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Albaredo
Una strada di recente costrutta, quasi carrozzabile, lascia Morbegno e con brevi e numerosi andirivieni, attraverso vigneti e selve, sale le falde del monte, lino a entrare nella valle del Bitto per la pendice orientale, al di sopra del profondo e dirupato burrone per cui essa trova sbocco. Poi in rapina salita , passando attraverso varii casolari, e sempre per luoghi ameni, conduce ad Albaredo (800 m.421 ab.).
Di là una strada mulattiera ben mantenuta sale ancora per poco sino ai casali di Sarten e alla Madonna delle Grazie, poi, abbassandosi, raggiunge il torrente che scende dalla Valle Pedena , dalla quale è facile il passo alla valle di Tartano, quindi, attraversando con varie giravolte una stupenda foresta di abeti e larici, sale al Dosso Cerico, casolare in amenissima posizione. Poscia continua addentrandosi nella val d'Orto fino al passo (1826 m.), in prossimità del quale vi ha una cantoniera o casa di rifugio detta Ca di S. Marco, dove i viaggiatori possono trovare conforto di cibo e qualche letto per riposare. Da Ca di S. Marco, per la val Mora, si scende ad Averara, e quindi a Olmo sul Brembo, e di là a Piazza, a S. Pellegrino e a Bergamo. Da Morbegno al passo occorrono circa cinque ore e mezzo di cammino; dal passo a Olmo circa tre ore.

La strada di s. Marco, dichiarata provinciale, è mantenuta lungo la valle del tutto a spese dell'intera provincia. Essa è la migliore e la meno alta tra le varie strade che attraversano la catena Orobia. È tuttavia molto frequentata: in passato, prima della costruzione della strada carrozzabile da Lecco a Colico, era frequentatissima, giacchè per essa passavano le mercanzie che da Venezia e dallo stato Venero si importavano nella Svizzera e Germania orientale per i valichi dello Spluga, del Septimer e del Maloja.
I Grigioni, nel trattato d’alleanza conchiuso colla Repubblica di Venezia nel 1706, si erano impegnati a rendere carreggiabile la strada di S. Marco nel versante valtellinese: il non aver essi mantenuto questo patto fu una delle ragioni addotte nel 1763 al Senato veneto, per ottenere lo scioglimento dell'allea va e la cessazione dei privilegi di cui essi Grigioni godevano a Venezia.
Dalla Ca di S. Marco, portandosi per un facile passo in vai Pedena, si può in tre ore circa raggiungere il monte Azzarini (2430). E si può anche per il passo di Verobbio e la valle Bomino scendere a quella di Gerola.”
Albosaggia
Gita in Albosaggia.Una strada carrozzabile, staccandosi presso la filanda Baebler, dall'altra che mena alla stazione della ferrovia, attraversa l'ampio ed ubertoso piano della Valle. Poco prima di giungere all'Adda appaiono i grandiosi argini eretti non ha mollo per rattenere il fiume entro il suo alveo e difendere il piano delle inondazioni; parallelo ad essiargini scorre il canale di scolo. ll ponte vicino è detto Ponte d'Albosaggia, e il tratto del fiume che da esso si vedeè uno dei più belli che l'Adda, così bella dappertutto, presenti nel lungo suo corso.
L'attuale ponte in ferro, costretto nel 1883, ne sostituì uno in legno che doveva spesso rinnovarsi. Si ha memoria di un ponte esistente in questo luogo fino dal principio del secolo decimo quarto. Ma è indubitato che per lungo spazio di tempo, si traghettata qui l'Adda su barche, che, insomma, in luogo del ponte caduto vi era un porto, il qual nome è rimasto alla località. Oltrepassato il ponte, la strada carrozzabile sale il monte,attraversando da prima vigneti, poi selva di nocie di castagni,o giunge a un promontorio donde si gode superba vista sulla vallata fino al monte Spluga al colmo di Dazio, e alle montagne del lago di Como. E’ spettacolo grandioso un tramonto osservato da quell'altura in estate quando il sole s'asconde proprio in fondo alla valle dietro i monti del lago.
Dopo non molto cammino si giunge a un trivio sopra il casolare della Segrada; il ramo che procede ad occidente conduce in breve alla chiesa parrocchia d'Albosaggia (500 m.), la quale sorge sopra un'altura in posizione ridente. Continuando ancora, fra selve, si giunge a una grossa frazione del Comune (2343 ab.) detta la Piazza, e ad un ponte sopra il torrente Torchione, ove finisce la strada carrozzabile. Vicino al ponte è un antico castello, mutato poscia in casa civile, e ancor oggi denominata la Torre. Apparteneva alla famiglia Quadrio di Ponte, ma da più secoli venne in proprietà della famiglia Paribelli. Illustrazione di questa famiglia e di Albosaggia, di cui è oriunda, fu Gian Giacomo Paribelli, uomo di molta dottrina e grande abilitità, che la Valtellina, durante la famosa riscossa del secolo decimo settimo, mandò più volte ambasciatore a diverse corti. Morì nel 1635, dopo un pranzo a cui era stato invitato nel castello di Sondrio, dagli ufficiali del duca di Rohan; e corse la voce, riferita dall'Alberti, scrittore contemporaneo, che fosse stato in quel pranzo avvelenato. ll ramo che dal trivio della Segrada, ricordato più su, volge ad oriente, guida, fra vigneti e selve, al villaggio della Moia (460 m.). Al ponte sul torrente Orsenigo termina la via carrozzabile; ma, chi viaggia a piedi, può proseguire sulla via mulattiera, che, dopo pochi minuti, discende, sempre frammezzo a pittoreschi castagneti, verso il fondo della Valle, al piano di Busteggia. Lì si attraversa un ponte sul torrente Venina, e poi il ponte di Faedo sull'Adda che mette alla strada nazionale lungo la quale si può far ritorno a Sondrio.
Andalo
Aprica

Ardenno

"Ardenno (2180 ab.)...sta alle falde del monte, nel versante aprico, in una bella e fertile insenatura. Più in alto, sui fianchi della montagna rivestiti di vigneti, sono i villaggi di Gaggio e Buglio (1162 ab.)... Fu ad Ardenno che visse gli ultimi anni della sua esistenza il celebre giureconsulto Alberto De Simoni, uno fra i legislatori della Repubblica Cisalpina, consigliere di Cassazione durante il primo Regno d'Italia e autore di parecchie opere altamente lodate, come il Diritto di natura delle genti, l'opera Sul furto e sua pena e il libro Delitti di mero affetto".
Bema
Più in là sotto al monte in un seno ridente sorge Bianzone (600 m. 1726 ab.) non umile borgo, e vicino alla via, minacciata dal torrente, la Madonna del Piano corretto edificio di stile bramantesco.”
Bianzone

Berbenno

"La Stazione di S. Pietro, a quindici chilometri da Morbegno e a dieci da Sondrio, prende nome da una chiesa lì vicina, antichissima, ma rifatta nel secolo decimosesto. E' degna di essere osservata la porta di questa chiesa di puro stile del cinquecento, con pregevolissimi ornati. Da S. Pietro una via carrozzabile sale a girivolte il versante aprico della valle, e conduce in mezz'ora a Berbenno (450 m., 3224 ab.), grossa e ridente borgata. Bella vista dalla chiesa della parrocchia, che sorge isolata sopra un poggio. Sotto a Berbenno, presso la chiesa di S. Michele, rovinata già ai tempi del Quadrio, esisteva, dice questo storico, un castello col nome di Rocca Scissa; un altro ve n'aveva sopra Dusone col nome di Castel Mongiardino o di S. Gregorio per la chiesa a tal santo intitolata, che ivi era racchiusa."
Bormio
Alberghi. - Albergo della Posta, di Luigi Clementi; Stazione del Club Alpino — Albergo fola, nella stessa via dell'Indipendenza — Albergo Cola, sulla piazza della Chiesa — Albergo Berbenni.
In tutti e quattro, ma nei primi tre specialmente, puossi trovare comodo alloggio e buon vitto a buon mercato. Alcune famiglie affittano stanze o appartamenti mobiliati a convenientissimi prezzi.
Caffè. — Caffè Cola, sulla Piazza. — Caffè in Via Vittoria.
Vetture. - Presso il Mastro di Posta, l'Albergo della Posta e l'Albergo Cola trovansi vetture a uno o due cavalli per tutte le direzioni. La Diligenza vi giunge una volta al giorno da Sondrio, e nella state passa anche lo Stelvio.
Bormio (1225 m.1878 ab.), capoluogo di Mandamento, quantunque in vicinanza di ghiacciai, ha un clima mite e temperato, come lo dimostra la vegetazione ond'è ubertoso il suo piano, fondo lacustre. Vi prospera il frumento, e nei giardini maturano ciliege, pere, mele, susine, fragole e perfino qualche varietà d'uva. Tanta mitezza di clima, in luogo si elevato, debbesi alla postura favorevolissima, essendochè le roccie calcaree della Reit, mentre deviano i venti del nord, riflettono i raggi solari sul piano. Le "numerose chiese, i ruderi di castelli, di torri e di fortificazioni, che dominavano dalle alture provano che Bormio aveva in altri tempi l' importanza d'una vera e prosperosa città.
Era allora una stazione dell'attivissimo commercio di transito tra la Lombardia e la Venezia e le città tedesche. Allora annoverava trentadue torri, e vuolsi contasse più di diecimila abitanti. Guerre, incendi, peste, e più di tutto la deviazione del commercio veneziano, che, divenuto già meno attivo dopo la scoperta delle vie alle Indie pel Capo di Buona Speranza, trovò poscia altra via meno lunga e disastrosa, il ridussero per lungo tempo in umile condizione. Ora, per l'affluenza di italiani e stranieri, che cercano salute alle sue acque o vigore al suo clima, mite e saluberrimo, e per la migliorata coltivazione del suo territorio, accenna a riprendere l'antica floridezza…
Notevole è il campanile della chiesa parrocchiale «coll'aerea sua cupula piramidale, arditamente giganteggiante, di struttura svelta e solida ad un tempo, con quei suoi finestroni ogivali, com'è a vedere nei monumenti di stile lombardo (Valenti).» E sono del pari notevoli due affreschi antichi, l'uno di stile bizantino, colla data 1393, sotto l'arco della volta che congiunge la casa parrocchiale col muro dell'attigua chiesa collegiata, e l'altro del 1476 sopra il solo muro rimasto in piedi dell' oratorio che era accanto alla chiesa e che fu distrutto nell'incendio del 1855.
L'attuale chiesa data dal 162i e fu costrutta sulle rovine del vecchio Tempio distrutto dal memorabile incendio appiccato al borgo dalle amiche truppe spagnuole. Ma della chiesa di Bormio sono antiche le memorie. Essa si trova menzionata col titolo di battesimale in un diploma di Carlo Magno dell'803, e in un altro di Lotario dell’824. Per vero dire l'autenticità di questi diplomi è contestata ; ma è indubitato che la chiesa di Bormio era collegiata fin dal secolo XI…
A lato della chiesa sulla piazza sorgeva l'antico palazzo della Ragione. Ora non rimane in piedi che la torre colle campane del Comune. Tra esse trovasi il Campanone che serviva un tempo a chiamare il popolo del Contado all'armi o ai consigli, e che serve tuttora per la convocazione del Consiglio comunale. Le campane di questa torre suonano assieme a quelle del campanile della chiesa solamente quando trattasi di solennità a cui il Comune prende parte. anche questa è singolarità di Bormio.
Al di là del Frodolfo, che si passa sopra un ponte in pietra, sta la contrada di Combo colla chiesa di S. Antonio, o, come è più comunemente chiamata, del Santo Cristo, o Santo Crocifisso, per più titoli notabile.
Sono pure degne di essere visitata la chiesa di S. Sebastiano, ove esiste un quadro ad olio di valente pennello, quella di S. Vitale con pregevoli affreschi antichi, e quella di S. Ignazio, che fu già dei Gesuiti, di forma ottagona, colla cupola dipinta da Giovanni Battista Muttoni allievo del celebre prospettico padre Andrea Pozzi. I Gesuiti accettati in Bormio nel 1580, espulsi dalle tre Leghe nel 1611, vi furono riammessi nel 1632 e vi durarono sino alla fine del secolo passato. Nel loro convento ora trovatisi gli uffici del Comune, il Ginnasio e le Scuole elementari, Accanto alla chiesa di S. Vitale. di cui trovasi mensione fin dal 1100, sta la chiesa di S. Spirito, ora ridotta a fienile, le cui pareti sono ancora coperte da antichi affreschi.
Sul poggio della Reit, alle falde del quale s'adagia Bormio, appaiono due muraglioni diroccati «alti, scrive il Valenti, come fantasmi, solitari, bruni, come due sentinelle coll'armatura di ferro, proiettanti la loro lungo ombra sul verde declivio del monte; per l'effetto pittoresco del quadro bisognerebbe farli apposta ove non esistessero.»…
Le case di Bormio sono per la massima parte coperte di legno, e quindi assai soggette ad incendi, che furono più volte fatali a quel borgo. Si riccorda fra i più dannosi quello del 1855, le cui traccio si vedono ancora nelle case lungo la strada che s'addentra nella Valfurva.
Nel territorio di Bormio fiorisce da tempo e sì migliora ogni giorno più l'allevamento di bovini e di suini di ottime razze. La patata è da quasi un secolo fonte di ricchezza per il Contado. Le qualità che vi si producono sono pregevoli tanto da non temere in tutta Europa rivali. Se ne fa larga esportazione. Celeberrimo è poi il miele di Bormio, che per isquisitezza non può essere vinto. Alla coltivazione delle api nel Bormiese, alla fabbricazione del miele e al suo smercio ha dato largo impulso Bartolomeo Bottarini, morto testè. Venne ai piedi delle Alpi dal Piemonte e trovò in quest'industria fonte di fortuna. Il Pelloni prepara un ottimo liquore amaro a cui pose nome Braulio…
Grandioso è l'edificio dei Bagni Nuovi (1366 m.Stazione del Club Alpino); armonica la facciata, davanti alla quale stendesi un giardinetto, il cui suolo è sostenuto in parte artificialmente da arcate. L' edificio venne costrutto negli anni 1834-35; dietro invito, o meglio per ordine del governo austriaco, a spese dei tre comuni di Bormio, Valdidentro e Valdisotto, proprietari delle fonti, i quali consumarono per ciò un capitale di circa 400,000 lire, cui ritrassero dalla vendita dei boschi che possedevano in comunione. La cattiva amministrazione dello Stabilimento Indusse il consorzio dei tre Comuni a venderlo insieme ai Bagni Vecchi ad una Società svizzera pel capitale di L. 60.000..
Gli attuali proprietari posero ogni cura nel renderlo sempre più commodo ed elegante, tantoche ora è dotato di tutto quello che ai tempi nostri puossi esigere da: uno stabilimento di primo ordine destinato a rendere agevole e gradito l' uso di una delle più efficaci acque termali anche a coloro ai quali gli agi confortevoli della vita sono divenuti bisogni confortevoli della vita sono divenuti bisogni. Nessuna meraviglia adunque se lo Stabilimento è divenuto ormai da molti anni nella calda estate, il soggiorno preferito di moltissimi fra i ricchi italiani e stranieri. L' edifizio ha tre piani e può capire più di centoventi persone: una quarantina di celle balneari, munite per lo più di vasche in marmo, rendono possibile in ogni ora l'uso dei bagni, non essendovi penuria d'acqua , perché le fonti possono fornirne oltre 700 litri al minuto, quantità sufficiente per 120 bagni all'ora. Le acque servono anche pei bagni a fango. Nello Stabilimento vi sono sale per la cura idroterapica coi metodi più recenti e più razionali. Dal terrapieno che si stende avanti i Bagni Nuovi lo sguardo abbraccia tutto il verdeggiante bacino triangolare nel quale convergono le varie vallate.
Di sotto fino al piano si stendono, in molti e bizzarri seni, campi e prati fra massi calcarei talvolta enormi. Son questi i ruderi di un'antica morena sulla quale giace il villaggio detto Ca di Molina. Più oltre nel piano la solitaria chiesuola di S. Gallo. L'Adda scorre rasentando le falde del monte che sta ad occidente, e sul quale dispiegasi il folto e fantastico bosco di S. Gallo. Lungo la sua sponda sinistra sorgono molti massi erratici. In fondo, al confluente del Frodolfo, le case e la chiesa di S, Lucia, quindi la valle che va restringendosi, e lungh'essa la strada che scendo nella Valtellina. Guardando a destra, allo sbocco della Val Viola, veggonsi le case di Premadio , e più a settentrione, tra le falde scoscese del Monte delle Scale e la sponda dell' Adda, la chiusa fonderia di Premadio. Che se lo sguardo si eleva in alto alle vette dei monti, più mirabile ancora diviene la scena.
A settentrione la dentata cresta della Reit; all'est nna lunga schiera di ghiacciai in fondo ai quali si estolle la triangolare piramide del Tresero. Più vicina è la Cima di Gobbetta pur essa ricoperta di ghiacci. Ad occidente vanno gradatamente elevandosi belle collinette adorne di boschi, di pascoli e di campi, sparsi di chiese e di villaggi. E al di sopra ergonsi maestosamente il Piz S. Colombano, il Rinalpi, la Cima dei Piazzi, co' loro ghiacciai. Tra i fianchi del Piz S. Colombano e le erte pareti calcaree del Monte delle Scale, apresi una valle amenissima, detta Valdidentro , che poscia si svolge a libeccio nella Val Viola. Chiudono la scena i monti oltre ai quali sta la Valle di Livigno, dominati dalla cupola nevosa del Monte Foscagno.
A settentrione e a occidente dei Bagni Nuovi cresce folto e vigoroso un giovane bosco di pini e di larici piantati oltre vent' anni fa e coltivati poi con somma cura. Attraverso il bosco si sono aperti viali strade e sentieri, sicché può dirsi che esso è ormai trasformato in parco. Una bella via corre ombreggiata e quasi piana dai Bagni fino alla Fonte Pliniana in un burrone vicino all'Adda: l'acqua di tale fonte vuolsi migliore di quella di tutte le altre sorgenti termali vicine. Un'altra strada carrozzabile recentissima sale attraverso il bosco dai Bagni Nuovi ai Bagni Vecchi, un quarto d'ora più in alto.
I Bagni Vecchi (1436 m.) sorgono, quasi appiccicati al monte, in un piccolo seno fra le rupi. Lo Stabilimento è formato da tre o quattro fabbricati fra i quali ve n'ha uno costrutto negli anni 1866-67. Lì accanto trovasi la vecchia chiesuola di S. Martino. I Bagni Vecchi sono capaci essi pure di cento venti persone, e sono fatti per coloro i quali, più che l'eleganza e il lusso, desiderano proprietà, commodìtà ed efficacia della cura balnearia non disgiunte dalla modicità nei prezzi. Qui sono le fonti principali, le quali alimentano i due Stabilimenti.
Molte altre abbondanti sorgenti, sgorgando da roccie di dolomia mista a schisti calcarci, precipitano nell'Adda senza che si sia mai sentito il bisogno ditrarne profitto. Ove l'acqua viene a contatto coll'atmosfera formansi non indifferenti masse di tufo calcareo che incrostano le roccie. Le acque depongono eziandio melme dovute, più che al deposito di materie minerali, alle alghe, al cui sviluppo è favorevolissima l'acqua termale.”

Buglio

Una rapida salita conduce alle prime baite di Sasso Bisolo (1466 m.) dove confluisce la valle di Scermendone. Rimontando quest'ultima valle lungo un sentiero sassoso ma non arduo si arriva al Pian di Spina e al passo di Scermendone, da cui si discende agevolmente per la valle di Postalesio al Maggio omonimo a sette chilometri da Sondrio. Girando invece in alto attraverso erte pende la valle di Postalesio si può scendere per la bocchetta di Caldenno (2450 m. circa) a1 nord della cima in vai del Torreggio e quindi a Torre o a Chiesa in val Malenco, oppure, lungo la cresta del Caldenno e dell'Arcoglio all'alpe Morscenso, a Triangia e a Sondrio. Da Cataeggio a Sondrio per questa via occorrono circa dieci ore di cammino. Salendo alla chiesa di S. Quirico (2125 m.) si può, per gli splendidi pascoli di Scermendone e magnifici boschi d'abete, discendere a Buglio (506 m.1162 ab.) e ad Ardenno. Continuando invece a rimontare la valle di Sasso Risolo si arriva dopo non molto all'alpe Foppa (1813 m.) e a quella di Preda Rossa (1950 m.), un tempo ordinario punto di partenza per la salita al Disgrazia.
Ma nel 1882 il Lurani, diligente illustratore delle montagne del Masino, col concorso del signor Ernesto Albertario fece costruire più in alto, fra la morena laterale del ghiacciaio e la cresta che divide la valle di Mello da quella di Preda Rossa, un rifugio alpino a coi impose il nome di Capanna Cecilia (2558 m.), e che donò poi alla sezione di Milano del C. A. I. La capanna Cecilia, che può ricoverare comodamente cinque o sei persone, serve per la salita al Disgrazia a chi parte dal Masino. Da essa, a quanto assicura il Lurani, si può raggiungere in breve tempo la Cima Vicima (2856 m.), e quella settentrionale del Corno Bruciato (3009 m.). Non si hanno notizie di ascensioni fatte a queste due cime. Il Corno Bruciato ha due altre vette; quella di mezzo, la più alta (3112 m.) venne ascesa dal Lurani il 27 agosto 1881. Dall'alpe di Preda Rossa (1950 m.) raggiunse in quattro ore di lenta salita la bocchetta, tra essa cima e la terza a mezzogiorno (2060 m.). Dalla bocchetta (2835 m.) alla punta estrema magnifica scalata fra labirinti di rupi difficili. Questa fu probabilmente la prima salita. La cima offre traccie antiche e recenti di fulmini e stupendi campioni di fulguriti.

Dalla capanna Cecilia, per morene e il ghiacciaio di Preda Rossa, si arriva, in circa un'ora di salita, al passo di Corna Rossa, e alla capanna del Disgrazia (2800 m.) ivi costrutta a cura della Sezione valtellinese del C. A. I., dalla quale pergandoni e nevai si scende all'alpe Ragli nella valle del Torreggio.

Campodolcino
Caiolo
Quasi di fronte a Chiesa la via rasenta i ruderi li un vecchio castello. Appartenne alla famiglia De Capitanei. Dovette essere stato diroccato ai tempi della rivolta suscitata contro i Visconti da Tebaldo de Capitanei, perchè nell'atto (31 agosto 1373) con cui questi accetta di rientrare nelle grazie del duca Giovanni Galeazzo, è concesso a lui, Francesco sito figlio ed ai loro discendenti di riedificarlo. Qui la strada si divide di nuovo. Il tronco che sale a destra guida in breve a Caspoggio, (1100 m., 639 ab) piccolo villaggio in posizione, oltre ogni dire amena. Stanno le case fra i prati, e poco lungi, attorno attorno, si elevano folti boschi di pini o di onizzo. Vicino alla chiesa di S. Maria Elisabetta avvii una sorgente d’'acqua solfurea. Gli abitanti di Caspoggio sono laboriosissimi, e oltre al coltivare con ogni cura le loro campagne, preparano secchie ed altri recipienti di legno d'ogni maniera, che poi smerciavo sul mercato di Sondrio o esportano nella Lombardia. Ritornati ai ruderi dell'antico Castello si puó scendere, volgendo a destra, lungo la nuova strada alla valle della Lanterna, là dove confluisce con quella del Mallero. Subito dopo passata la Lanterna s'incontra un'altra via carrozzabile che scende da Chiesa. Se si procede verso oriente si arriva in breve a Lanzada.
Caspoggio

Civo

Cataeggio e San Martino

Castione
"Più oltre, in un altro seno fertilissimo, al sicuro di ogni sorpresa del torrente, sta Castione (375 m., 1660 ab.), le cui case appaiono bellamente disposte ad anfiteatro. E' da qualche secolo sede del comune di cui Andevenno è divenuta una frazione. Una comoda via carrozzabile congiunge la borgata alla strada nazionale e alla fermata della ferrovia che da essa prende il nome".
Castello dell'Acqua
Cedrasco
A poco più di un quarto d'ora a oriente di Fusine è Cedrasco, (315 m.415 ab,), da cui parte una via mulattiera , selciata e di recente costrutti, che salendo a zig-zag, per boschi cedui, conduce ai maggenghi di Foppa e dei Campelli, e all'alpe l’Arale, da cui è agevole la salita al Vespolo (2328 m.), vetta coperta di pascoli, e di vasto panorama. Dopo l'Arale la via, mantenendosi mulattiera e affatto sgombra di ciottoli, procede amenissima attraverso una folta foresta di pini; poi, superato il solito burrone che è allo sbocco di ogni valle secondaria, s'abbassa per circa dugento metri, lino quasi al torrente, il quale costeggia poi sino oltre le ultime baite. Quindi sale a girivolte al passo di Val Cervia (2300 m.). Da Cedrasco a questo passo occorrono circa sei ore e mezzo di cammino. Immediatamente al di là del passo è il lago Moro (2215 m.), che deve il nome al color cupo cui le sue acque ricevono dalle circostanti roccie. Dal lago Moro scendendo direttamente per la valle di Carisole si arriva a Carona (1145 m.), ai Branzi (862 m.) in Val Brembana. Prendendo invece, dopo lasciato il lago, la strada che taglia a destra la ripida pendice erbosa, e superando il contrafforte, si può, in poco più d'ora, sempre attraverso pascoli e prati, giungere a Foppolo (1530 m.). Chi tiene la direzione opposta, recandosi da Foppolo a Cedrasco per la Val Cervia, badi a non lasciarsi ingannare dalla via piana e larga che procede nel fondo della valle; essa incontra ben presto scosceso frane la cui traversata è malagevole sempre, talora impossibile. Poco dopo che la via è entrata nel bosco conviene prendere la stradicciuola che si alza a destra  e salire durante mezz'ora circa, per ridiscendere poi. Un sentiero non difficile conduce dalle ultime baite di Val Cervia in Val del Livrio.  Il Monte Cervo a pareti scoscese, è insignificante. La salita del Corno Stella (2618 m.) direttamente da Val Cervia non fu tentata, e non vuol essere impresa facile.
Il nome di questa valle deriva forse dall'esistenza in essa di cervi. Certo è che fino al secolo XVII le foreste valtellinesi erano abitate da cervi: se ne ha la prova irrefutabile nelle licenze d'armi, che ancora si conservano in originale in alcuni archivi privati.
Chiavenna
Cercino
Chiesa in Valmalenco
“Chiesa (1050 m., 1564 ab., Albergo Olivo, Albergo Battaglia, Albergo Amilcar) è il borgo più importante della Valle Malenco, e s'avvia a divenire una stazione alpina frequentata come veramente merita l'amenità del luogo, la mitezza del clima, la purezza dell'aria, e ottimo servizio a prezzi moderatissimi che può trovarsi nei suoi alberghi. L'Albergo Olivo, ridotto a nuovo pochi anni or sono e di molto ampliato, offre ormai tutti i commodi e gli agi che possono desiderarsi negli alberghi di montagna, e quanti vi vennero fin qui a passarvi le calde giornate di luglio ed agosto si trovarono soddisfattissimi. Chiesa trovasi sopra una pendice ridente, nel punto ove s'incontrano tre vallate: gode quindi largo spazio di cielo. L'aspetto delle circostanti montagne é attraente e pittoresco: imponente la vista del Pizzo Scalino specialmente quando, calando il sole, ne resta illuminata la sola vetta.
Gli abitanti di Chiesa, come tutti gli altri di Val Malenco sono robusti e laboriosissimi. La Valle Malenco, povera di campi, è invece ricca di cave d’ amianto, di pietra ollare e di ardesie. In essa, o come minatori, o come portatori trovano onesto guadagno molti uomini e non poche donne. La ferrovia da Lecco a Sondrio facendo meno gravi le spese di trasporto, renderà più attive quelle cave, e sarà così una benedizione anche per questi vigorosi contadini.
Le cave d'amianto. — Le principali sono esercitate per conto di una società inglese The United Asbestos Company Limited, avente sede a Londra, Queen Vittoria Street 160, con una direzione per I'ltalia in Torino. Altre cave sul Monte Girosso, e sul Monte Acquanera (2000 m.) appartengono in tutto od in parte al sig. Macoggi Francesco di Sondrio.
Vi hanno cave d' amianto ricche e attive nei seguenti luoghi: Val Giumellino(2290 m.), Monte Lagazzolo (2300 m.). Sasso Nero (2580 m.),  Monte Entova (2220 m.), Riva di Val Brutta (1600 m.) I, Valle della Forcola al Singiascio (1750 m.), Monte Acquanera (2000 m.), Motta di Campo Mera (1800 m.), Valle di Scerscen (1950 m.). Ve ne sono poi altre di minor importanza tanto su quel di Chiesa quanto su quel di Torre.
Queste cave conosciute del resto ab antico, cominciarono a coltivarsi circa vent'anni fa per conto di una Società a capo di cui era il marchese di Baviera; poi vennero anni sono in mano dei sopradetti concessionari. Fino al 1872 il prodotto annuo era di circa cinquanta tonnellate, negli anni successivi crebbe di molto; ora vi ha un po' di sosta, ma è da sperarsi che la ricerca e la produzione del minerale possa presto riprendere il suo corso ascendente.
L'amianto si trasporta in Inghilterra come materia prima. Là o si muta in corde, o si tesse in tela, o si riduce in cartoni o in polvere. Le corde d'amianto, fortissime, servono ai pompieri o per guarnire gli stantuffi nelle macchine a vapore, o per avviluppare i fili conduttori di correnti elettriche. I cartoni d'amianto servono per giunture nelle macchine sopradette. La tela forte e spessa si adopera nelle fabbriche di prodotti chimici, e si impiega nella formazione di sipari di sicurezza in caso d'incendio nei teatri. La polvere d'amianto, ridotta impalpabile, serve alla preparazione di una vernice che applicata al legno o alla tela li rende non infiammabili.
Le cave di Ardesie. -- Le ardesie (piode) servono per coprire i tetti. si adoperano a tale uso in tutta la Valtellina e nei paesi ad essa vicini. Sono più economiche e di miglior aspetto delle ordinarie tegole di terra cotta. Le cave si trovano a un'ora circa da Chiesa sulla via che conduce a Chiareggio: sono antichissime e si mantengono attive sempre.
Le cave di pietra ollare. - Anche queste sono conosciute ed esercitate ab antico. Le pili importanti si trovano sul Monte Acquanera, e in Val Brutta vicino a Franscia. La pietra ollare è tenera tanto che si lavora al toraio, foggiandola in vasi di cucina detti laveggi, specie di pentole che servono per cuocere i cibi, in scattole, in recipienti di vario genere e in oggetti di ornamento. Questa pietra è un prodotto quasi esclusivo di Val Malenco e di Piuro.
Chiesa è punto di partenza a molte gite, e a molte escursioni e salite importanti. Ricordando le gite a Torre, a Caspoggio o a Lanzada … le sole che si possano fare in carrozza, accenniamo alle altri principali.
Al villaggio di Primolo. — È situato sopra un poggio a 1300 metri d’altezza. Vi si giunge da Chiesa in un'ora per una comoda via. Superba vista su tutta la Valmalenco. V’è un Santuario a cui la superstizione attribuisce certe miracolose efficacie, per cui in una domenica di agosto è assai frequentato dai montanari e soprattutto dalle montanare circostanti.
Al lago Palù. — Il Palù (1993 m.) vuolsi annoverare tra i pittoreschi laghi montani. Giace in una conca fra il Monte Molta e il Monto Nero, misura oltre 600 metri in lunghezza e 300 metri in larghezza. Vi si arriva da Chiesa per varie vie. Seguendo la più breve si può giungervi in tre ore. Essa si stacca a un quarto d'ora da Chiesa, dalla strada che s'inoltra nella valle del Mallero, lo attraversa sopra un ponte ad arco e passando per Curlo umile casolare sale rapidamente i fianchi del monte, poi volgendo ad oriente in boschi di betulla prima, quindi di pino, sempre varia ed amena, conduce alla sommità  di un'altura, ove ampio compenso alla fatica durata è la stu­penda vista del lago, a cui si discende in pochi minuti. Attorno stanno pascoli e pinete, più in alto al nord le dirupate pareti del Monte Nero. Durante un mese all'anno vi stanno alcuni pastori, poi tutto è quiete e silenzio. Un parroco di Chiesa fece erigere vicino al lago una casetta. nella quale soleva passare alcuni giorni di svago. L'albergatore Battaglia di Chiesa, divenutone proprietario, la rifabbricò e ingrandì, e ora vi possono trovare alloggio modesto e buon vitto quelli che amano nella quiete di quel ridente soggiorno dimenticare le traversie della vita.
La Casa del Palù non è sempre aperta: chi vuol trovarvi ricovero deve avvertire qualcuno degli albergatori di Chiesa. Il lago non ha emissari apparenti e nessun ruscello si versa in esso; le sue acque sono tiepide tanto che vi si possono prendere dei bagni. E perchè nulla mancasse, il signor Battaglia vi fece fabbricare un piccolo burchiello, col quale in ogni senso può percorrersi il lago. Nè i pesci vi mancano, anzi v'abbondan le trote, e vi si trovò pur anso una grossa anguilla che ora si conserva nel Museo dell'Università pavese. Uno dei divertimenti più graditi è la pesca, o meglio la caccia delle trote. La limpidezza delle acque rende inutili le reti o gli ami; conviene adoperare il fucile. Si pone una piccola fiocina su una bacchetta, che in luogo del projettile si mette nella canna di un fucile, a cui si raccomanda con una lunga cordicella. E con essa si colpiscono le trote quando vengono a fior d'acqua per ingoiare una bricciola di pane o qualche altra esca che si ebbe cura di gettar loro.
Dal lago si giunge in mezz'ora sul Monte Motta, che è a mezzogiorno, e da cui si gode una stupenda vista sulla Val Malenco, la Valtellina, il Pizzo Scalino e il Monte delle Disgrazie.
In meno di tre ore si può arrivare al principio del ghiacciaio di Scerscen o di quello di Fellaria e in cinque ore sulla cima del Monte Nero (3000 m.). Questa ascensione al Monte Nero è tra le più interessanti e non è punto difficile. La via che si segue offre sempre larghi orizzonti e belle vedute. In alto le rocce formate di talco-scisto sono disseminate da laminette di mica nere lucenti, che rinfrangono i raggi del sole producendo vivo effetto. Dalla sommità del Monte Nero il ghiacciaio Scerscen, giù nel fondo, la Sella, il Roseg e le altre vette del Bernina offrono un quadro stupendo. Sorprendente appare il Disgrazia dall'altro lato: bello il Pizzo Scalino, belle le cime delle Prealpi.
Volendo dal Palù ritornare a Chiesa, si può tenere la via di Lanzada , a cui si discende per un sentiero molto precipitoso. Una via mulattiera poi congiunge il Palò coi casolari di S. Giuseppe, sulla via che mena a Chiareggio; questa è la via da consigliarsi alle signore che volessero intraprendere la facile e pittoresca escursione da Chiesa al lago Palù.
Le Valli Giumellino e Sassersa. — Si alzano erte ad occidente della Chiesa fino alla parete di roccia che scendo dal Disgrazia, e meritano entrambe di essere visitate. Nella Valle Sassersa sono degne di vedersi le miniere ramifere che vi furono aperte in tempi remoti. Esse stanno tra due laghi alpini, le cui acque hanno invase le parti più basse degli scavi fatti. Vi si giungo in quattro oro da Chiesa salendo al maggengo Pirlo, ove trovatisi alcune cave di pietra ollare…
Dalla strada carrozzabile che conduce dalla Chiesa a Lanzada, prima che discenda al piano della valle, si stacca a sinistra una commoda via mulattiera che risale verso nord la bella valle del Mallero mantenendosi per lungo spazio sulla sponda sinistra del torrente. A circa un'ora dalla Chiesa essa, per non breve tratto, procede su detriti di ardesie. Questi detriti, e le rozze capanne dei minatori annunciano le vicine cave. E lo annunciano anche tristamente le molte e povere croci di ferro e di legno, che la pietà degli amici e dei parenti ha erette qui in memoria di quelli che nelle cave perdettero la vita. Le cave sono basse e strette gallerie che penetrano quasi orizzontalmente nella montagna, talune a più di cento metri. I massi che si estraggono si fendono poi in lamine sottili (pinte), delle quali alcune raggiungono oltre un metro quadrato di superficie.
La valle diviene stretta e deserta, e dalla opposta sponda del fiume la montagna si scoscende in ripidissime frane. Dopo non molto la via attraversa su un ponte di legno il Mallero, e per vari risvolti sale alla chiesa di S. Giuseppe, essa pure sull'orlo di una immensa frana. Da qui si stacca la via che mena al lago di Palù, già descritta... Poco dopo la valle s'allarga in un ampio bacino coperto di pascoli. Quivi, sotto un grosso macigno, sgorga una fonte di acqua solfurea.
Passo di Val Fora — Non è un valico difficile ed è ricco di attraenti vedute. Si prende il sentiero che dal basso della Valle conduce all’alpe Fora. Esso passa vicino alla grotta del Picarerro, circondata da roccia plutoniche, dalle quali precipita a balzi il torrente Fora. Può anche vedersi una bella cascata di questo torrente. Dopo cinque ore di ripida salita si arriva alla sommità del Passo di Val Fora detto dagli Engadinesi Passo del Capütsch. È stupendo il panorama che da quel punto si gode. Al nord il ghiacciaio di Fetz che si dispiega ai piedi dell'osservatore; più in basso il bacrino dell'alta Engadina; al sud la colossale massa del Monte delle Disgrazie, e sotto di esso ad una grande profondità la Val Malenco visibile in tutta la sua lunghezza; più oltre le Prealpi valtellinesi e le valli che le frastagliano. Ciò che ferisce immediatamente lo sguardo dell'osservatore è la differenza di livello tra le valli italiane e quelle svizzere, molto più ele­vate. Dal colle si discende pel ghiacciaio e la valle di Fex a Sils in tre ore. Di là si può progredire a S. Maurizio, a Samaden e a Pontresina.
Dopo poco si giunge a Chiareggio piccolo villaggio, con un'osteriuccia dove in caso di bisogno si può passare la notte.
Escursione al lago Pirola. — Fila gita facile e breve da Chiareggio conduce per la Valle Ventina, a sud-ovest, al lago Pirola. Si attraversa prima il Mallero al di sotto del punto di congiunzione tra i due torrenti ali Valle Ventina e Valle delle Disgrazie, e si sale lungo il fianco destro della Valle Ventina per un sentiero assai comodo. Arrivati all'alpe Ventina, dove termina l'immenso ghiacciaio che porta lo stesso nome, si abbandona la valle, salendo a sinistra fino al lago, che giace in un altipiano, da cui si scorge Chiareggio e il passo del Muretto, con gran parte della Valmalenco. Questo lago è notevole per l'abbondanza di pesci, la profondità del fondo, e la ripidezza dello sponde, sicché presenta l'aspetto di un gran crepaccio ripieno di acqua.
Il Passo di Mello o della Disgrazia (2900 m.). - Salendo dall'Alpe Forbicina all'ovest di Chiareggio il sovrap­posto erto ghiacciaio nella direzione del Pizzo Pioda, si arriva a una bocchetta al nord dello stesso pizzo, dalla quale è pos­sibile scendere nella Valle di Mello e per essa ai Bagni del Masino.
Il Passo del Muretto (2616 m.). — Il sentiero che conduce a questo passo, il più facile tra quelli che uniscono la Val Malenco direttamente all’alta Engadina, continua anche dopo Chiareggio sulla sponda sinistra del Mallero; si abbassa da prima verso il fondo della valle, ove si mantiene per dieci minuti, poi risale traverso boschi, giù folti ed ora devastati, e s' inoltra in una melanconica valle, dalla quale si scorge a sinistra il maestoso picco della Disgrazia e davanti a sè il ghiacciaio, a cui si arriva in due ore, e su cui si raggiunge dopo mezz'ora la gelida e desolata sommità del passo.
Quantunque ora il passo del Muretto sia valicato solo dai touristes e dai contrabbandieri, pure anticamente era battuto assai, e per esso esportavasi nell'Eugadina buona parte del vino che ora tiene le più comode vie della Bernina e del Malora. Esiste fra le antiche carte del Municipio di Sondrio un documento che ricorda l'uso di concedere in premio ogni anno una somma di vino od suo importo a colui che, sciolte le nevi, valicasse pel primo con un mulo carico di vino il Muretto. E fu attraverso a questo colle che nel di I d'agosto del 1620 scese un corpo di mille soldati grigioni comandati dal capitano Guller. Egli doveva coordinare l'azione sua con quella di altre truppe penetrate per altri valichi in Valtellina, e tentare di riacquistare alle Leghe la perduta signoria della Valle; ma non riuscì che a mettere Sondrio a sacco.
Dalla sommità del passo (2616 m.) si può giungere in un'ora di cammino non difficile al ghiaccialo del Forno, situato all'ovest, che lo Tschudi chiama uno dei più stupendi torrenti di ghiaccio delle Alpi.
Nella discesa verso l’Engadina si percorre por circa mezz'ora un ripido nevaio chiuso fra una valle tetra e priva di fascino; più lungi si apre poi una bella prospettiva sul gruppo delle alpi di Valle Pregallia, e il sentiero scende per un altipiano, ricco di bellissimi pascoli, fino al Kursaal, grandioso albergo di recente costrutto vicino al culle della Maloja (1011 m.); di là si può scendere nella Valle Pregallia ovvero portarsi a S. Maurizio, a Semaden e a Pontresina...
I villaggi di Chiesa, Prìmolo e Caspoggio sono costrutti sul serpentino, il quale nel territorio dei due primi comuni forma il contrafforte orientale del monte della Disgrazia.
È però da notare che alle falde di questo contrafforte, e precisamente nel pendio sottoposto a Primolo, si manifesta quella specie veramente rara di schisto che è detta ardesia, e che nessuno ha mai crediamo, battezzato finora con definitivo nome. La probabilità porta a credere che sia un serpentinoscisto, che nella superficie degli strati è passato allo stato di talco: questa teca talcosa ricopre lamelle di mica e clorite e piccoli noduli ferruginosi. Certamente è roccia eccellente alle intemperie e deve internamente connettersi colle rocce anfiboliche più o meno alterate, che ivi formano la zona paleozoica e protozoica delle così detto Pietre-Verdi.
Parmi si possa adottare il nome di Serpentinoscisto; perché ogni altro accennante ai minerali componenti darebbe meno precisa idea della roccia ne' suoi nessi geologici. Così il Taramelli. In paese detta ardesia porta il nome volgare di piode. Il professor Theobald se la spiccia chiamandolo schisto verde di Malenco. Di questo schisto risulta tutta la costa che sovrasta a Caspoggio infino ad Acquanera, come pure l'erboso piano di Carnpagneda e la sua costa dirupata e selvosa a mezzodì.
Chi da Chiesa prende la via del Muretto, passa sopra una stradicciuola lastricata da mobili e sonori frantumi di cotesta ardesia, ivi accomulati da secoli dai minatori che stanno entro quelle tane lapponiche a scavare, o piuttosto dai fenditori delle tavole staccate dall'interno del monte e portate all'aperto per essere ivi con martelli adatti, coni ed aghi di ferro, fesse e rifesse in ampie lastre, sottili come cartone.
Esse si smerciano anche fuori di Valtellina, come tegole da tetti ricercatissime per la loro durata, leggerezza e perforabilità; sono le predette piode.
L'alpinista che arriva a Chiesa e vuol procedere oltre, deve risolversi a prendere, o la via del Mallero verso il Muretto per discendere di lassù in valle Pregallia od in Engadina a suo piacimento...
Chi prende... la via del Muretto lungo il torrente Mallero, dopo aver oltrepassato il giacimento delle ardesie, cammina per lo più sopra micascisti e gneis, i quali ultimi dominano pressochè soli da Chiareggio, ultimo povero villaggio abitato, fino alla cima. Di gneis risultano pure l'Alpe dell'Oro sopra Chiareggio, il Monte dell'Oro o Muretto ov'è il passo che mette in Isvizzera...
La valle Malenco non venne abbastanza esplorata in fatto di ricchezze minerali e metalliche. Tralasciando di ripetere la tradizione, che vuole esista dell'oro sul monte e sull'alpe che appunto si dicono dell'Oro, e altra che asserisce esservi tracce di ferro oligisto speculare nei dominii del Sasso Nero, faremo osservare che magnifici esemplari di pirite marziale si trovano frequentemente uniti alla pietra ollare; e che al principio del ghiacciaio del monte. della Disgrazia nella direzione di Primolo esistono in quelle roccie serpentinose due miniere, una di ferro e l'altra di rame.”

Chiuro

Chiuro (400 m. (1733 ab.), grossa borgata trovasi a piè del monte allo sbocco della Val Fontana. Vi si tiene alla fine di novembre una fiera di bestiame assai frequentata. Nell'atrio della casa comunale possono vedersi i notevoli affreschi di Cipriano Valorsa colla firma sua: Coprianus Grosiensis pingebat. Lo stesso Valorsa dipinse pure il porticato dei disciplini e l'ingresso al segreto parrocchiale. Lo stesso Valorsa dipinse pure il portichetto dei disciplini e l’ingresso al sagrato parrocchiale. A oriente di Chiuro dove ora e l'alveo del torrente Fontana sorgeva il borgo di Gera, l'antichissimo Cere noto ai Romani (Quadrio), dove al tempo del dominio dei Visconti risiedeva il Vicario del Capitano della Valle.
In mezzo a Chiaro si veggono ancora le alte mura di un vasto quadrato, podierosi avanzi del Castello che Filippo Maria Visconti aveva univi a proprie spesse fatto erigere a Stefano Quadrio. Maurizio Quadrio, (1780-1876), il dotto e appassionato pubblicista e infaticabile agitatore, benché nato a Chiavenna, era di famiglia di Chiuro. Dalla chiesa di S. Carlo la strada nazionale discende fra campi e prati fino al torrente Fontana, ove il piano si fa qualche po' paludoso. Poi la valle si restringe in un'angusta gola. Da un lato il monte, sui cui fianchi appaiono i ricchi vigneti della Fracia e alle cui falde sorge il vecchio villaggio di Nigola, si protende a mezzogiorno; dall'altra l'Adda è respinta dal terreno d'alluvione trascinato in basso dal torrente Malgina. In questa gola, tra l'Adda e il monte, sta una lunga fila di case che formano il villaggio di S. Giacomo, frazione del Comune di Teglio."

Campo Tartano

Cino

Colorina

Cosio

Dazio
Delebio
Dubino
Faedo Valtellino
Fusine
Un’altra via carrozzabile, varcata l’Adda sopra un nuovo ponte in ferro, conduce in un quarto d’ora a Fusine (325 m., 816 ab.), villaggio che sorge allo sbocco di Val Madre. L'antica via valeriana passava l'Adda in questo punto , o procedeva poi , sempre a sinistra del fiume, fino a Morbegno e a Colico…
La Val Madre. — Una strada mulattiera salo urta adandirivieni per le selce che sovrastano a Fusine, e giunta pressoal termine della regione del castano, entra nella valle, luogoil versante orientale, che scende dirupato lino al Madrasco, eguida al villaggio e alla chiesa di Val Madre (1175 m.) a dueore da Fusine. Presso il parroco si può trovare modesto vittoe alloggio. Qui la valle è ridente e si conserva tale fino al suo termine. La via, pur troppo sempre ingombra di ciottoli, traversa prati da prima, poi una fiorente foresta di pini. A un'ora etre quarti dalla Chiesa s'incontrano sulla via, in mezzo al boscoe in posizione veramente pittoresca, i ruderi delle, fornaci di ferro (1300 m.) che hanno cessato di essere attive al principiodi questo secolo; una mezz'ora più in là appaiono altri ruderidi formi più antichi (1400 m.). I minerali di ferro che alimentavano questi forni si scavavano in alto sul contrafforte che divide Val Madre da Val Cervia. Poi la strada passa sulla spondasinistra del Madrasco, e sale, sempre attraverso boschi, il versante occidentale sino ai pascoli e alle baite di Dordona. Da queste baite salendo a destra il monte si raggiunge in breve il passo che guida alle balie di Dordona in Val di Tartano; girando invece il sommo della valle a sinistra si arriva al passo di Dordona o di Val Madre (2020 m.), dal quale un' ora si scendo direttamente a Foppolo (1530 m.), dove nel nuovo e grazioso albergo Corno Stella, si trovano, a prezzi relativamente modici, tutti i conforti che si possono in tali regioni ragionevolmente desiderare.
Al di là del passo, il quale è lontano dalla chiesa di Val Madre noti più di tre ore di cammino, vi ha un laghetto che va asciugandosi, e lo sguardo si spazia in larghi orizzonti. Questa di Val Madre é per avventura la via più breve e più comoda fra quelle che congiungono i Branzi e Foppolo alla Valtellina media, ed è certamente la più battuta. Dal fondo della Val Madre, per i pascoli o le alpi di Valbona, è agevole il passaggio in Val Cervia. L'ascensione al Monte Cadelle (2550 m.), tentata per il versante di Val Madre, come una semplice diversione, da una compagnia di alpinisti e alpiniste che si recavano a Foppolo, non riuscì. Essi lungo i nevai, legande e i dirupi, che scendono all'est dal monte si portarono fino alla cresta, circa cinquantametri più bassa dalla cima estrema; ma poi, anche perché le nebbie si mantenevano fitte e minacciava la pioggia, dovettero retrocedere. L' impresa da questo lato, se pure, in una bella giornata, coll’aiuto di corde e di buoneguide, sarà possibile, non vuol essere agevole; più facile appare dal lato d'occidente. La vetta del Salaron visibile da Sondrio, e che si eleva elegante, a nord del Cadelle in forma di cono, appare di facile ascensione lungo un canalone non troppo erto che scende a sud.
Gerola Alta
"Gerola subì nel 1836 una spaventosa catastrofe: essendosi in una notte di febbraio rovesciata sull'abitato una immensa valanga, la quale distrusse tre quarti del villaggio, e seppellì settantacinque persone. L'improvvido taglio di un bosco, collocato sopra il paese, fu la causa di questo sfascio di nevi".
Gordona
Grosio
In fondo al lungo rettilineo della via nazionale vedesi la bella ed ampia facciata della Chiesa di S. Giuseppe coll'elegante campanile che si eleva a fianco. È opera pregevole del secolo decimosettimo ed è da circa sessant'anni la chiesa parrocchiale della vicina borgata di Grosio (3195 ab.). Non molto lontano, in mezzo alla campagna, vedesi campo santo e la nuova cappella sepolcrale dei Visconti-Venosta, famiglia antica, venuta in Valtellina da Val Venosta nel secolo duodecimo, che diede poi in ogni tempo alla nuova patria uomini chiari. Grosio, da cui ebbe nome il vicino castello, è borgata antichissima: il comune è assai ricco di boschi e di pascoli; l' industria vi è principalmente rappresentata da una vecchia e meritamente rinomata fonderia di campane appartenente alla famiglia Pruneri.
Grosio è patria di Cipriano Valorsa, valente pittore del secolo decimo sesto. Nei pressi del borgo, sotto il monte, mostrasi ancora una casa che vuolsi fosse stata sua; soprale porta è dipinta la sacro famiglia, e il pregevole affresco, che ha la data 1566, viene dal suo biografo ed ammiratore, Nicolò Zaccaria, attribuito a lui. Nella chiesa di Rovoledo, piccolo villaggio sulla strada che da Grosio conduce in Val Grosina, vi hanno lodati affreschi attribuiti pare al Valorsa e vi ha anche, sull’altar maggiore, una tela di Pietro Ligari.
Le contadine dl Grosio e della Valle Grosina vestono singolare costume che dà risalto alla bella e robusta persona. Portano, corno le donne del Friuli, il cappello virile inclinato sull'orecchio; hanno il corpetto aperto, che lascia veder la camicia bianca, un corto guarnello di lana increspata, le calza rosse a fiorami celesti, le scarpe basse col fiocchetto.”
A Grosio veggonsi per l’ultima volta le viti e i gelsi; poco più oltre anche il grano turco scompare e la valle assume un carattere interamente alpestre. La strada nazionale varca l'Adda, e quindi per lungo tratto sale erta lasciando a destra bellissimi castagneti e il villaggio di Tiolo, da cui parte una strada per il Mortirolo. Lungo l'opposta sponda dell'Adda puossi ammirare una bella morena, veramente grandiosa, cbe segna, come afferma il geologo Stoppani, il punto dove sostarono i ghiacciai della Valtellina dopo essersi ritirati dalla pianura lombarda. Poco più oltre trovasi Bolladore, stazione di posta, dove vi hanno due buoni alberghi alpini molto frequentati in questi ultimi anni.
La valle Grosina. — La valle di Grosio a buon diritto si pone fra le più amene. Vi conducono buone strade mulattiere, da Grosotto e da Grosio luogo le due opposte sponde del Roasco a mezza. Dopo non molto la vallo si biforca; un ramo procede al nord , e im esso al di sopra delle cascine di Pognaldo, sbocca la Vai Vermolera che scende nella direzione da ovest a est; l'altro ramo prosegue a occidente, e poi, dopo Campo Pedruna, piega a nord sotto il nome di Valle di Sacco. Si forma così quasi un completo cerchio di valli, in mezzo alle quali sorge il Sasso Campana.
Una descrizione minata di questo bellissimo e solitario bacino è impossibile a farsi; esso è un labirinto di valli, di balze, di varchi, di boschi, di pascoli, sormontati da ghiacciai e da cime superbe. E tutto quest'avvicendarsi delle pia disparate ferme sotto le quali puossi contemplare il creato, e la ricchezza della flora, e la moltitudine dei minerali rendono questa valle gradita non meno all’alpinista, che al botanico e al geologo. Anche gli abitanti sono di tipo bello e robusto, e vi è tradizionale la riputazione di avvenenza del sesso femminile.
Se da Grosio si entra poi per Rovoledo nella valle si giunge in circa due ore a Fusine e al Ponte. Varcando il torrente e continuando verso ovest, dopo altre due ore, si arriva a Campo Pedrona. Da quest'alpe un sentiero risale la sponda destra del Roasco, attraversa la valle Malghera, dalla quale due passi non difficili, ai due opposti fianchi del Pizzo Sassalbo (2684 mq), mettono a Poschiavo, indi entra nella Valle di Sacco, passa vicino ad una pittoresca chiesuola dove varca il torrente, poi continua lungo la sponda sinistra seguendo le falde del Piano Sortivo, spazioso pascolo sopra dossi sporgenti, quasi contrafforti del Sasso Campana, e, valicando una serie di terrazzi, giunge dopo altre quattro ore di cammino, in cima alla vallo, al Passo di Sacco. Al di là stendesi la Valle Viola Poschiavina, e l'occhio riposa volentieri sui placidi laghetti che riflettono le frastagliato creste del Pizzo Teo (3050 m.) e le altre nevose vette circostanti. Dal passo un sentiero battuto guida in poco più d'un'ora all’Alpe Saoseo, e di là a Pisciadello e a Poschiavo. Se invece dalle Fusine si sale a destra la Valle Grosina settentrionale, si arriva in due ore per Eita ai casolari di Cassavrolo, o proseguendo al nord in un'ora e mezzo si giunge al facile Passo di Verva, per cui si scende nella Vai Viola e quindi a Semogo e a Bormio. Vicino al passo sta un laghetto. Da questo passo una compagnia di alpinisti valtellinesi salì, anni sono, con molti stenti alla Cima o al Pizzo di Dosdè (3230 m.), che sorge dirupatissimo a occidente. Giunti al filone traversarono la vedretta, non erta ma pericolosa, che scende lo Valle di Dosdè e di là si portarono ai piedi dell'estremo cocuzzolo scalabile in breve tempo.
Da questo valico si salì pure da diversi alla Cima dei Piazzi (3500 m.) che sorge a oriente. Conviene, al di là del passo, salire a destra, poi costeggiare a sinistra il ghiacciaio, quindi inerpicarsi per le balze che separano da Cordonè. La salita e la discesa richiedono molte precauzioni e molta pratica delle roccia.
Da Cassavrolo, volgendo ad est e camminando faticosamente a balzi e a salti sui macigni di un esteso franamento, si sale in tre ore al Passo di Zandila (circa 2720 m.), da dove si discende rapidamente alle baite omonime, sulla via montana che guida a Sondalo. Le cime dell'attraente Valle di Grosio attendono tuttora il loro illustratore. Noi non sappiamo dire di ascensioni che siano state fatte al Pizzo Lomello (2604 m.), al Sassalbo (2684 m.), al Pizzo di Sena (3073 m.) e al Pizzo di Teo (3050 m.) che le rinserrano a occidente: né alla Cima di Saoseo (3270 m ) né a quella di Lago Spalmo (3270 m.) che lo chiudono a nord.”
Grosotto
Dopo Mazzo la strada nazionale si volge verso l'Adda, e la passa sopra un nuovo ponte in ferro; poi, lasciando a sinistra alle falde del monte Vervio (950 ab), sale a Grosotto, (665 m.) (2203 ab.), grosso borgo di aspetto civile, capoluogo di Mandamento (Albergo Pini — Stazione del Club Alpino). Grossottoè patria del cav. Giacomo Robustelli, che fu l'anima della memorabile rivolta del 1620, e capodel governo che la Valtellina si diede dall'anno sopradetto al 1639. In Grossotto e nei suoi dintorni, come in tutta l'alta Valtellina, fiorisce l'allevamento dei bovini e dei suini. Le razze non hanno nulla da invidiare alle migliori della Svizzera. In Grossotto si preparano eccellenti salumi. Un Pini vi fabbrica un ottimo liquore amaro di sua invenzione, a cui diede il nome di Stelvio, e un Gilardi cuoce un ottimo pan biscotto di fior di farina di segale, che può conservarsi senza rnenomamente deteriorare per mesi ed anni.
Merita di essere visitato in Grossotto il bel Santuario della Madonna. Vuolsi edificato a commemorazione dell'efficace patrocinio, che, secondo una pia leggenda, la Vergine avrebbe esercitata sulla borgata durante il passaggio delle indisciplinate truppe di Berna e di Zurigo, chefurono poi battutea Tirano (1620). Il fatto è ricordato in un pregevole dipinto che sta dietro l'altare maggiore, dove gli abitanti del luogo sono rappresentati nei loro costumi d'allora. L'ancona di questo altare, notabile per le ampie dimensioni, e i copiosi ornamenti a intagli, è opera ardita di Pietro Robustelli di Grossotto e di Pietro Rumo di Edolo (1660); costò cinquantaduemila scudi. La cantoria dell'organo, attribuita al trentino Piazzo, per leggiadria d'intagli, per finezza di rabeschi, per inquisita armonia d'insieme, vuolsi allogare fra le più belle opre d'arti della Valtellina.”
Lanzada
All'Alpe Acquanera e al Pizzo Scalino (3329 m.). — Salendo il monte a sud-est da Caspoggio in venti minuti si giunge al Buco dell'Ora, una larga fenditura nella roccia, da cui esce una corrente d'aria (ora) fredda, costante, che rivela quanto lungi salga il vano. Continuando si ascende all’alpe Zecca, e poi all'Alpe Acquanera per una via ricca di pittoresche vedute. Da quest'alpe non suole esser difficile l'ascensione al Pizzo Scalino (3329 m.). Salendo il monte a sud-est fino al Passo dell'Ometto, che prospetta sulla Valle di Togno, si può poi girare a settentrione il Pizzo Scalino, raggiungere il ghiacciaio, e per esso e la cresta a sud-est guadagnare la vetta estrema.
La Valle della Lanterna e la Capanna Marinelli (3000 m.). — Da Lanzada (1050 m.) raggiunto in breve le falde del monte a oriente si sole la rapidissima pen­dice lino al maggengo di Franscia (1000 in.) lungo un sentiero che si sviluppa in infiniti e rapidi risvolti. E un luogo singolare questo di Franscia e lascia nel visitatore la più viva impressione. Un'ampia distesa di prati di un bel verde alpino formano il fondo ameno di un quadro di severa grandezza. A settentrione si elevano scoscese nere rupi, le quali si aprono in un profondo spaccato per lasciar libero il varco alla Lanterna, che con corso rapido e tormentato porta al Mallero l'onda raccolta dal ghiacciaio di Scerscen. A mezzodì chiudono l'insenatura altre rupi in buona parte infrante per l'estrazione dell'amianto. Una di queste venne traforata da parte a parte con un'ampia galleria. Al di là di esse il monte scendo a precipizio nella Val Brutta, orrida valle che ha avuto nome appropriato. Sul versante di Val Brutta, oltre a nuove cave d'amianto, ve ne hanno due di pietra ollare: una antica, abbandonata, l'altra attiva e che può visitarsi da quelli a cui non ripugna lo scendere in profonda e umida caverna.
Da Franscia si può salire a Campo Lungo, ricca alpe, e di là per un colle facile scendere al lago Palù e quindi alla Chiesa. Continuando invece, dopo superato l'alto gradino di rupi, a salire per il versante occidentale la Valle della Lanterna si giunge all’alpe Campaccio. Di là proseguendo verso nord sempre lungo la valle della Lanterna si sale all'alpe Scerscen e alla stupenda morena frontale del ghiacciaio omonimo. Se invece si volge a nord-est il sentiero guida all'Alpe Musella (2100 m.) ricca di capanne e di pascoli. Da quest'alpe per la Bocchetta delle Forbici (2700 m.), al nord del Sasso Moro, e poi per le rocce che s'alzano a settentrione, e un tratto di vedretta si arriva in tre ore alla Capanna Marinelli (3000 m.), costruita su di uno sperone di roccia che dalla Cresta Aguzza si spinge a mezzodì nel ghiacciaio di Scerscen. Da Chiesa alla Capanna richieggonsi circa otto ore di salita.
La capanna venne costrutta nel 1883 per iniziativa del compianto Damiano Marinelli, ed è il più alto rifugio nelle Alpi Retiche. Per essa venne adottato lo stesso tipo della capanna di Corna Rossa; è in solida muratura, ha due camere, una con le pareti foderate di legno, e un soffitta. Ha una cucina economica, vari utensili, alcune coperte per la notte, ecc. Insomma è fra migliori rifugi alpini, e può dar comodo ricovero a ben quattordici persone, comprese le guide. Costò L. 2628; di cui L. 1220 furono a carico della Sezione di Sondrio, L. 400 si ebbero dalla Sezione centrale, L. 563 furono raccolte dal sig. Marinelli, le rimanenti L. 435 vennero offerte da altre Sezioni di C. A. I. e da diversi soci.

Dopo che il povero Marinelli trovò, mentre tentava la salita al Monte Rosa, fine immatura e crudele, la Sezione di Sondrio deliberò di dedicare a lui la capanna da lui ideata. E il 10 luglio 1882 vi faceva porre una lapida in marmo colla seguente inscrizione: A – Damiano Marinelli — che il XIII agosto MDCCCLXXXI — periva sul Monte Rosa — travolto da una valanga — questo Rifugio — del quale fu zelante promotore — La sessione valtellinese — del Club alpino — consacra - MDCCCLXXXII.
La spesa per la collocazione della lapida venne sostenuta da alcuni amici del Marinelli. L' epigrafe, nella quale è incorso un lieve errore, giacchè il povero Marinelli mori l'8 agosto e non il 3, fu dettata dal senatore Torelli.
Anche per coloro che non si sentono di avventurarsi più oltre nelle regioni di ghiacciai e di cime sorprendenti che attorniano il Bernina, una visita al Rifugio Marinelli non é fatica gettata. Il Rifugio è collocato in tal posto da cui si gode vista estesissima o meravigliosa; e la via che vi conduce, punto difficile, cosi variata com'è, offre le più care impressioni. E poi non è senza fascino il passare una notte a tre mila metri sopra il mare, nella quieta regione delle nevi perenni. Non deve quindi sorprendere se la capanna è stata visitata più volte anche da gentili signore e signorine.
Il Passo di Scerscen (circa 3000). -- Discesi dai Rifugio Marinelli sul ghiacciaio di Scerscen, un vero gran lago di neve quasi senza crepacci, si traversa nella direzione di nord-ovest, finché passati sul ghiacciaio di Fetz si discendo all'alpe dello stesso nome e a Sils in Engadina. I ghiacciai di Scerscen e di Fetz, entrambi a moderata pendenza, non presentano difficoltà gravi. Il passo si può anche facilmente guadagnare dall’alpe Scerscen. È possibile passare per la ripida Forcola del Capüscin (3254 m.), scoperta nel 1861 dalle guide Jenny e Flury, dal lembo superiore del ghiacciaio di Fetz a quello del Roseg, e scendere quindi al rifugio alpino di Murtels (2400 m.) e a Pontresina; ma l'impresa non è agevole. Il Rifugio di Murtels venne costrutto nel 1878, e trovasi sulla sponda sinistra del ghiacciaio di Roseg ai piedi di una rupe.
I passi verso Pontresina. — Dall’estremità settentrionale del ghiacciaio di Serscen si può, con molta facilità, raggiungere il Passo Sella (3350 m.) tra il Roseg, e il pizzo Sella. Neppur la discesa del lungo e grandioso ghiacciaio di Roseg verso il Rifugio di Murtels e Pontresina è difficile, ma, per traversare i numerosi crepacci onde è solcata, richiedonsi guide esperte.
Dalla capanna di Scersern, passando al ghiacciaio di Fallaria e risalendolo verso nord, si può senza molte difficoltà giungere al passo di Bellavista, vera terrazza di neve tra il Piz Bellavista e il Piz Palù. La discesa al ghiacciaio di Morteratsch, che di lassù si può ammirare in tutta la sua bellezza, si fa da prima lungo uno sperone a dolce pendio che separa quel ghiacciaio dal suo tributario di Pers, e poi per le non facili pareti di roccia che costituiscono l’ Asilo dei Camosci (Festung der Gemsen). Alle falde del Piz Morteratsch trovasi la Capanna del Boval (2450 m.), testè rifatta a nuovo, alla quale si scende in due ore dal colle di Bellavista. Dal Boval un facile sentiero conduce al Restaurant del Morteratsch, donde una via carrozzabile guida alla grande strada del Bernina.
Risalendo a nord-est il ghiacciaio di Fellaria, che irrompe in basso in séracs di stupendo effetto, si giunge a un vasto piano di neve racchiuso tra le vette del Zupò, del Bellavista, del Palù e del Verona. Proseguendo si discende nel ghiacciaio del Palù ricco anch’esso di séracs, e quindi, costeggiando i fianchi del Monte Carral, alla Baita di Sassal Mason (2400 m.) e al laghetto della Scala, vicino ai colle del Bernina. È questo il Passo di Gambré, della carta dello S. M. A.; ma l’Alpe Gambré, da cui i compilatori di quella carta trassero il nome, trovasi lontana, sotto altri passi.
Portandosi dalla Capanna Marinelli a Pontresina per il Passo Sella e ritornando in Valle Malenco per il Passo di Gambré si ha modo di ammirare tutte le meravigliose vette del Bernina coi loro enormi ghiacciai.
Si può inoltre transitare dalla Capanna Marinelli a Pontresina per il Colle di Cresta Aguzza (3637 m.), del quale diremo più sotto descrivendo l’ascensione al Bernina; e forse anche per la sella sotto descrivendo l'ascensione al Bernina; o forse anche per la Sella Güsfeld (3310 m.) tra il Piz Roseg e il Monte Rosso di Scerscen. Questa sella da cui il Güsfeld, che le diede il nome, salì il Bernina, venne raggiunta anche dal versante italiano dal Marinelli.
Salita al Tramoggia (3452,m.). — Si compio senza difficoltà dal Passo di Scerscen, per le frane calcaree che soprastanno al ghiacciaio e la cresta orientale che lega la cima ghiacciata al vicino Pizzo d'Anima coperto esso pure di neve.
Ascensione al Piz Roseg (3913 m.). — Vanne compiuta la prima volta per il versante italiano da Damiano Marinelli il 14 luglio 1881 collo guide Hans Grass e Battista Pedranzini. Partirono dall'Alpe Musella, e per il ghiacciaio di Scerscen si portarono ai piedi dell'altero monte. “Attaccammo la montagna, scrive il Marinelli (Boll. C. A.I., N. 47, pag. 408), nella parte mediana per un grande nevaio largo alla base, stretto ed interrotto nel centro, ripido e pericoloso verso la sommità del colle fra la piccola punta e quella principale del Roseg. Per il ripido nevato e per le rocce arrivammo in breve a metà strada, ove abbandonammo il nevato per evitare le possibili valanghe. Le roccia erano ripidissime ma buone, ma verso la sommità, aumentandosi la ripidità, riprendemmo il nevato che ci condusse sul colle anzidetto, donde per una parete ripidissima di ghiaccio duro, e mediante numerosi gradini fatti in esso raggiungemmo la punta del Roseg, punta coperta di neve e stretta in modo che solo tre persone, due sedute ed una in piedi, vi possono stare. Avevamo impiegata ore 5 e 55 aditati, comprese le soste, dalla capanna alla sommità.” Avendo voluto compiere la discesa per il versatile Svizzero il Marinelli dovè portarsi, passando su di un'esile cornice di neve, alla punta occidentale, circa 13 metri più bassa, dalla quale potè scendere rapidamente al passo Sella e al ghiacciaio di Roseg. Il Roseg venne salito poi dal lato italiano, con guide di Val Malenco, da Francesco Sassi de Lavizzari, dal dott. Buzzi e da altri. La signora Burnaby salì alla vetta occidentale l'11 gennaio di quest’anno partendo da Pontresina.
Ascensione al Piz Bernina (4052 — Partendo dalla Capanna Marinelli si attraversa diagonalmenteil ghiacciato di Scersen nella direzione della Cresta Aguzza, e , dopo un'ora e mezzo di cammino, si arriva ai piedi di un canale il quale mette al colle che trae il nome di quella cima. Se si vogliono evitare le difficoltà che nel più dei casi si presentano al passaggio della larghissima bergschrund, anziché salire, piegando a destra, l’erta china dineve convien tenersi più a sinistraverso il Roseg. Coll'aiuto di una cinquantina di gradini si possono raggiungevo le aggettanti rocce che fiancheggianoil canalee per esse salire al colle sopradetto della Cresta Aguzza (3637). Questa fu la via tenuta il 23 luglio 1881 dall'avv. R. Aurelli (Rivista Alpina, N. G.). Giunti sul colle, volgendo a ponente, fino a raggiungere le falde del cono del Bernina, se ne può compiere la salita per il ghiacciaio da prima, poi per la cresta rocciosa, infine lungo un’erta ed esilissima cresta di ghiaccio. Dalla capanna alla cima occorrono cieca sette ore di faticoso cammino. Il panorama del Bernina non ha davvero confini, e a chi potè essere lassù in una giornata serena destò nell’animo meraviglia e ammirazione infinita…
Ritornati al Colle di Cresta Aguzza, chi vuol discendere per il ghiacciaio del Morteratsch deve girare in alto l'ampia conca lino al terrazzi nevosi di Bellavista, e scendere di là per la Festung der Gemsen al Rifugio di Boval. Per verità salendo dal Boval si tiene da alcuni anni la via più breve, che, sormontando una stupenda cascata del ghiacciaio, mena direttamente alla Cresta Aguzza. Ma questa, assai ardua anche nella salita, non si può, a cagione delle frequenti valanghe, praticare che nelle prime ore del mattino quando la neve è ghiacciata e la caduta delle valanghe ha sosta.
Ascensioni al Pizzo Palù (3912 — Damiano Marinelli, il simpatico illustratore della Valle Malenco, ascese questa vetta stupenda il 20 agosto 1880, per il versante italiano, partendo dal Passo di Gambrè, e scalando lo sperone che scende della punta più bassa del Piz Palù (3880 m.) per indi passare attraverso la cresta, lunga e orrendamente dirupata da ambi i lati, alla punta più elevata. Anzichè ritornare per la via ond'era salito, egli discese al Colle di Bellavista, e di là al rifugio di Boval...
Il Piz Zupò (3999 m.) e le altre cinte del Gruppo del Bernina. — Non abbiamo notizie di ascensioni fatte al Piz Zupò, rivale del Bernina, dal nostro versante. Ma poiché chi lo ascende da Pontresina deve portarsi al Colle di Bellavista; e poiché a questo colle si può giungere più rapidamiente dal Rifugio Marinelli che da quello di Boval, così è palese che tale ascensione è tra le imprese che si possono tentare con sicurezza di riuscita dal Rifugio Marinelli predetto. Si­milmente per le salite alle vette di Cresta Aguzza (3872 m.) e di Bellarista (3921), al Piz Cambrena (3607 m.), al Piz Verona (3400 m.), ecc., tutte già compiute da alpinisti partiti da Puntresina con guide engadinesi.
La Valle di Campo Moro e i Passi verso Poschiavo. — Se da Franscia… in luogo di salire a sinistra la valle della Lanterna, varcato questo torrente, si prosegue verso mattina oltre  alpe Caral, si entra nella Valle di Campo Moro. Anche qui le rupi serbano il color cupo e l’aspetto grandioso caratteristico di tutte quelle di Val Malenco. All' alpe Caral si apre a destra l'erta Valle di Campagneda che conduce al gran ghiacciaio del Pizzo Scalino. All'alpe Foppa più in alto, situata su terreno torboso, vi ha una sorgente di acqua ferrugginosa. Poco oltre l'alpe Campo Moro che dà il nome alla Valle, si stacca a destra un sentiero, che, varcato il torrente Cormor, sale ripidamente attraverso un enorme gandone la Valle Poschiavina ricca di pascoli. Da questo punto si ha una vista stupenda sulle cascate del ghiacciaio di Fellaria irto di séracs. Un buon sentiero conduce fino al sommo della valle, da cui si scende in quella di Canciano, e quindi, piegando a sinistra giunti che si sia ai primi maggenghi, a Poschiavo. Questo è il Passo di Canciano (2550 m.), il più facile fra quanti ne offre la Valle Malenco, e il più breve tra quelli che uniscono Chiesa a Poschiavo. La salita dalla Chiesa al Passo richiede circa sei ore di tempo; la discesa per la erta china di Poschiavo (1011 m.) si fa rapidamente in tre ore. Questa è tale escursione che può compiersi anche senza guida. La bocchetta, assai vicina al termine del ghiacciaio del Pizzo Fontana, è facilmente riconoscibile a chi sale dall’alpe Poschiavina giungendo fino ad essa, sempre fra pascoli, un sentiero sufficientemente battuto. Non così dal lato di Val Canciano. Ad ogni modo la cresta dei menti qui è per un gran tratto facilmente praticabile, da entrambi i versanti, e quindi non vi ha pericolo di tropo gravi perdite di tempo.
Proseguendo invece lungo la sponda destra del Cormor si perviene all’alpe Gera i cuipascoli, ricchi un tempo, vanno restringendosi e impoverendosi sempre più a cagione dell'abbassarsi dei ghiacciai. Più in alto a destra sta l’alpe Gambrè per cui si sale al Passo Rovano, più alto e più malagevole di quello di Canciano, che mette, per la Val d’Orso, parimenti a Poschiavo; a sinistra sta l’alpe Fellaria, ove prima della costruzione della Capanna Marinelli… cercavano rifugio durante la notte i visitatori del gran ghiacciaio che da essa prende nome, e dei numerosi valichi a cui guida. A quelli già ricordati… vuolsi aggiungere il Passo Verona punto difficile che mette a Cavalia, e quindi a Poschiavo o all’Ospizio del Bernina, e trovasi al nord del bellissimo Pizzo dello stesso nome...
Parmi si possa adottare il nome di Serpentinoscisto; perché ogni altro accennante ai minerali componenti darebbe meno precisa idea della roccia ne' suoi nessi geologici. Così il Taramelli. In paese detta ardesia porta il nome volgare di piode.
Il professor Theobald se la spiccia chiamandolo schisto verde di Malenco. Di questo schisto risulta tutta la costa che sovrasta a Caspoggio infino ad Acquanera, come pure l'erboso piano di Carnpagneda e la sua costa dirupata e selvosa a mezzodì...
L'alpinista che arriva a Chiesa e vuol procedere oltre, deve risolversi a prendere, o la via del Mallero verso il Muretto per discendere di lassù in valle Pregallia od in Engadina a suo piacimento, ovvero la via che si distacca dall'anzidetta vicino a Lanzada, attraversa questo villaggio, e lungo la Lanterna salendo, dirige il viaggiatore o verso Pontresina per disastrosissimi burroni e ghiacciai, o verso Poschiavo per più comodi sentieri.
Chi preferisce quest'ultima passeggiata avrà occasione di penetrare lungo la strada in qualcuna delle artificiali caverne ancora in atto di formazione e ingrandimento, dove stanno gli scavatori di massi di pietra oliare. S'affacci ad una di quelle buche, sentirà il colpo misurato e fioco di un martello; gli parrà di vedere un chiarore nel fondo: s'avanzi pure senza timore, qualora per altro gli servano bene i muscoli per non vacillare o sdrucciolare col piede sui gradini antidiluviani di certe scale o in vivo o in legno. S'avanzi ed avrà presto in vista una scena inaspettata ed interessante.

Femmine e giovanetti coll'abito a brandelli, ed uomini armati di martello e di fiaccola, cioè di una scheggia resinosa ardente, lavorano attorno al loro frammento di roccia massiccio, che tagliano tutto all'ingiro in forma cilindrica tendente al cono. Sotto questa forma lo distaccano e lo portono fuori per sottoporlo al tornio e cavarne altrettanti lavezzi di grandezza graduata, cioè uno naturalmente più piccolo dal nucleo che si estrae dall'altro immediatamente più grande.
Procedendo per detta via monterà il viaggiatore di alpe in alpe, cioè di pascoli in pascoli alpini, a Franscia, Foppa e Campagneda, ultima stazione di ospitali pastori italiani, situata in una bella ed erbosa distesa al nord-ovest del Pizzo Scalino. Oltre Campagneda si calpesta un lembo di ghiacciaio dello stesso nome, dai quale estremo lembo si vedono sgocciolare i primi rigagnoli che si raccolgono poi a formare la Lanterna: indi fatti pochi passi si arriva su quel di Poschiavo.
Chi prende invece la via del Muretto lungo il torrente Mallero, dopo aver oltrepassato il giacimento delle ardesie, cammina per lo più sopra micascisti e gneis, i quali ultimi dominano pressochè soli da Chiareggio, ultimo povero villaggio abitato, fino alla cima. Di gneis risultano pure l'Alpe dell'Oro sopra Chiareggio, il Monte dell'Oro o Muretto ov'è il passo che mette in Isvizzera.
I Tourists, che sdegnano calcare le vie percorse ordinariamente dagli altri viaggiatori, e quelle preferiscono, per le quali richiedesi maggior ardimento ed attitudine a sopportare le fatiche ma che danno anche soddisfazioni più grandi, se vogliono aver un'idea di ciò che è la natura nelle sue più grandiose manifestazioni di ghiacciate solitudini, abbandonino le due vie terminanti Valmalenco sopra descritte e prendano di fronte la montagna sopra Lanzada a sinistra; si portino a riposare nel ricovero posto in riva al fantastico, quanto selvaggio lago di Palù; indi diano la scalata a picco. al Sassonero, e dopo cinque o sei ore di ginnastica di piedi, mani e petto, arriveranno in faccia all'immenso ghiacciaio di Scersen, possesso comune e incontrastato di due nazioni amiche.
Si troveranno secondo i punti toccati, a 3000, 3400, 3800 metri sul livello del mare, e fin oltre 4000 se raggiungeranno il picco della Bernina. Chi scrive questi cenni è arrivato al ghiacciaio di Scersen arrampicandosi sopra un'immensa formazione di talcoscisti a grandi rovine, nelle parti più basse dei quali travasi qualche banco calcare utilizzabile per pietra da calce, e nelle parti più atte qualche costa di bellissima orniblenda. Quei talcoscisti sono tempestati da una miriade di noccioletti, e filoncini di ferro d'aspetto metallico lucente compatto, ed a ogni tratto d'infinite e minute lamellette di lucentissimo mica e di talco. Quei noccioletti e filoncini sono di ferro magnetico e s'insinuano, s'incastrano nella matrice talcosa in modi e forme curiosissimi e interessanti assai pel mineralogista.

Il Theobenld chiama schisto verde di Malenco anche la roccia di Sasso Nero; ma è un evidentissimo talcoscisto da non confondersi colle ardesie, a cui egli dà il medesimo nome di schisto verde di Malenco.
La valle Malenco non venne abbastanza esplorata in fatto di ricchezze minerali e metalliche. Tralasciando di ripetere la tradizione, che vuole esista dell'oro sul monte e sull'alpe che appunto si dicono dell'Oro, e altra che asserisce esservi tracce di ferro oligisto speculare nei dominii del Sasso Nero, faremo osservare che magnifici esemplari di pirite marziale si trovano frequentemente uniti alla pietra ollare; e che al principio del ghiacciaio del monte. della Disgrazia nella direzione di Primolo esistono in quelle roccie serpentinose due miniere, una di ferro e l'altra di rame.
Prima di lasciare Valmalenco d'uopo è ricordare all'alpinista, che, s'egli avrà pazienza di frugarla in tutte le sue parti troverà, oltre i bellissimi e voluminosi cristalli di pirite marziale nelle pietre ollari, anche sceltissime steatiti, che vengono ridotte in polvere e smerciate.
In parecchi luoghi e particolarmente in Valbrutta troverà importantissime cave di amianto ed asbesto, nelle quali una quantità di operai a forza di mine e picconi scavano ogni anno molte tonnellate di questi minerali, che vengono spedite a Genova e indi a Londra e Glasgow, perché vi siano convertite in tela, carta e cordami da bastimento, utilissimi per la loro incombustibilita.
Bellissimi sono altresì i cristalli di rocca che s' incontrano in varie parti delle montagne di Malenco segnatamente in certi luoghi di Valbrutta, bellissima però pel naturalista, che vi cerca e trova minerali utilissimi e rari.
Livigno
Madesimo
Mazzo di Valtellina

Mello

Mese

Montagna in Valtellina

Morbegno

Novate Mezzola

Pedesina
Piantedo

Piateda

Piuro
Poggiridenti
Ponte in Valtellina
Postalesio
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