuta dal vescovo Gerardo Landriani nel 1445 compare il rettore della chiesa di San Vittore del comune di Soltogio. Il beneficio curato risulta di nomina della comunità con la conferma dell'arciprete della chiesa di Sondrio (Visita Landriani 14441445). Nel 1457 gli "homines" di Soltogio chiesero l'erezione della chiesa in parrocchiale e l'ottennero nel 1468 dal vescovo Branda Castiglioni (Cavallari 1955; Visita Landriani 14441445, note). L'atto fu rogato il 20 agosto 1468 dal notaio Luigi Zobia (Visita Archinti 16141615). L'erezione in "parochialem et baptismalem" nel 1468 risulta anche dall'appello all'arciprete Pietro Andriani contro l'erezione, concessa dal vescovo Branda Castiglioni (Xeres 1999), a proposito dell'obbligo fatto alla comunità di ospitare il clero della pievana in occasione dell'annuale "statio". La vertenza ebbe fine nel 1471 con un arbitrato che confermò la separazione di Caiolo e ridusse l'oblazione corrisposta dalla comunità ai canonici della collegiata di Sondrio a ricordo dell'antica subordinazione (Visita Landriani 14441445, note). L'atto fu rogato il 29 ottobre 1471 dal notaio Francesco Riva (Visita Archinti 1614 1615).
Nell'elenco del clero allegato agli atti del sinodo comense convocato nel 1565 dal vescovo Gianantonio Volpi è attestata la presenza di un rettore della chiesa di San Vittore di Caiolo, nella pieve di Sondrio (Sinodo Volpi 1565).
La chiesa di San Vittore di Caiolo è attestata alla fine del XVIII secolo come parrocchiale nel vicariato di Sondrio (Ecclesiae collegiatae 1794). Nel 1798 è attestata in Caiolo la confraternita del Santissimo Sacramento (Quesiti Amministrazione Adda e Oglio, 1798).Nel 1893, anno della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari, il beneficio parrocchiale era in passivo; la rendita netta del beneficio coadiutorale assommava a lire 600; quella del beneficio coadiutorale di Primolo, di spettanza dei capifamiglia del luogo, a lire 413 .75. Nella chiesa parrocchiale di San Vittore di Caiolo si aveva la confraternita del Santissimo Sacramento, maschile e femminile. Entro i confini della parrocchia di Caiolo si avevano gli oratori di San Pietro, San Bernardo e Sant'Antero. Il numero dei parrocchiani era di 1300 unità (Visita Ferrari, Vicariato di Sondrio).Nel corso del XIX e XX secolo, la parrocchia di Caiolo è sempre stata compresa nel vicariato foraneo di Sondrio; con decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como, fu assegnata alla zona pastorale XIII della Media Valtellina e al vicariato di Sondrio (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato A della Media Valtellina (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). [A. Bar.]

Caspoggio

comune di Caspoggio.                               1816 - 1859

In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardo-veneto (notificazione 12 febbraio 1816) e all’elenco riordinato dall’imperial regia delegazione provinciale, con l’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio, il comune di Caspoggio, formato dalla suddivisione dell’antica comunità della Valmalenco, fu inserito nel distretto I di Sondrio (prospetto dei comuni 1816): il territorio comunale auspicato l’unione di Caspoggio a Chiesa e Chiereggio per limitare la “soverchia spesa” derivante dalla partizione in più comuni della Valmalenco (Guicciardi 1816).
Caspoggio, comune con convocato, fu confermato nel distretto I di Sondrio in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844).Nel 1853 (notificazione 23 giugno 1853), Caspoggio con la frazione Monte di Dagua era comune con convocato generale e con una popolazione di 512 abitanti sempre inserito nel distretto I di Sondrio.

Parrocchia di San Rocco
1624 - [1989]
Parrocchia della diocesi di Como. La chiesa, al tempo della sua erezione, fu consacrata con un altare dedicato ai Santi Gerolamo e Rocco su licenza del vescovo di Como Antonio Trivulzio, come risulta da un rogito del 1490. Nel 1624 la chiesa fu nuovamente consacrata, insieme all'altare in onore dei Santi Fabiano, Sebastiano e Rocco. Il 23 ottobre 1624 fu separata dalla collegiata dei Santi Gervasio e Protasio di Sondrio ed eretta a 'titolare perpetua'. Il diritto di patronato, con facoltà di eleggere il curato, venne riservato ai parrocchiani di Caspoggio (Inventario Caspoggio 1999; Salice 1969). La parrocchia era intitolata ai Santi Fabiano, Sebastiano e Rocco ed era di nomina comunitativa (Visita Ninguarda 1589-1593, note). Nel 1651 la chiesa dei Santi Fabiano e Sebastiano risulta elencata tra le parrocchie di un vicariato esteso al territorio che costituiva il terziere di mezzo della Valtellina, coincidente con le pievi di Berbenno, Sondrio e Tresivio, quest'ultima indicata unitamente alla pieve di Ponte, ciascuna delle quali corrispondeva a una "congregatio" del clero. Caspoggio era compresa nella "congregatio secunda" (Ecclesiae collegiatae 1651).
Nel 1758 la chiesa di Caspoggio è attestata come parrocchiale nel vicariato di Sondrio, sempre dedicata ai Santi Fabiano e Sebastiano (Ecclesiae collegiatae 1758); nel 1794 essa compare dedicata ai Santi Sebastiano e Rocco (Ecclesiae collegiatae 1794). A Caspoggio operarono diverse confraternite tra le quali la confraternita del Santissimo Sacramento, istituita il 16 luglio 1728, la confraternita del Santissimo Rosario istituita nel 1642 e la confraternita della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo. Si ebbe anche una congregazione del Sacro Cuore di Gesù nella seconda metà del XIX secolo. Il 4 ottobre 1866 fu eretta la confraternita della Beata Maria Immacolata, in seguito, il 3 novembre 1868, aggregata alla confraternita della Vergine Annunciata di Roma (Archivio parrocchiale 1999).
Nel 1893, anno della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari, la rendita netta del beneficio parrocchiale era di lire 195.76.
Entro i confini della parrocchia di Caspoggio, di nomina comunale, si avevano gli oratori di Sant'Elisabetta e di Sant'Antonio. Nella chiesa parrocchiale di San Rocco di Caspoggio si avevano due confraternite del Santissimo Sacramento, una maschile e una femminile. Il numero dei parrocchiani era 700 (Visita Ferrari, Vicariato di Sondrio). Nel corso del XIX e XX secolo la parrocchia di San Rocco di Caspoggio è sempre stata compresa nel vicariato foraneo di Sondrio; con decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como, fu assegnata alla zona pastorale XIII della Media Valtellina e al vicariato di Sondrio (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato B della Media Valtellina (decreto 10 aprile 1984) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). [A. Bar.]

Civo

Cataeggio e San Martino

Castione

Comune di Castione.                                                              
Comunità del terziere di mezzo della Valtellina, appartenne alla pieve di Sondrio.
Fino alla prima metà del XVI secolo il comune ebbe il nome di Andevenno. Quest’ultimo toponimo è citato nel 992 (CDL), e ancora in un un atto del 1024, con cui Giovanni del fu Gerardo e la moglie Grina vendevano un campo “in loco et fundo Andaveno” (Atti privati, I, n. 132).
Il toponimo di Castione o Castiglione (spesso citato anche come Castione inferiore o di sotto, per distinguerlo dall’altro Castione, contrada di Chiuro) deriva verosimilmente dal fortilizio fatto costruire sul dosso sopra Andevenno, dove ora sorge la chiesa di San Rocco, dai Capitanei di Sondrio nella prima metà del XIV secolo.
Andevenno si costituì in libero comune forse nell’ultimo terzo del XIII secolo; nel 1328, fatto podestà del comune di Sondrio Romerio Lavizario e suo vicario Petrolo Bardolino, fu ottenuto, come si esprimeva Beltramolo de Selva, “il privilegio di detto Comune (Sondrio), e del Comune di Monte (Montagna) et d’Andevenno, che contiene la libertà di detti Comuni” (Cavallari-Leoni 1959).
Nel 1343 il canonico Giorgio Capitano di Sondrio dichiarava di aver ricevuto frutti e decime spettanti al capitolo della chiesa di Sondrio “in loco et territorio de Andevenno citra ed ultra Abduam”: da questa citazione sembra di poter affermare che il territorio comunale si estendesse anche sul versante sinistro dell’Adda, che costituì poi il comune di Soltogio/Caiolo.
A seguito della grave inondazione del 1520 l’abitato di Andevenno venne progressivamente abbandonato, e il fulcro della comunità si spostò in Castione.
Da un atto notarile del 1563 risultava che il comune era diviso in quattro quadre: Andevenno, Castione, Moroni, Del Monte.
Lo Sprecher, ricordando Castione “olim Communitas Andevenni dicta”, ne enumerava le quadre: 1. Castione, 2. ville di Andevenno e Vendulo, 3. contrade Grisoni, Moroni e Piazza, 4. Del Monte, con le contrade di Soverna e Perari (Sprecher 1617); tale ripartizione continuava anche alla metà del XVIII secolo (Quadrio 1755).
Castione ebbe propri ordini comunali (Ordini, Castione) approvati il 17 maggio 1573, che furono ulteriormente confermati in un sindacato del 1717 (Leoni 1987).

Nel 1566, in occasione dell’elezione di un nuovo parroco di San Pancrazio e San Martino, si erano riuniti 147 capifamiglia; negli atti della visita pastorale del vescovo Ninguarda Castione risultava composto da 230 fuochi, distribuiti in sedici contrade (Ninguarda 1589), nel 1624 Castione aveva 1.314 abitanti (Perotti 1992A), nel 1797, infine, 1.300 abitanti (Massera 1991A).
In base al progetto di divisione in distretti della Valtellina e Bormio (progetto 2 dicembre 1797), il comune di Castione sarebbe stato inserito nel distretto 5° con capoluogo Sondrio.
Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Castione era postoa capo dell’omonimo distretto.
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda e Oglio (legge 11 vendemmiale anno VII), il comune di Castione fu compreso nel distretto V di Sondrio.
Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Castione era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario.
Nel nuovo piano di distrettuazione provvisoria del dipartimento del Lario, in esecuzione del decreto 14 novembre 1802, il comune di Castione venne ricollocato nel V distretto dell’ex Valtellina con capoluogo Sondrio (quadro dei distretti 1802), nel quale fu confermato, comune di III classe, nel 1803 (elenco dei comuni 1803).
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Castione venne ad appartenere al cantone I di Sondrio: comune di III classe, contava 1.100 abitanti.
Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, figurava anche il comune denominativo di Castione, con 1.091 abitanti (prospetto dei comuni 1807).
Il progetto per la concentrazione dei comuni del dipartimento dell’Adda, seguito al decreto 14 luglio 1807, prevedeva l’aggregazione di Castione al comune denominativo di Sondrio, nel cantone I di Sondrio.
Nel novembre del 1807 il comune di Castione inoltrò richiesta per il mantenimento dell’autonomia da Sondrio (ricorso di Castione, 1807).
A seguito dell’approvazione del compartimento (decreto 31 marzo 1809), fu eseguita la concentrazione dei comuni, con decorrenza dal 1 gennaio 1810; tale comparto, confrontato con quello in corso nel 1796, fu rimesso il 23 agosto 1814 alla reggenza provvisoria del regno d’Italia e fu confermato nel 1815, dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel regno lombardo-veneto (comparto 1 maggio 1815): a quest’ultima data, Castione figurava (con 1.100 abitanti), insieme a Montagna, comune aggregato al comune principale di Sondrio, nel cantone I di Sondrio.
Nell’estate del 1814 delegati di Castione avevano trasmesso istanza per la separazione da Sondrio (istanza di Castione, 1814).
In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardo-veneto (notificazione 12 febbraio 1816) Castione sarebbe stato compreso nel comune di Sondrio, come nel cessato dipartimento dell’Adda, insieme a Colda, Sassella, Poncera. Il comune di Castione figurava invece autonomo nell’elenco riordinato dall’imperial regia delegazione provinciale, e come tale venne inserito nel distretto I della provincia di Sondrio con capoluogo Sondrio (prospetto dei comuni 1816).
Castione, comune con consiglio, fu confermato nel distretto I di Sondrio in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844).
Nel 1853 (notificazione 23 giugno 1853), Castione con le frazioni Grisone, Vendolo e Bonetti era comune con consiglio comunale senza ufficio proprio e con una popolazione di 1.281 abitanti sempre inserito nel distretto I di Sondrio.

Distretto di Castione.      1798 marzo 3 - 1798 ottobre 11
Con la prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), costituivano il distretto di Castione i comuni di Montagna, Faedo, Albosaggia, Cajolo, Castione. Nella successiva organizzazione del dipartimento dell’Adda e Oglio, determinata con la legge 11 vendemmiale anno VII, non figurava più un distretto di Castione.
arch. istanza di Castione, 1814: Cesarea Regia Prefettura del Dipartimento dell’Adda. Compartimento territoriale del Dipartimento dell’Adda: ricorso di Castione per la separazione da Sondrio, 31 luglio 1814, ASMi, Censo p.m., cart. 741; ricorso di Castione, 1807: Istanze di variazione al progetto di concentrazione dei comuni del dipartimento dell’Adda (1807): “Protesta di Castione contro l’aggregazione a Sondrio”, 15 novembre 1807, ASMi, Censo p.m., cart. 741.
legisl. Ordini, Castione: Ordini della comunità di Castione (17 maggio 1573), Comune di Castione, cfr. Leoni 1987, in AP Castione anche un “Liber talearum et ordinum Communis Castionis” (1619-1633).
bibl. Leoni 1987: Battista Leoni, Cenni storici su Castione in Castione. Un paese di Valtellina, Castione Andevenno, Biblioteca comunale, 1987.

Parrocchia di San Martino
1624 - [1989]
Parrocchia della diocesi di Como. La primitiva chiesa, costruita forse nel XII secolo (Visita Landriani 1444-1445), era dedicata a San Pancrazio e fu distrutta da un'alluvione nel 1520 (Xeres, Antonioli 1996). Alla fine del XIII secolo la chiesa di San Martino di Castione Andevenno risulta attestata nella pieve di Sondrio, retta da un cappellano (Perelli Cippo 1976). Intorno alla metà del XIV secolo il capitolo di Sondrio si era sciolto, in seguito all'introduzione del sistema fiscale delle riserve, annate e commende con la conseguente "cumulatio beneficiorum" e non residenza dei canonici. Le comunità foranee si erano viste costrette a cercarsi e a mantenere a proprie spese un beneficiale.
Per questo motivo iniziarono le agitazioni di Albosaggia nel 1348, di Caiolo nel 1377 e 1457, della Valmalenco nel 1511, di Castione e Valmalenco nel 1572.
Nel 1624, all'epoca della visita pastorale del vescovo domenicano Sisto Carcano nella Valtellina, Castione e Chiesa erano rette da vicecurati, detti anche rettori, ma non erano parrocchie a sé e, territorialmente, la loro circoscrizione non era ancora stata staccata dalla chiesa matrice di Sondrio. Si trattava dunque di viceparrocchie o curazie. La parrocchia sarebbe stata eretta proprio nel 1624 (Salice 1969).
Nell'elenco del clero allegato agli atti del sinodo comense convocato nel 1565 dal vescovo Gianantonio Volpi è attestata la presenza di un rettore della chiesa di San Martino di Castione, nella pieve di Sondrio (Sinodo Volpi 1565).
Nel 1798 entro i confini della parrocchia esisteva la chiesa di Santa Maria di Balzarro.
Nella chiesa parrocchiale di Castione si aveva la confraternita del Santissimo Sacramento. Il numero delle anime della parrocchia era 1215 (Quesiti Amministrazione Adda e Oglio, 1798).
Nel 1893, anno della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari, la rendita netta del beneficio parrocchiale non fu rilevata; quella del beneficio coadiutorale di Castione Andevenno ammontava a lire 2000. Nella chiesa parrocchiale di San Martino di
Castione Andevenno si aveva la confraternita del Santissimo Sacramento, maschile e femminile. Entro i confini della parrocchia di Castione Andevenno, di nomina comunitativa, si avevano l'oratorio dell'Immacolata, attiguo alla parrocchiale, lechiese filiali di San Rocco, di Santa Maria, di Santa Maria Maddalena, di San Luigi e di San Pancrazio. Il numero dei parrocchiani era di 1770 unità (Visita Ferrari, Vicariato di Sondrio).
Nel corso del XX secolo, la parrocchia di Castione Andevenno è sempre stata compresa nel vicariato foraneo di Sondrio, fino al decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como, in seguito al quale fu
assegnata alla zona pastorale XIII della Media Valtellina e al vicariato di Sondrio (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con il decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato A della Media Valtellina
(decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). [A. Bar.]

Castello dell'Acqua

Comune di Castello dell'Acqua

In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardo-veneto (notificazione 12 febbraio 1816) e all’elenco riordinato dall’imperial regia delegazione provinciale (prospetto dei comuni 1816), con l’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio il comune di Castello dell’Acqua fu inserito nel distretto II di Ponte. Il deputato di Valtellina conte Guicciardi aveva fatto notare che Castello dell’Acqua aveva “sempre fatto parte del Comune di Chiuro” ed i pascoli e i boschi erano promiscui in modo che sarebbe stato “motivo di moltissimi disordini e litigi la separazione” (Guicciardi 1816). La delegazione provinciale ne sostenne l’autonomia, con l’osservazione che Castello dell’Acqua aveva estimo separato da Chiuro, sebbene avesse fondi indivisi: “avendo una popolazione di n. 849 abitanti, che desideravano di stare separati” venne “ritenuto Comune distinto”. Propose però che le deputazioni rispettive avessero “a concertarsi assieme per la buona amministrazione dei beni indivisi, finché saranno dessi separati dopo fatto il nuovo censimento” (Delegazione provinciale 1816).
Con dispaccio governativo 1818 dicembre 24 n. 28742/ 4624 Castello dell’Acqua fu aggregato al comune di Chiuro (aggregazione di Castello dell’Acqua, 1818); ritornò autonomo dal 1858.
In base a dispaccio dell’imperial regio ministero dell’interno del 1857 novembre 28 n. 31244/1265 fu accordata la separazione della frazione di Castello dell’Acqua dal comune di Chiuro e fu quindi permesso che la stessa frazione costituisse un comune proprio con effetto dal 1 gennaio 1858 (separazione di Castello dell’Acqua, 1858).
Nel 1858 il comune di Castello dell’Acqua era inserito nel distretto I di Sondrio.

arch. aggregazione di Castello dell’Acqua, 1818: Elenco delle variazioni avvenute nel compartimento territoriale della provincia di Sondrio dal 1 maggio 1816: data e numero dei decreti di approvazione delle concentrazioni di comuni, in “Prospetto indicante le eseguite concentrazioni di Comuni nella Provincia di Sondrio dopo la pubblicazione della Governativa Notificazione 12 Febbraio 1816”, Sondrio, 30 maggio 1843, ASMi, Catasto, cart. 756; separazione di Castello dell’Acqua, 1858: Nota sulla separazione della frazione di Castello dell’Acqua dal comune di Chiuro, con effetto dal 1 gennaio 1858, ASMi, Catasto, cart. 762.

Parrocchia di San Michele arcangelo
sec. XVI - [1989]
Parrocchia della diocesi di Como. Curazia nel 1427, fu eretta in parrocchia, di patronato comunitativo, con territorio smembrato da Chiuro successivamente alla visita del vescovo Feliciano Ninguarda (Xeres, Antonioli 1996).
La chiesa di San Michele di Castello dell'Acqua è attestata alla fine del XVIII secolo come parrocchiale nella pieve e vicariato di Tresivio e Ponte (Ecclesiae collegiatae 1794). Tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo si costituì probabilmente il vicariato foraneo di Chiuro, al quale venne ad appartenere la parrocchia di Castello dell'Acqua insieme alle parrocchie di Chiuro e Castionetto.
Nel 1893, all'epoca della visita del vescovo Andrea Ferrari, la rendita netta del beneficio parrocchiale assommava a lire 619.37 con l'eclusione di due rendite della cappellania maggiore e della cappellania minore. Entro i confini della parrocchia di Castello dell'Acqua, di nomina comunale, si avevano la chiesa di San Francesco, gli oratori di San Giuseppe, della Santissima Annunziata, di Sant'Antonio, di San Giovanni e di Santo Stefano. Nella chiesa parrocchiale di San Michele arcangelo di Castello dell'Acqua esistevano le confraternite del Santissimo Sacramento e del Santissimo Rosario. Il numero dei parrocchiani era di 1209 (Visita Ferrari, Vicariato di Chiuro).
Nel corso del XX secolo la parrocchia di San Michele Arcangelo di Castello dell'Acqua fu sempre compresa nel vicariato di Chiuro; con decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como, fu assegnata alla zona pastorale XIII della Media Valtellina e al vicariato di Sondrio (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato C della Media Valtellina (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). [A. Bar.]

Cedrasco

Comune di Cedrasco.      1442 - 1797
Comune del terziere di mezzo della Valtellina, appartenne alla pieve di Berbenno.
Cedrasco fece parte in origine della comunità di Postalesio, dalla quale si staccò nel 1442 (AC Postalesio, Inventario). Comprendeva, alla metà del secolo XVIII, anche la vicinanza di Monte Spineta, o Massoni (Quadrio 1755).
La comunità di Cedrasco nel 1589 contava 140 fuochi (Ninguarda 1589), nel 1624 480 abitanti (Perotti 1992A), nel 1797, infine, 245 abitanti (Massera 1991A).

arrocchia di Sant'Agostino
1454 - [1989]
Parrocchia della diocesi di Como. Negli atti della visita pastorale del vescovo Gerardo Landriani del 1445 compare un beneficiale della chiesa di Cedrasco (Visita Landriani 1444-1445). L'erezione "in parochialem cum fontibus, coemeterio, et aliis insignis parochialibus" avvenne nel 1454, come risulta da un atto rogato dal notaio Francesco Riva (Xeres 1999). La cura di Cedrasco, di patronato comunale, si sarebbe staccata dall'arcipretura di Berbenno per decreto di Stefano di Appiano, vicario generale del vescovo Antonio Pusterla (Salice 1969).
In un atto di sentenza arbitramentale tra il rettore della chiesa di Sant'Agostino e gli abitanti di Cedrasco, Soltogio e Fusine, da
una parte, e gli abitanti di Postalesio, Berbenno e Andevenno, dall'altra, datato 27 febbraio 1458, la chiesa di Sant'Agostino di Cedrasco è definita "nuper erecta in parochialem" (Collationes Benefitiorum, vol. II, pp. 607-611; Index alphabeticus).
Un atto del 21 gennaio 1514, relativo alla presentazione di un parroco dinnanzi all'arciprete di San Pietro di Berbenno, la parrocchia di Cedrasco risulta intitolata a Sant'Agostino (Index alphabeticus). Essa aveva sotto la sua giurisdizione anche la frazione di Spinedi, situata oltre l'Adda sul versante retico, la quale in epoca successiva fu aggregata alla parrocchia di Postalesio (Xeres, Antonioli 1996). Nella visita pastorale del vescovo Feliciano Ninguarda del 1589 nella pieve di Berbenno, il "rector" della"ecclesia parochialis" di Sant'Agostino di Cedrasco esercitava la cura d'anime su una comunità di 140 famiglie cattoliche (Visita Ninguarda 1589-1593).
La chiesa parrocchiale dei Santi Agostino e Tommaso di Cedrasco fu visitata nel 1614 dal vescovo Filippo Archinti (Visita Archinti 1614-1615). La chiesa dei Santi Agostino e Tommaso di Cedrasco è attestata alla fine del XVIII secolo come parrocchiale nel vicariato di Berbenno (Ecclesiae collegiatae 1794).
Nel 1798 il numero delle anime della parrocchia era 256. Nella parrocchia esisteva la confraternita del Santissimo Sacramento.
Nel territorio della parrocchia esisteva la chiesa di Sant'Anna (Quesiti Amministrazione Adda e Oglio, 1798). Verso la fine del XIX secolo la dedicazione della chiesa parrocchiale era dei Santi Agostino dottore e Tommaso apostolo (Visita Ninguarda 1589-1593, note). Nel 1893, anno della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari, la rendita netta del beneficio parrocchiale era di lire 577. Entro i confini della parrocchia di Cedrasco, di nomina comunale, esisteva la chiesa di Sant'Anna.
Nella chiesa parrocchiale di San Tomaso ed Agostino si aveva la confraternita del Santissimo Sacramento, sia maschile che femminile. Il numero dei parrocchiani era 433 (Visita Ferrari, Vicariato di Berbenno).
Nel corso del XX secolo, la parrocchia di Cedrasco è sempre stata compresa nel vicariato foraneo di Berbenno, fino al decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como; in seguito fu assegnata alla zona pastorale XIII della Media Valtellina e al vicariato di Berbenno (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con il decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato A della Media Valtellina (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). [A. Bar.]

Chiavenna
Cercino
Chiesa in Valmalenco

Chiuro

Campo Tartano

Comune di Campo.                                                           
1726 1797
Nel 1726, con rogito di Martino Mariani di Talamona, il comune di Talamona, su richiesta dei deputati di Tartano, divise giuridicamente e orograficamente il territorio in tre nuclei: Talamona, Tartano e Campo, quest’ultimo comprendente le contrade di Dosso d’Abu, Dosso di Campo di sopra e di sotto, Bormini, Campo, La Costa, Cantone, Spini (sede comunale), Ronco, CosaccioForfolera (Gusmeroli 1989).
Tuttavia, nella tabella delle comunità valtellinesi fornita ai rappresentanti inviati presso Napoleone nel 1797 non figurava il comune di Campo e nemmeno quello di Tartano (Massera 1991A): entrambi non furono mai compresi nelle compartimentazioni delle repubbliche cisalpina e italiana e del regno d’Italia, ma solo nella compartimentazione del regno lombardoveneto, restando fino ad allora uniti al comune di Talamona.

bibl. Gusmeroli 1989: Camillo Gusmeroli, La storia di Tartano, Montagna, 1989.

Campo Tartano parrocchia di Sant'Agostino 1886 [1989]
Parrocchia della diocesi di Como. Dopo il distacco di Talamona da Ardenno, avvenuto nel 1375, la chiesa di Sant'Agostino di Campo rimase soggetta a Talamona fino al 1886 quando fu eretta parrocchia (Xeres, Antonioli 1996), con decreto 17 novembre 1886 del vescovo Pietro Carsana, venne ad appartenere al vicariato foraneo di Talamona (decreto 17 novembre 1886Registri protocollo diocesi di Como 1886).
La chiesa di Sant'Agostino di Campo è attestata come viceparrocchia alla fine del XVIII secolo "in vicariatu Tertierii inferioris Vallistellinae, Squadrae Morbinii" (Ecclesiae collegiatae 1794). Nel 1798 la chiesa di Campo risulta viceparrocchiale di Talamona; in essa esisteva la scuola del Santissimo Sacramento (Quesiti Amministrazione Adda e Oglio, 1798).
Nel 1893, anno della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari nel vicariato di Talamona, lo stato attivo del beneficio parrocchiale consisteva in lire 368 ricevute dalla fabbriceria addizionate a lire 385 di congrua; lo stato passivo era rappresentato da obblighi dell'ufficio parrocchiale. Entro i confini della parrocchia di Campo, di nomina popolare, esisteva la chiesa di San Giovanni Battista nella frazione Dosso. Nella chiesa parrocchiale di Sant'Agostino si avevano le confraternite del Santissimo Sacramento, siamaschile che femminile, del Santo Rosario, della Cintura. Il numero dei parrocchiani era 753 (Visita Ferrari, Vicariato di Talamona). Nel corso del XX secolo, la parrocchia di Campo Tartano è sempre stata compresa nel vicariato foraneo di Talamona, fino al decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como; in seguito fu assegnata alla zona pastorale XII della Bassa Valtellina e al vicariato di Morbegno (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con il decreto 10 aprile 1984 per la revisione della struttura vicariale fu inclusa nel vicariato C della Bassa Valtellina (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). [A. Bar.]

Cino

Colorina

Cosio

Dazio
Delebio
Dubino
Faedo Valtellino
Fusine
Gerola Alta
Gordona
Grosio
Lanzada
Livigno
Madesimo
Mazzo di Valtellina

Mello

Mese

Montagna in Valtellina

Morbegno

Arzo Parrocchia di San Giovanni Battista 1805 1986
Parrocchia della diocesi di Como. Una chiesa dedicata a San Nazaro di Arzo compare in un atto del 13 maggio 1445 in cui si ha una "collatio" di questa "ecclesia ruralis sine cura" (Collationes Benefitiorum, vol. II, p. 198; Index alphabeticus). La parrocchia di Arzo fu eretta il 26 gennaio 1805 con territorio smembrato dalla parrocchia di San Matteo in Valle di Morbegno. Essa era di patronato comunitativo (Visita Ninguarda 15891593, note; Visita Carsana, Vicariato di Morbegno). Nel 1898, anno della visita pastorale del vescovo Teodoro Valfré di Bonzo, la rendita netta del beneficio parrocchiale era di lire 760. Entro i confini della parrocchia di Arzo, di nomina dei capifamiglia, non esistevano né chiese né oratori eccettuata la parrocchiale. Nella chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista si aveva la confraternita del Santissimo Sacramento. Il numero dei parrocchiani era 121 (Visita Valfré di Bonzo, Vicariato di Morbegno). Con decreto 18 giugno 1953 del vescovo Felice Bonomini il beneficio parrocchiale di San Giovanni Battista di Arzo fu unito aeque principaliter al beneficio parrocchiale di San Matteo di Valle (decreto 18 giugno 1953 bFondo parrocchie, Valle).
Nel corso del XX secolo, la parrocchia di Arzo è sempre stata compresa nel vicariato foraneo di Morbegno, fino al decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como; in seguito fu assegnata alla zona pastorale XII della Bassa Valtellina e al 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con il decreto 10 aprile 1984 per la revisione della struttura vicariale fu inclusa nel vicariato B della Bassa Valtellina (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). Con decreto 16 luglio 1986 del vescovo Teresio Ferraroni la parrocchia di San Giovanni Battista di Arzo fu accorpata alla parrocchia di San Giovanni Battista di Morbegno (decreto 16 luglio 1986/19Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1986). [A. Bar.]

Novate Mezzola

Pedesina
Piantedo

Piateda

Comune di Boffetto.            

sec. XV 1797
Comune del terziere di mezzo della Valtellina, appartenne alla pieve di Tresivio.
Il toponimo si trova citato con l’articolo determinativo: “al Bufetto”, “del Boffetto”, o anche “Alboffetum”.
Il territorio di Boffetto, che comprendeva, alla metà del XVIII secolo, le contrade di Pajosa, Valbuona, e una parte della Valle d’Agneda, faceva anticamente parte, insieme a Piateda, del comune di Tresivio (Quadrio 1755).
Il comune era suddiviso nelle quattro quadre di Bonfadini, Paiosa, Agneda, Fornere.
Tutti i capifamiglia del comune in adunanza plenaria davano vita al consiglio del comune, che eleggeva il decano. Ogni quadra eleggeva un proprio deputato. Il governo della comunità era compito del decano, dei quattro deputati, e di quattro od otto consiglieri, addetti alla riscossione delle tasse e alla verifica del bilancio. Per convenzione o consuetudine il decano, che anticipava propri capitali per le pubbliche spese, veniva proposto a rotazione dalle quattro quadre. La nomina ad una carica normalmente non poteva essere ricusata (Garbellini 1982).
Nell’archivio comunale di Boffetto sono conservati gli “Ordini della magnifica comunità del Boffetto” del 9 aprile 1796 (Ordini, Boffetto), con postille fino al 1799 approvate dal regio imperiale governatore generale della Valtellina e podestà di Sondrio Claudio Marlianici.
La comunità di Boffetto nel 1589 contava circa 85 fuochi (Ninguarda 1589), nel 1624 350 abitanti (Perotti 1992A), nel 1797, infine, 516 abitanti (Massera 1991A).

1798 1815

In base al progetto di divisione in distretti della Valtellina e Bormio (progetto 2 dicembre 1797), il comune di Boffetto sarebbe stato inserito nel distretto 6° con capoluogo Ponte.
Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Boffetto apparteneva al distretto di Ponte.
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda e Oglio (legge 11 vendemmiale anno VII), il comune di Boffetto fu compreso nel distretto VI di Ponte.
Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Boffetto era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario.
Nel nuovo piano di distrettuazione provvisoria del dipartimento del Lario, in esecuzione del decreto 14 novembre 1802, il comune di Boffetto venne ricollocato nel VI distretto dell’ex Valtellina con capoluogo Ponte (quadro dei distretti 1802), nel quale fu confermato, comune di III classe, nel 1803 (elenco dei comuni 1803).
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Boffetto venne ad appartenere al cantone II di Ponte: comune di III classe, contava 314 abitanti.
Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, figurava anche il comune denominativo di Boffetto, con 340 abitanti (prospetto dei comuni 1807).
Il progetto per la concentrazione dei comuni del dipartimento dell’Adda, seguito al decreto 14 luglio 1807, prevedeva l’aggregazione di Piateda al comune denominativo di Boffetto, nel cantone II di Ponte. Il progetto fu visto in forma riservata, tra novembre e dicembre del 1807, dal consultore di stato e direttore generale della polizia Guicciardi, il quale propose la formazione di un solo comune con l’unione di Boffetto, Acqua, Piateda, Tresivio, con la motivazione che quelle “quattro piccole Comuni” ne avevano formato “già in tempi antichi una sola” ed avevano anche allora un pascolo in comunione chiamato il “piano delle quattro comunità” (Guicciardi 1807).
A seguito dell’approvazione del compartimento (decreto 31 marzo 1809), fu eseguita la concentrazione dei comuni, con decorrenza dal 1 gennaio 1810; tale comparto, confrontato con quello in corso nel 1796, fu rimesso il 23 agosto 1814 alla reggenza provvisoria del regno d’Italia e fu confermato nel 1815, dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel regno lombardoveneto (comparto 1 maggio 1815): a quest’ultima data, Boffetto figurava (con 2.116 abitanti totali, 340 da solo) comune principale nel cantone II di Ponte, unitamente ai comuni aggregati di Tresivio, Acqua, Piateda ed Ambria.
Nel dicembre del 1815 il Comune di Boffetto chiese la separazione delle sezioni aggregate (istanza di Boffetto, 1815).
L’8 agosto 1814 il comune di Boffetto aveva espresso un indirizzo di fedeltà all’Austria (Massera 1981A).

1816 1859
In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardoveneto (notificazione 12 febbraio 1816) e all’elenco riordinato dall’imperial regia delegazione provinciale, con l’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio, il comune di Boffetto fu inserito nel distretto II di Ponte (prospetto dei comuni 1816).
Boffetto, comune con consiglio, fu confermato nel distretto II di Ponte in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844).
Nel 1853 (notificazione 23 giugno 1853), Boffetto, comune con consiglio comunale senza ufficio proprio e con una popolazione di 429 abitanti, fu inserito nel distretto I di Sondrio.
arch. istanza di Boffetto, 1815: Cesarea Regia Prefettura del Dipartimento dell’Adda. Compartimento territoriale del Dipartimento dell’Adda: domanda del comune di Boffetto per la separazione delle sezioni aggregate, 14 dicembre 1815, ASMi, Censo p.m., cart. 741.
legisl. Ordini, Boffetto: Ordini della magnifica comunità del Boffetto (9 aprile 1796), Comune di Boffetto, AP Boffetto, con postille fino al 1799 approvate dal regio imperiale governatore generale di Valtellina e podestà di Sondrio Claudio Marlianici.
bibl. Garbellini 1982: Gian Luigi Garbellini, Commento storico agli “Ordini della Magnifica Comunità del Boffetto” in Al Bufèt, Boffetto, 1982.

Ambria parrocchia di San Gregorio 1886 1986

Parrocchia della diocesi di Como. Nell'elenco del clero allegato agli atti del sinodo comense convocato nel 1565 dal vescovo Gianantonio Volpi le chiese dei Santi Gervasio e Agostino di Ambria e Agneda sono attestate nella pieve di Tresivio, con un proprio rettore (Sinodo Volpi 1565). Nel 1589, durante la visita pastorale del vescovo Feliciano Ninguarda nella pieve di Tresivio, la chiesa vicecurata di San Gregorio di Ambria era soggetta all'arcipretura di Tresivio. Nella Valle detta di Ambria, in cui si trovava anche una chiesa dedicata a San Bartolomeo apostolo, risiedevano 20 famiglie cattoliche (Visita Ninguarda 15891593). Nel 1615 la chiesa di Ambria fu eretta viceparrocchia di nomina dell'arciprete pro tempore di Tresivio. Il distacco dall'arcipretura di Tresivio non fu effettivo (Visita Ninguarda 15891593, note). In data 13 agosto 1453 si ha un atto di "resignatio ecclesie seu capelle" di San Vittore di Ambria di Valtellina (Index alphabeticus).
La chiesa di San Gregorio di Ambria è attestata alla fine del XVIII secolo come comparrocchiale di Tresivio nella pieve e vicariato di Tresivio e Ponte. Nello stesso testo viene citata la chiesa "Sanctorum Augustini et Gregorii Ambriae et Agnedae vice parochialis" (Ecclesiae collegiatae 1794).
Nel 1798 la chiesa di Ambria è attestata come viceparrocchiale della prepositurale di Sant'Antonio di Piateda (Quesiti Amministrazione Adda e Oglio, 1798).
La parrocchia di Ambria fu eretta parrocchia con decreto 17 novembre 1886 del vescovo Pietro Carsana (decreto 17 novembre 1886Registri protocollo diocesi di Como 1886).
Nel 1893, anno della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari, la rendita netta del beneficio parrocchiale era di lire 857.92. Nella parrocchia di San Giorgio di Ambria si aveva la confraternita del Santissimo Rosario. Nella parrocchia di Ambria, di nomina plebana, esisteva la chiesa filiale di Sant'Agostino di Agneda. Il numero delle anime era 248 (Visita Ferrari, Vicariato di Ponte).
Nel corso del XX secolo, la parrocchia di Ambria è sempre stata compresa nel vicariato foraneo di Tresivio; con decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como, fu assegnata alla zona pastorale XIII della Media Valtellina e al vicariato foraneo di Sondrio (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato C della Media Valtellina (decreto 10 aprile 1984) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). Con decreto 16 luglio 1986 del vescovo Teresio Ferraroni la parrocchia di San Gregorio di Ambria fu accorpata alla parrocchia del Santissimo Crocefisso e Sant'Antonio, costituita per fusione delle parrocchie del Santissimo Crocefisso di
Piateda al Piano e di Sant'Antonio di Piateda Alta (decreto 16 luglio 1986/34Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1986). [A. Bar.]

Boffetto parrocchia di Santa Caterina d'Alessandria
1624 [1989]
Parrocchia della diocesi di Como. E' probabile che la chiesa dedicata a Santa Caterina d'Alessandria di Boffetto sia stata fondata nel XV secolo. Intorno al XVI secolo era dotata di un fonte battesimale e vi amministrava i sacramenti un cappellano dipendente dall'arciprete di Tresivio (Visita Archinti 16141615; Carugo 1990). Nell'elenco del clero allegato agli atti del sinodo comense convocato nel 1565 dal vescovo Gianantonio Volpi la chiesa di Santa Caterina di Boffetto è attestata nella pieve di Tresivio, con un proprio rettore (Sinodo Volpi 1565).
Nel 1589, durante la visita pastorale del vescovo Feliciano Ninguarda nella pieve arcipresbiterale di Tresivio, nella chiesa vicecurata di Santa Caterina martire di Boffetto amministrava gli uffici sacri un cappellano dell'arciprete   di Tresivio, residente ordinariamente a Boffetto. Da parte della comunità era già stata inoltrata la richiesta di separazione dalla matrice, non ancora tuttavia soddisfatta. Il paese comprendeva circa 85 famiglie cattoliche (Visita Ninguarda 15891593).
La parrocchia, di nomina popolare, fu eretta il 17 ottobre 1624 dal vescovo Sisto Carcano, con territorio smembrato da Tresivio (Visita Archinti 16141615; Xeres, Antonioli 1996).
La chiesa di Santa Caterina di Boffetto è attestata alla fine del XVIII secolo come prepositurale noncupativa nella pieve e vicariato di Tresivio e Ponte territorialmente (Ecclesiae collegiatae 1794).
Alla fine del XVIII secolo lo stato attivo del beneficio prepositurale, di giuspatronato della comunità, era di lire 825 in moneta di Valtellina. Nella parrocchia di Santa Caterina vergine e martire esisteva la scuola di Santa Marta; non erano più esistenti le scuole del Santissimo Sacramento e del Rosario. La popolazione della comunità di Boffetto era di 290 abitanti (Quesiti Amministrazione Adda e Oglio, 1798). Nel 1893, anno della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari, la rendita netta del beneficio parrocchiale assommava a lire 508.64. Entro i confini della parrocchia di Boffetto, di nomina popolare, esistevano gli oratori di San Giovanni Nepomuceno, San Pietro martire, San Rocco, San Giuseppe, San Vittore. Nella chiesa parrocchiale di Santa Caterina si aveva la confraternita del Santissimo Sacramento, sia maschile che femminile, obbediente alle regole di San Carlo. Il numero dei parrocchiani era 505 (Visita Ferrari, Vicariato di Ponte).
Nel corso del XX secolo, la parrocchia di Boffetto rimase sempre compresa nel vicariato foraneo di Tresivio; con decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como, fu assegnata alla zona pastorale XIII della Media Valtellina e al vicariato di Sondrio (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato C della Media Valtellina (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). [A. Bar.]

Busteggia parrocchia dei Santi Carlo Borromeo e Francesco d'Assisi
1986 [1989]

L'assistenza religiosa alla frazione di Busteggia costituì sempre uno dei problemi della parrocchia di Piateda al Piano. Quando iniziarono i lavori per la costruzione della nuova chiesa del Santissimo Crocefisso di Piateda al Piano, gli abitanti di Busteggia chiesero che tale chiesa fosse edificata in un luogo più comodo per la loro comunità (Amonini, Sassella 1988). Invece ciò non accadde e quando il vescovo di Como Alessandro Macchi eresse in parrocchia autonoma la chiesa del Santissimo Crocefisso di Piateda al Piano il 16 novembre 1934, ne estese la giurisdizione alla frazione di Busteggia (Storia di una costruzione sacra 1967).Busteggia ottenne di erigere la propria chiesa in seguito a una donazione effettuata nell'anno 1965. Il 10 dicembre 1967 la nuova chiesa venne definitivamente aperta al culto (Amonini, Sassella 1988). Con decreto 31 gennaio 1983 del vescovo Teresio Ferraroni il territorio della parrocchia di Faedo venne ampliato con annessione di alcuni territori siti nei comuni di: Albosaggia, in modo che il confine tra parrocchia e comune di Albosaggia e parrocchia e comune di Faedo venisse a coincidere; di Montagna, stralciando il tratto a sud dell’Adda sul quale era sorta la nuova chiesa di San Francesco d’Assisi in località Busteggia; di Piateda al Piano, stralciando la frazione Busteggia e limitrofe. Il territorio costituì una comunità pastorale omogenea indicata con la denominazione di Faedo con Busteggia e la parrocchia assunse la denominazione dei Santi Carlo Borromeo e Francesco d’Assisi (decreto 31 gennaio 1983Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1983). Sempre nel 1983 la sede parrocchiale fu trasferita sul fondovalle in località Busteggia (Xeres, Antonioli 1996).
La parrocchia di Busteggia fu formalmente eretta con decreto 8 settembre 1986 del vescovo Teresio Ferraroni (decreto 8 settembre 1986 bRegistri protocollo diocesi di Como 1986). Fu inserita nel vicariato della Media Valtellina C, nella zona pastorale XIII della Media Valtellina. [A. Bar.]

 

Piuro
Poggiridenti
Ponte in Valtellina

Arigna parrocchia dei Santi Matteo e Carlo sec. XIX [1989]
Parrocchia della diocesi di Como. L'antica chiesa di Arigna, dedicata a San Matteo, fu eretta viceparrocchia e chiesa battesimale e cominciò a essere officiata come parrocchiale indipendente, per tacito consenso dell'autorità ecclesiastica (Visita Ninguarda 15891593, note), già nel XVII secolo. Nel 1651 la viceparrocchia di Arigna risulta elencata in un vicariato esteso al territorio che costituiva il terziere di mezzo della Valtellina, coincidente con le pievi di Berbenno, Sondrio e Tresivio, quest'ultima indicata unitamente alla pieve di Ponte, ciascuna delle quali corrispondeva a una "congregatio" del clero. Arigna era compresa nella "congregatio tertia" (Ecclesiae collegiatae 1651). Nel corso del XVIII secolo la chiesa di San Matteo di Arigna è sempre attestata come viceparrocchia nel vicariato e pievi di Tresivio e Ponte (Ecclesiae collegiatae 1758; Ecclesiae collegiatae 1794). Verso la fine del XVIII secolo la rendita attiva del viceparroco consisteva in lire 1650 di moneta di Valtellina, ricavate dalle famiglie della comunità; i carichi erano rappresentati dalle incombenze dell'ufficio parrocchiale. La cura di Arigna, ancora subordinata alla parrocchia di Ponte, comprendeva 325      anime  (Quesiti Amministrazione Adda e Oglio, 1798).
Il vicariato foraneo di Ponte, al quale venne ad appartenere la parrocchia di Arigna insieme alle parrocchie di Ponte in Valtellina e di Sazzo, provenienti dal vicariato delle pievi di Tresivio e Ponte, si costituì probabilmente tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. L'oratorio dei Santi Carlo Borromeo e Ignazio di Loyola, edificato nel 1623, nel 1867 fu dichiarato chiesa parrocchiale tramite rescritto curiale, in sostituzione dell'antica chiesa, ampliata una seconda volta nel 1886 (Visita Ferrari, Vicariato di Ponte).
Con decreto 17 novembre 1886 del vescovo Pietro Carsana venne attribuito il titolo di parrocchiale alla chiesa di Arigna; il rettore era già a quell'epoca in legittimo possesso ed esercizio dei diritti parrocchiali, ma era ancora formalmente amovibile "ad nutum episcopi", sebbene l'Ordinariato avesse rinunciato da tempo all'amovibilità, conferendo ai sacerdoti nominati o presentati alle chiese vicarie la possessione canonica dei diritti parrocchiali (decreto 17 novembre 1886Registri protocollo diocesi di Como 1886).
Nel 1893, anno della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari, la rendita netta del beneficio parrocchiale era di lire 419.95. Nella parrocchia di San Carlo Borromeo di Arigna si aveva la confraternita del Santissimo Sacramento, maschile e femminile, fondata nell'antica chiesa parrocchiale di San Matteo nel 1856, con approvazione del vicario capitolare di Como, la confraternita del Santissimo Rosario, la quale, come risulta da un documento conservato nell'archivio parrocchiale, fu istituita nel 1653 e richiamata in vigore nell'ottobre 1889 e il Terz'Ordine di San Francesco d'Assisi, istituito nel 1884. Nella parrocchia di Arigna, di nomina vescovile, esistevano la chiesa di San Matteo apostolo, antica parrocchiale, e l'oratorio di Santo Stefano protomartire al Forno. Il numero delle anime era di 808 unità (Visita Ferrari, Vicariato di Ponte).
Nel corso del XIX e XX secolo la parrocchia dei Santi Matteo e Carlo di Arigna è sempre stata compresa nel vicariato foraneo di Ponte; con decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como, fu assegnata alla zona pastorale XIII della Media Valtellina e al vicariato di Sondrio (decreto 29 gennaio 1968) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato C della Media Valtellina (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). Nel 1963 era stata aggregata ad Arigna anche la frazione Briotti (Xeres, Antonioli 1996). [A. Bar.]


Postalesio
Prata Camportaccio
Rogolo

Forcola

Alfaedo parrocchia di San Gottardo sec. XVIII [1989]
Parrocchia della diocesi di Como. Fu eretta nel 1770 (Xeres, Antonioli 1996), ovvero, come risulta dagli atti della visita pastorale del vescovo Teodoro Valfré di Bonzo, nell'anno 1795 (Visita Valfré di Bonzo, Vicariato di Ardenno). La chiesa di San Gottardo di Alfaedo è attestata tuttavia alla fine del XVIII secolo come viceparrocchia nel vicariato di Ardenno (Ecclesiae collegiatae 1794; Visita Rovelli, Ardenno).
Nel 1893, anno della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari, l'erario corrispondeva a titolo di supplemento di congrua lire 76. Entro i confini della
parrocchia di Alfaedo, di nomina comunitativa, non esistevano né chiese né oratori eccettuata la parrocchiale. Nella chiesa parrocchiale di San Gottardo di Alfaedo si avevano le confraternite del Santissimo Sacramento, del Santissimo Rosario e del Sacro Cuore di Gesù. Il numero dei parrocchiani era di 294 (Visita Ferrari, Vicariato di Ardenno).
Nel corso del XIX e XX secolo, la parrocchia di Alfaedo rimase sempre compresa nel vicariato foraneo di Ardenno; con decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como, fu assegnata alla zona pastorale XII della Bassa Valtellina e al vicariato foraneo di Traona (decreto 29 gennaio 1968) (Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nella zona pastorale XIII della Media Valtellina e nel vicariato A della Media Valtellina (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). [A. Bar.]

 

Rasura

Samolaco

Sondalo
San Giacomo e Filippo

Sondrio

Talamona

Teglio

Comune di Boalzo.                           1816 1823
Nella compartimentazione territoriale del regno lombardoveneto (notificazione 12 febbraio 1816) era prevista la formazione dei due distinti comuni di Boalzo e di Tresenda, già vicinanze di Teglio, nel distretto III di Tirano; l’imperial regia delegazione provinciale, contro le osservazioni del deputato di Valtellina conte Guicciardi, che aveva sostenuto il mantenimento di Boalzo nel comune di Teglio e la formazione di un comune da Tresenda e San Giacomo (Guicciardi 1816), propose la formazione del comune unitario di Boalzo con Tresenda nel distretto II di Ponte (prospetto dei comuni 1816; Delegazione provinciale 1816); con l’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio, il comune di Boalzo con Tresenda fu inserito nel distretto III di Tirano. La variazione al compartimento del 1816 introdotta dalla delegazione provinciale venne abilitata con decreto governativo 1817 febbraio 7 n. 3545/123 (variazione al compartimento di Boalzo, 1817).
In data 29 ottobre 1823 l’imperial regio governo partecipò d’aver approvato con dispaccio 1823 ottobre 21 n. 31839/3866 la riaggregazione a Teglio del territorio di Boalzo e di avere ordinato alla delegazione provinciale di disporne l’unificazione amministrativa per il 1824 (aggregazione di Boalzo, 1823; concentrazione di Boalzo con Tresenda, 1823).

arch. aggregazione di Boalzo, 1823: Partecipazione dell’imperial regio governo sull’approvazione della riaggregazione a Teglio dell’antico territorio di Boalzo, San Giacomo, Carona e Aprica, 29 ottobre 1823, ASMi, Catasto, cart. 762; concentrazione di Boalzo con Tresenda, 1823: Elenco delle variazioni avvenute nel compartimento territoriale della provincia di Sondrio dal 1 maggio 1816: data e numero dei decreti di approvazione delle concentrazioni di comuni, in “Prospetto indicante le eseguite concentrazioni di Comuni nella Provincia di Sondrio dopo la pubblicazione della Governativa Notificazione 12 Febbraio 1816”, Sondrio, 30 maggio 1843, ASMi, Catasto, cart. 756; variazione al compartimento di Boalzo, 1817: Prospetti provinciali delle variazioni apportate nella compartimentazione territoriale dopo la notificazione 12 febbraio 1816 fino all’ 11 febbraio 1820: estremi dei decreti governativi di abilitazione alle variazioni di compartimento territoriale, ASMi, Censo p.m., cart. 775.

Boalzo parrocchia di Sant'Abbondio

Parrocchia della diocesi di Como. Un documento datato 15 dicembre 1659 contiene un atto di conferimento del beneficio semplice o cappellania di San Michele nella pieve di Teglio, di giuspatronato della famiglia "de Schiappadinis" dall'epoca della sua fondazione, da parte del vescovo Lazzaro Carafino a un chierico di Boalzo (Index alphabeticus).
Nel 1651 la chiesa parrocchiale di San Michele risulta elencata in un vicariato esteso sul territorio che costituiva il terziere superiore Valtellina e sulla giurisdizione di Teglio, coincidente con la pieve di Teglio, la pieve di Villa con il contado di Poschiavo, la pieve di Mazzo, ciascuna delle quali corrispondeva a una "congregatio" del clero; Boalzo era compresa nella "congregatio prima" (Ecclesiae collegiatae 1651). La chiesa di San Michele è attestata alla fine del XVIII secolo come parrocchiale nella pieve e vicariato di Teglio (Ecclesiae collegiatae 1794).
Alla fine del XVIII secolo il beneficio parrocchiale era di nomina popolare. Nella parrocchia di Boalzo era stata eretta nel 1640 la scuola del Santissimo Sacramento, sia maschile che femminile, sotto l'invocazione di San Luigi Gonzaga e di Santa Apollonia. Il numero delle anime della parrocchia era 216 (Quesiti Amministrazione Adda e Oglio, 1798).
Nel 1880, anno della visita pastorale del vescovo Pietro Carsana nella pieve di Teglio, la prebenda parrocchiale consisteva in lire 109.11, consegnate dal governo a titolo di congrua; la passività era rappresentata dalla tassa di manomorta di lire 24 e da lire 30.33 di ricchezza mobile. Entro i confini della parrocchia di Boalzo esistevano gli oratori dell'Angelo Custode, di proprietà della famiglia Parravicini, e dello Sposalizio della Beata Vergine Maria con San Giuseppe. Nella chiesa parrocchiale di Sant'Abbondio si aveva la confraternita del Santissimo Sacramento, sciolta nell'anno 1872 e ricostituita nel maggio 1878. Il numero dei parrocchiani era 216 (Visita Carsana, Pieve di Teglio).
La chiesa di Sant' Abbondio in Boalzo fu sede della parrocchia fino al 1932, quando, consacrata la nuova chiesa dedicata a San Michele, in località Tresenda, vi fu trasferita anche la sede (Xeres, Antonioli 1996). [S. Alm.]

Comune di Carona

In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardo-veneto (notificazione 12 febbraio 1816) e all’elenco riordinato dall’imperial regia delegazione provinciale (prospetto dei comuni 1816), contro il parere espresso dal deputato di Valtellina conte Guicciardi, che aveva proposto la formazione di un comune unitario da Carona ed Aprica (Guicciardi 1816), con l’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio il comune di Carona, già vicinanza di Teglio, fu inserito nel distretto III di Tirano (l’imperial regia delegazione provinciale ne aveva proposto l’inserimento nel distretto II di Ponte).
In data 29 ottobre 1823 l’imperial regio governo partecipò d’aver approvato con dispaccio 1823 ottobre 21 n. 31839/3866 la riaggregazione a Teglio del territorio di Carona e di avere ordinato alla delegazione provinciale di disporne l’unificazione amministrativa per il 1824 (aggregazione di Carona, 1823; concentrazione di Carona, 1823).

arch. aggregazione di Carona, 1823: Partecipazione dell’imperial regio governo sull’approvazione della riaggregazione a Teglio dell’antico territorio di Boalzo, San Giacomo, Carona e Aprica, 29 ottobre 1823, ASMi, Catasto, cart. 762; concentrazione di Carona, 1823: Elenco delle variazioni avvenute nel compartimento territoriale della provincia di Sondrio dal 1 maggio 1816: data e numero dei decreti di approvazione delle concentrazioni di comuni, in “Prospetto indicante le eseguite concentrazioni di Comuni nella Provincia di Sondrio dopo la pubblicazione della Governativa Notificazione 12 Febbraio 1816”, Sondrio, 30 maggio 1843, ASMi, Catasto, cart. 756.

 

 

Tirano

Baruffini parrocchia di San Pietro martire 1638 [1989]

Parrocchia della diocesi di Como. Fu eretta il 13 ottobre 1638 dal vescovo Lazzaro Carafino, con territorio smembrato da Tirano (Visita Ninguarda 15891593, note; Visita Ferrari, Vicariato di Villa/Villa di Tirano; Varischetti 1961). Era di nomina popolare (Visita Ninguarda 15891593, note). Nel 1651 la parrocchia di San Pietro martire di Baruffini risulta elencata in un vicariato esteso sul territorio che costituiva il terziere superiore della Valtellina e sulla giurisdizione di Teglio, coincidente con la pieve di Teglio, la pieve di Villa con il contado di Poschiavo, la pieve di Mazzo, ciascuna delle quali corrispondeva a una "congregatio" del clero; Baruffini era compresa nella "congregatio secunda" (Ecclesiae collegiatae 1651).
Nel corso del XVIII secolo la parrocchia di San Pietro martire di Baruffini è attestata nel vicariato di Villa di Tirano e Poschiavo (Ecclesiae collegiatae 1794).Alla fine del XVIII secolo nella parrocchia di Baruffini si avevano le confraternite del Santissimo Sacramento e del Carmine ed un Monte di Pietà. Essa contava 787 anime (Quesiti Amministrazione Adda e Oglio, 1798).
Nel 1892, anno della visita pastorale del vescovo Andrea Ferrari, la rendita netta del beneficio parrocchiale era di lire 283.06. Entro i confini della parrocchia di Baruffini non si avevano né chiese né oratori, al di fuori della parrocchiale. Nella chiesa parrocchiale di San Pietro martire di Baruffini si aveva la confraternita del Santissimo Sacramento, sia maschile che femminile. Il numero dei parrocchiani era 859 (Visita Ferrari, Vicariato di Tirano).Nel corso del XIX e XX secolo, la parrocchia di Baruffini è sempre stata compresa nel vicariato foraneo di Tirano; con decreto 29 gennaio 1968, mediante il quale furono istituite le zone pastorali nella diocesi di Como, fu assegnata alla zona pastorale XIV dell'Alta Valtellina e al vicariato di Tirano (decreto 29 gennaio 1968Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1968). Con decreto 10 aprile 1984 fu inclusa nel vicariato B dell'Alta Valtellina (decreto 10 aprile 1984Bollettino Ecclesiastico Ufficiale Diocesi di Como 1984). [A. Bar.]
Torre di Santa Maria
Traona

Tresivio

Comune di Acqua.                           

1 sec. XV 1797

Comune del terziere di mezzo della Valtellina, appartenne alla pieve di Tresivio.
Acqua fece parte in origine, con Boffetto e Piateda, della comunità di Tresivio. Risale al 5 novembre 1473 una prima divisione dei beni comunali tra Tresivio e Monte di Tresivio, chiamato anche Monte dell’Acqua, ovvero Acqua. La storia successiva portò a periodici riavvicinamenti tra Tresivio e Acqua, e a successive separazioni: il 17 gennaio 1600 le due comunità si unirono nuovamente, e l’ordinamento comunale venne a comprendere due quadre: quella inferiore, rappresentata dai consiglieri di Tresivio, e quella superiore, con un unico rappresentante di Monte dell’Acqua. Dal 1613, con atto rogato dal notaio Cesare Venosta il 20 dicembre, Acqua si resse di nuovo autonomamente, eleggendo un proprio decano e dei consiglieri, e regolandosi con propri statuti (Carugo 1990).
Tra le contrade di Monte dell’Acqua erano citate, nel XVII secolo, Rusconi, Piedo, Paleari, Ramponi, Baruffi (Sprecher 1617), e alla metà del XVIII secolo Pledo, Pagliari, Ramponi, Rebuffi (Quadrio 1755).
Nel 1589 Acqua contava 80 fuochi (Ninguarda 1589); nel 1797 (Massera 1991A) Acqua compariva nella tabella delle comunità valtellinesi unitamente a Tresivio, con una popolazione (complessiva per le due comunità) di 1.060 abitanti.

Comune di Acqua.                           

2 1798 1809
In base al progetto di divisione in distretti della Valtellina e Bormio (progetto 2 dicembre 1797), il comune di Acqua sarebbe stato inserito nel distretto 6° con capoluogo Ponte.
Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Acqua apparteneva al distretto di Ponte.

Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda e Oglio (legge 11 vendemmiale anno VII), il comune di Acqua fu compreso nel distretto VI di Ponte.
Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Acqua era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario.
Nel nuovo piano di distrettuazione provvisoria del dipartimento del Lario, in esecuzione del decreto 14 novembre 1802, il comune di Acqua venne ricollocato nel VI distretto dell’ex Valtellina con capoluogo Ponte (quadro dei distretti 1802), nel quale fu confermato, comune di III classe, nel 1803 (elenco dei comuni 1803).
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Acqua venne ad appartenere al cantone II di Ponte: comune di III classe, contava 708 abitanti.
Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, figurava anche il comune denominativo di Acqua, con 612 abitanti (prospetto dei comuni 1807).
Il progetto per la concentrazione dei comuni del dipartimento dell’Adda, seguito al decreto 14 luglio 1807, prevedeva l’aggregazione di Acqua al comune denominativo di Tresivio, nel cantone II di Ponte. Il progetto fu visto in forma riservata, tra novembre e dicembre del 1807, dal consultore di stato e direttore generale della polizia Guicciardi, il quale propose la formazione di un solo comune dall’unione di Acqua, Tresivio, Piateda, Boffetto, con la motivazione che quelle “quattro piccole Comuni” ne avevano formato “già in tempi antichi una sola” ed avevano anche allora un pascolo in comunione che si chiamava “piano delle quattro comunità” (Guicciardi 1807).

A seguito dell’approvazione del compartimento (decreto 31 marzo 1809), fu eseguita la concentrazione dei comuni, con decorrenza dal 1 gennaio 1810; tale comparto, confrontato con quello in corso nel 1796, fu rimesso il 23 agosto 1814 alla reggenza provvisoria del regno d’Italia e fu confermato nel 1815, dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel regno lombardoveneto (comparto 1 maggio 1815): a quest’ultima data, Acqua figurava (con 718 abitanti), insieme a Tresivio e Piateda ed Ambria, comune aggregato al comune principale di Boffetto, nel cantone II di Ponte.
Nell’estate del 1814 delegati di Acqua avevano trasmesso istanza per il ripristino dell’autonomia comunale (istanza di Acqua, 1814); un’informazione trasmessa il 31 dicembre 1815 disponeva che da Boffetto fossero “col primo del prossimo venturo anno disgiunte ed erette in comuni separati” le sezioni, tra cui Acqua, che fino ad allora ne avevano fatto parte (separazione di Acqua, 1815).

Comune di Acqua.                                                                     

3 1816 1859
In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardoveneto (notificazione 12 febbraio 1816) e all’elenco riordinato dall’imperial regia delegazione provinciale, con l’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio, il comune di Acqua fu inserito nel distretto II di Ponte (prospetto dei comuni 1816).
Acqua, comune con consiglio, fu confermato nel distret to II di Ponte in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844).
Nel 1853 (notificazione 23 giugno 1853), Acqua, comune con consiglio comunale senza ufficio proprio e con una popolazione di 776 abitanti, fu inserito nel distretto I di Sondrio.
arch. istanza di Acqua, 1814: Cesarea Regia Prefettura del Dipartimento dell’Adda. Compartimento territoriale del Dipartimento dell’Adda: richiesta di Acqua per il ripristino dell’autonomia comunale, 23 agosto 1814, ASMi, Censo p.m., cart. 741; separazione di Acqua, 1815: Informazione sulla separazione delle frazioni di Piateda, Acqua e Tresivio dal comune di Boffetto, 31 dicembre 1815, unita all’“Elenco dei Comuni della Provincia di Sondrio classificati secondo l’antico Dipartimento coll’indicazione del comparto 12 febbraio 1816 e di quello riordinato dall’I. R. Delegazione provinciale coll’attribuzione delle rispettive quote d’estimo”, ASMi, Catasto, cart. 762.

Verceia

Villa di Tirano

Valdisotto

 

Valdidentro

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